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6 Novembre 2014 Sergio Armaroli 0 Comments

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BOLOGNA RISOLVI ORA AVVOCATI DIVORZISTI, AVVOCATI MATRIMONIALISTI, AVVOCATI SEPARAZIONE CONSENSUALE-BOLOGNA Articolo 151 Separazione giudiziale La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole. Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. La separazione consensuale è l'autorizzazione a vivere separati che ha titolo nell'accordo dei coniugi omologato dal Tribunale. La separazione consensuale comporta numerosi vantaggi rispetto a una separazione giudiziale in quanto è più veloce e conveniente, comporta minori traumi per i figli e permette alla coppia di predisporre un regolamento di interessi conforme alle loro esigenze, anche avente carattere patrimoniale. La separazione consensuale si fonda sull'accordo dei coniugi su alcuni elementi fondamentali; essi sono, tra gli altri, l'assegnazione della casa coniugale, la quantificazione degli assegni di mantenimento dei coniugi e dei figli, l'affidamento dei figli, la spartizione dei beni comuni tra i coniugi. L'accordo di separazione non ha alcun effetto se non redatto secondo determinate forme e senza che vi sia l'omologazione del Tribunale. Bologna Lo Studio Legale avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli Ti assicura affidabilità, tempestività per la risoluzione delle seguenti problematiche: Determinazione assegno di mantenimento per i figli Determinazione assegno di mantenimento per il coniuge Revisione delle condizioni di separazione e divorzio Individuazione del coniuge per l’affidamento dei figli Assegnazione dell’abitazione adibita a casa coniugale Individuazione dei beni mobili e immobili in regime di comunione o separazione L’avvocato matrimonialista ha la funzione di spiegare loro quali siano i rispettivi diritti e doveri e quali siano le soluzioni legali nei casi in cui la coppia decida di porre fine alla propria unione affettiva.
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Al riguardo deve ribadirsi il condiviso principio già affermato da questa Corte, secondo cui “nell’interpretazione del testamento il giudice di merito deve accertare secondo il principio generale di ermeneutica enunciato dall’art. 1362 c.c. – applicabile, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria – quale sia l’effettiva volontà del testatore, comunque espressa, valutando congiuntamente e in modo coordinato l’elemento letterale e quello logico dell’atto unilaterale, nel rispetto del principio di conservazione” (Cass. civ., Sez. Seconda, sent. 14 ottobre 2013, n. 23278 e, in precedenza, conformemente Cass. n. 4022/2007). Tale è il principio che regge la fattispecie e che ben può applicarsi anche in peculiari ipotesi (testamento a mezzo lettera) come quella in esame, ammessa – secondo nota giurisprudenza (Cass. n. 8668/1990) – e ragionevolmente ritenuta espressione non anomala di manifestazione della volontà testamentaria specie quando – come nella fattispecie – a testare era un avvocato, in età avanzata, residente all’estero.
Al riguardo deve ribadirsi il condiviso principio già affermato da questa Corte, secondo cui “nell’interpretazione del testamento il giudice di merito deve accertare secondo il principio generale di ermeneutica enunciato dall’art. 1362 c.c. – applicabile, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria – quale sia l’effettiva volontà del testatore, comunque espressa, valutando congiuntamente e in modo coordinato l’elemento letterale e quello logico dell’atto unilaterale, nel rispetto del principio di conservazione” (Cass. civ., Sez. Seconda, sent. 14 ottobre 2013, n. 23278 e, in precedenza, conformemente Cass. n. 4022/2007).
Tale è il principio che regge la fattispecie e che ben può applicarsi anche in peculiari ipotesi (testamento a mezzo lettera) come quella in esame, ammessa – secondo nota giurisprudenza (Cass. n. 8668/1990) – e ragionevolmente ritenuta espressione non anomala di manifestazione della volontà testamentaria specie quando – come nella fattispecie – a testare era un avvocato, in età avanzata, residente all’estero.

Quanto ai motivi del ricorso, no si ravvisano violazioni di legge. Il giudice a quo valuta le argomentazioni del primo giudice e risponde adeguatamente alle censure formulate in atto di appello; dopo aver riportato vari passi della sentenza impugnata , sostiene che non vi sono ragioni per dubitare dell’attendibilità dei testi che si sono riferiti alla relazione extramatrimoniale del marito, iniziata nel 2003, poi cessata e ripresa in prossimità della separazione. Al contrario la relazione della moglie appare ” relativamente giustificata “, alla luce di quella più duratura, ostinata e risalente del marito, essendo iniziata quando ormai si era deteriorato il rapporto coniugale ( al riguardo, giurisprudenza consolidata di questa Corte: tra le altre, Cass. N. 27730/2013 ).

