bologna divorzio assegno di mantenimento la riduzione del patrimonio dell’obbligato puo’ giustificare la riduzione dell’assegno

BOLOGNA DIVORZIO ASSEGNO DI MANTENIMENTO LA RIDUZIONE DEL PATRIMONIO DELL’OBBLIGATO PUO’ GIUSTIFICARE LA RIDUZIONE DELL’ASSEGNO

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BOLOGNA DIVORZIO ASSEGNO DI MANTENIMENTO LA RIDUZIONE DEL PATRIMONIO DELL’OBBLIGATO PUO’ GIUSTIFICARE LA RIDUZIONE DELL’ASSEGNODiapositiva1

 

DIVORZIO ASSEGNO DI MANTENIMENTO LA RIDUZIONE DEL PATRIMONIO DELL’OBBLIGATO PUO’ GIUSTIFICARE LA RIDUZIONE DELL’ASSEGNO

 

PRINCIPIO AFFERMATO DALLA CORTE COSTITUZIONALE :

L’esistenza, presupposta dal rimettente, di un “diritto vivente” secondo cui l’assegno divorzile ex art. 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970 «deve necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio» non trova, infatti, riscontro nella giurisprudenza del giudice della nomofilachia (che costituisce il principale formante del diritto vivente), secondo la quale, viceversa, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio non costituisce l’unico parametro di riferimento ai fini della statuizione sull’assegno divorzile.

La Corte di cassazione, in sede di esegesi della normativa impugnata, ha anche di recente, in tal senso, appunto, ribadito il proprio «consolidato orientamento», secondo il quale il parametro del «tenore di vita goduto in costanza di matrimonio» rileva, bensì, per determinare «in astratto […] il tetto massimo della misura dell’assegno» (in termini di tendenziale adeguatezza al fine del mantenimento del tenore di vita pregresso), ma, «in concreto», quel parametro concorre, e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso denunciato art. 5.

Tali criteri (condizione e reddito dei coniugi, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, durata del matrimonio, ragioni della decisione) «agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto» e possono «valere anche ad azzerarla» (così testualmente, da ultimo, Corte di cassazione, prima sezione civile, sentenza 5 febbraio 2014, n. 2546; in senso conforme, sentenze 28 ottobre 2013, n. 24252; 21 ottobre 2013, n. 23797; 12 luglio 2007, n. 15611; 22 agosto 2006, n. 18241; 19 marzo 2003, n. 4040, ex plurimis).

BOLOGNA DIVORZIO ASSEGNO DI MANTENIMENTO LA RIDUZIONE DEL PATRIMONIO DELL’OBBLIGATO PUO’ GIUSTIFICARE LA RIDUZIONE DELL’ASSEGNO

Corte Costituzionale

Sentenza 9 – 11 febbraio 2015, n. 11

Presidente Criscuolo – Redattore Morelli

Sentenza

Nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 5, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), promosso dal Tribunale ordinario di Firenze nel procedimento vertente tra F.G. e M.P., con ordinanza del 22 maggio 2013, iscritta al n. 239 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 46, prima serie speciale, dell’anno 2013.

Visti l’atto di costituzione di F.G., nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 27 gennaio 2015 il Giudice relatore Mario Rosario Morelli;

uditi l’avvocato Filippo Donati per F.G. e l’avvocato dello Stato Paolo Marchini per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.– Nel corso di un giudizio civile per scioglimento di matrimonio, l’adito Tribunale ordinario di Firenze ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione – ed ha, per ciò, sollevato, con l’ordinanza in epigrafe – questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), nell’interpretazione, che assume consolidatasi in termini di diritto vivente, per cui, in presenza di una disparità economica tra coniugi, «l’assegno divorzile […] deve necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio».

Ad avviso del rimettente, la norma, così censurata si porrebbe, infatti, in contrasto con l’art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, in quanto l’assegno di divorzio, pur avendo una finalità meramente assistenziale, finirebbe con l’attribuire l’obbligo di garantire per tutta la vita un tenore di vita agiato in favore del coniuge ritenuto economicamente più debole; con l’art. 2 Cost., sotto il profilo del dovere di solidarietà, in quanto la tutela del coniuge debole non comporterebbe l’obbligo di consentire, ben oltre il contesto matrimoniale, il mantenimento delle medesime condizioni economiche godute durante lo stesso matrimonio; con l’art. 29 Cost., in quanto risulterebbe anacronistico ricondurre l’assegno divorzile al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, senza considerare l’attuale portata del divorzio, della famiglia e del ruolo dei coniugi.

2.– In questo giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, per il tramite dell’Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito l’inammissibilità e, in subordine, la non fondatezza della questione.

3.– Opposte conclusioni (adesive alla prospettazione del Tribunale a quo) ha formulato, invece, la difesa del coniuge F.G., attore nel giudizio principale.

Considerato in diritto

1.– Il Tribunale ordinario di Firenze solleva, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), «nell’interpretazione di diritto vivente per cui […] l’assegno divorzile deve necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio».

Ad avviso del rimettente, il «diritto vivente», fatto oggetto di censura, violerebbe, infatti, l’art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, per la «contraddizione logica» che, quel giudice ravvisa, «fra l’istituto del divorzio, che ha come scopo proprio quello della cessazione del matrimonio e dei suoi effetti, e la disciplina in questione, che di fatto proietta oltre l’orizzonte matrimoniale il “tenore di vita” in costanza di matrimonio»; contrasterebbe, inoltre, “per eccesso” con il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., e violerebbe, infine, anche l’art. 29 Cost., «esprimendo una concezione “criptoindissolubilista” del matrimonio che appare oggi anacronistica».

2.– Della questione così sollevata il Tribunale a quo ha plausibilmente motivato la rilevanza, con riferimento alla rispettiva situazione economica, pregressa ed attuale, dei due coniugi: per cui non ha fondamento l’eccezione di inammissibilità, per tal profilo, sollevata dall’Avvocatura generale dello Stato.

3.– Sempre in punto di ammissibilità della riferita questione, non può addebitarsi al rimettente di non aver previamente verificato la possibilità di una interpretazione della normativa censurata, conforme ai parametri costituzionali da lui evocati.

L’obbligo di una siffatta verifica è, infatti, ineludibile per il giudice a quo solo «in assenza di un diritto vivente» (sentenze n. 190 del 2000, n. 427 del 1999, per tutte). Mentre, in presenza di una interpretazione del dato normativo consolidatasi – come nella specie si assume – in termini di “diritto vivente”, quel giudice ha la facoltà di uniformarvisi o meno (sentenze n. 117 del 2012 e n. 91 del 2004), restando quindi libero, nel secondo caso, di assumere proprio quel “diritto vivente” ad oggetto delle proprie censure (ordinanza n. 253 del 2012).

4.– Nel merito, la questione non è fondata.

L’esistenza, presupposta dal rimettente, di un “diritto vivente” secondo cui l’assegno divorzile ex art. 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970 «deve necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio» non trova, infatti, riscontro nella giurisprudenza del giudice della nomofilachia (che costituisce il principale formante del diritto vivente), secondo la quale, viceversa, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio non costituisce l’unico parametro di riferimento ai fini della statuizione sull’assegno divorzile.

La Corte di cassazione, in sede di esegesi della normativa impugnata, ha anche di recente, in tal senso, appunto, ribadito il proprio «consolidato orientamento», secondo il quale il parametro del «tenore di vita goduto in costanza di matrimonio» rileva, bensì, per determinare «in astratto […] il tetto massimo della misura dell’assegno» (in termini di tendenziale adeguatezza al fine del mantenimento del tenore di vita pregresso), ma, «in concreto», quel parametro concorre, e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso denunciato art. 5.

Tali criteri (condizione e reddito dei coniugi, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, durata del matrimonio, ragioni della decisione) «agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto» e possono «valere anche ad azzerarla» (così testualmente, da ultimo, Corte di cassazione, prima sezione civile, sentenza 5 febbraio 2014, n. 2546; in senso conforme, sentenze 28 ottobre 2013, n. 24252; 21 ottobre 2013, n. 23797; 12 luglio 2007, n. 15611; 22 agosto 2006, n. 18241; 19 marzo 2003, n. 4040, ex plurimis).

5.− L’erronea interpretazione della norma denunciata, da cui muove il rimettente, travolge conseguentemente, in radice, tutte le censure, in ragione di tale premessa, dallo stesso formulate.

Per Questi Motivi

 la Corte Costituzionale

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Firenze, con l’ordinanza in epigrafe indicata.

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FRASE DELUSIONE Diapositiva1

 

FATTO

 

“Rilevato che la Corte d’Appello di Lecce, rigettando il reclamo proposto ex art. 739 cod. proc. civ. da P.S. contro Pa.St. , disponeva:

– che in data 20 luglio 2009 i coniugi, successivamente alla pronuncia di divorzio, avevano sottoscritto una scrittura privata con la quale avevano provveduto in merito alla casa coniugale; sostituendo l’immobile assegnato in godimento alla Pa. con un altro di proprietà del P. e confermato il contributo al mantenimento della figlia minore d porre a carico del padre, concordate in sede di divorzio e recepite nella relativa sentenza;

– che suddetto accordo costituiva una modifica consensuale delle precedenti condizioni concordate in sede di divorzio;

– che la risoluzione del contratto di lavoro del P. con la Banca di Credito Cooperativo di Terra d’Otranto (comunicatagli l’11 marzo 2009) e la conseguente riduzione del reddito del P. dovevano considerarsi conosciute e valutate al momento della sottoscrizione del predetto accordo, non potendo, di conseguenza essere considerate circostanze sopravvenute;

– che rispetto alla situazione esistente all’epoca della modificazione consensuale delle condizioni di divorzio non era sopravvenuta alcuna altra circostanza idonea a giustificare alcun ulteriore mutamento delle statuizioni economiche;

 

DECISIONE

 

 

Ritenuto al riguardo che, come evidenziato dal ricorrente, la Corte, riconoscendo alla scrittura sottoscritta dalle parti in data 21 luglio 2009 natura di accordo modificativo delle condizioni di divorzio basato (anche) sull’intervenuto licenziamento del P. , ha negato la natura di circostanza nuova al dedotto licenziamento. Nel predetto accordo, riportato negli atti difensivi del presente giudizio, da un’analisi meramente testuale, non risulta alcuna modificazione delle preesistenti condizioni di divorzio, non essendovi previste modifiche favorevoli al ricorrente, dal momento che in esso è stabilito soltanto il trasferimento della casa coniugale. La Corte d’Appello ha del tutto omesso di valutare che dalla data del licenziamento a quella della richiesta di modifica delle condizioni di divorzio è intercorso un rilevante lasso di tempo (2 anni) nel corso del quale il ricorrente ha infruttuosamente tentato di avviare una nuova carriera professionale e conseguentemente depauperato il suo patrimonio. In definitiva il criterio dei giustificati motivi previsto dall’art. 9 della l. 898 del 1970 non risulta adeguatamente valutata dalla Corte.

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Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 23 settembre – 14 ottobre 2014, n. 21670

Presidente Di Palma – Relatore Acierno

 

Fatto e diritto

Il collegio:

“Rilevato che la Corte d’Appello di Lecce, rigettando il reclamo proposto ex art. 739 cod. proc. civ. da P.S. contro Pa.St. , disponeva:

– che in data 20 luglio 2009 i coniugi, successivamente alla pronuncia di divorzio, avevano sottoscritto una scrittura privata con la quale avevano provveduto in merito alla casa coniugale; sostituendo l’immobile assegnato in godimento alla Pa. con un altro di proprietà del P. e confermato il contributo al mantenimento della figlia minore d porre a carico del padre, concordate in sede di divorzio e recepite nella relativa sentenza;

– che suddetto accordo costituiva una modifica consensuale delle precedenti condizioni concordate in sede di divorzio;

– che la risoluzione del contratto di lavoro del P. con la Banca di Credito Cooperativo di Terra d’Otranto (comunicatagli l’11 marzo 2009) e la conseguente riduzione del reddito del P. dovevano considerarsi conosciute e valutate al momento della sottoscrizione del predetto accordo, non potendo, di conseguenza essere considerate circostanze sopravvenute;

– che rispetto alla situazione esistente all’epoca della modificazione consensuale delle condizioni di divorzio non era sopravvenuta alcuna altra circostanza idonea a giustificare alcun ulteriore mutamento delle statuizioni economiche;

Considerato che, avverso tale sentenza, il P. ha presentato ricorso per Cassazione, affidandosi ai seguenti motivi:

– violazione o falsa applicazione dell’art. 9 della l. 898 del 1970, nonché la omessa valutazione di un fatto decisivo per la controversia che ha formato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ., per avere la Corte d’Appello negato la qualifica di fatto nuovo alle mutate condizioni economiche del P. ed in particolare la perdita dell’occupazione e il mancato conseguimento di un reddito adeguato attraverso la professione legale intrapresa negli ultimi due anni; – violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1322, 1362 e ss., 1418 e 1419 cod. civ., con riferimento agli artt. 158 e 160 cod. civ., per avere la Corte d’Appello qualificato l’accordo del 20 luglio 2009 come modificazione privata delle condizioni di divorzio, anche per ciò che attiene ai doveri dei genitori nei confronti dei figli;

Ritenuto, in particolare di dover esaminare congiuntamente i due motivi di ricorso in quanto logicamente connessi;

Ritenuto al riguardo che, come evidenziato dal ricorrente, la Corte, riconoscendo alla scrittura sottoscritta dalle parti in data 21 luglio 2009 natura di accordo modificativo delle condizioni di divorzio basato (anche) sull’intervenuto licenziamento del P. , ha negato la natura di circostanza nuova al dedotto licenziamento. Nel predetto accordo, riportato negli atti difensivi del presente giudizio, da un’analisi meramente testuale, non risulta alcuna modificazione delle preesistenti condizioni di divorzio, non essendovi previste modifiche favorevoli al ricorrente, dal momento che in esso è stabilito soltanto il trasferimento della casa coniugale. La Corte d’Appello ha del tutto omesso di valutare che dalla data del licenziamento a quella della richiesta di modifica delle condizioni di divorzio è intercorso un rilevante lasso di tempo (2 anni) nel corso del quale il ricorrente ha infruttuosamente tentato di avviare una nuova carriera professionale e conseguentemente depauperato il suo patrimonio. In definitiva il criterio dei giustificati motivi previsto dall’art. 9 della l. 898 del 1970 non risulta adeguatamente valutata dalla Corte.

Ritenuto che, ove si condividano i suddetti rilievi, il ricorso deve essere accolto e la sentenza cassata con rinvio”;

Ritenuto che il Collegio aderisce senza rilievi alla predetta relazione.

 

P.Q.M.

 

La Corte, accoglie il ricorso. Cassa con rinvio la sentenza impugnata e rinvia la causa alla corte d’Appello di Lecce in diversa composizione anche per le spese del presente procedimento.

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