Del resto non era stata neppure allegata dal marito la circostanza di una situazione di crisi tra i coniugi anteriore alla sua relazione, che – secondo la pronuncia impugnata – provocò una c isi tra i coniugi di cui la successiva relazione della moglie appunto

 atortaSCRITTA

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 8 luglio – 13 ottobre 2014, n. 21596

Presidente Di Palma – Relatore Dogliotti

 

Il Tribunale di Trieste, con sentenza in data 6/8/2010, dichiarava la separazione giudiziale tra) B.A. e C.C., con addebito al marito.

La Corte di Appello di Trieste, con sentenza in data 4/8/2011, confermava la sentenza di primo grado.

Ricorre per cassazione il marito.

Resiste con controricorso la moglie.

Il ricorrente deposita memoria difensiva, che nulla in sostanza aggiunge alle argomentazioni del ricorso.

Appare infondata l’eccezione di inammissibilità del gravame per nullità della procura speciale. Questa è inserita in calce al ricorso con l’indicazione specifica della sentenza impugnata ( data di deposito, pubblicazione, numero d’ordine e data di notifica ); non rilevado tal senso che non vi sia indicazione dell’organo giudiziario che ha emesso la sentenza, pacificamente risultante dal ricorso. Quanto ai motivi del ricorso, no si ravvisano violazioni di legge. Il giudice a quo valuta le argomentazioni del primo giudice e risponde adeguatamente alle censure formulate in atto di appello; dopo aver riportato vari passi della sentenza impugnata , sostiene che non vi sono ragioni per dubitare dell’attendibilità dei testi che si sono riferiti alla relazione extramatrimoniale del marito, iniziata nel 2003, poi cessata e ripresa in prossimità della separazione. Al contrario la relazione della moglie appare ” relativamente giustificata “, alla luce di quella più duratura, ostinata e risalente del marito, essendo iniziata quando ormai si era deteriorato il rapporto coniugale ( al riguardo, giurisprudenza consolidata di questa Corte: tra le altre, Cass. N. 27730/2013 ).

Del resto non era stata neppure allegata dal marito la circostanza di una situazione di crisi tra i coniugi anteriore alla sua relazione, che – secondo la pronuncia impugnata – provocò una c isi tra i coniugi di cui la successiva relazione della moglie appunto costitutiva una diretta conseguenza.

Va pertanto rigettato il ricorso.

Le spese seguono la soccombenza.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano in €. 4.000,00 per compensi, €. 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.

 

Quanto all’assegno per il coniuge, per giurisprudenza ampiamente consolidata, l’assegno deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, anche se indice del predetto tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi ( Cass. N. 2156 del 2010 ).

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Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 8 luglio – 30 ottobre 2014, n. 23088

Presidente Di Palma – Relatore Dogliotti

 

In un procedimento di divorzio tra G.M. e K.E., la Corte d’Appello di Palermo con sentenza del 21/11/20119 confermava la sentenza del 29/12/2009 del locale Tribunale, in punto assegno per la moglie.

Ricorre per cassazione la moglie.

Resiste con controricorso la madre esercente la potestà genitoriale sulla figlia minore del marito della ricorrente, nelle more processuali deceduto.

La ricorrente ha depositato memoria difensiva.

Non si ravvisano violazioni di legge.

Quanto all’assegno per il coniuge, per giurisprudenza ampiamente consolidata, l’assegno deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, anche se indice del predetto tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi ( Cass. N. 2156 del 2010 ).

In sostanza la ricorrente propone profili e situazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica. Non è vero che la Corte di Appello non abbia considerato la consistenza del patrimonio- immobiliare del marito, ma essa ha accertato che il patrimonio stesso forniva redditi estremamente scarsi ( e dunque questi non potevano incidere in modo decisivo sul tenore di vita familiare, mentre i redditi complessivi della moglie erano analoghi a quelli del marito) Del resto giurisprudenza consolidata ( tra le altre, Cass. N. 7117 del 2006 ) precisa che le condizioni economiche delle parti vanno considerate in concreto e non sulla base di un apprezzamento soltanto probabilistico ( ad es. la possibilità di un futuro aumento del reddito, nella specie, patrimoniale). Eventuali questioni inerenti alla comunione dei beni tra i coniugi e al suo scioglimento, dovranno evidentemente prospettarsi in separata sede, e non rilevano ai fini di una eventuale determinazione dell’assegno di divorzio che, per quanto si è detto, correttamente il giudice a quo non ha attribuito.

Va pertanto rigettato il ricorso.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna ,ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano in €. 2.000,00 per compensi, €. 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.

GRAFICO SEPARAZIONE E AFFIDO CONDIVISO

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ANZOLA DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 2. ARGELATO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 3. BARICELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 4. BENTIVOGLIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 5. BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 6. BORGO TOSSIGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 7. BUDRIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 8. CALDERARA DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 9. CAMUGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO10. CASALECCHIO DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO11. CASALFIUMANESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO12. CASTEL D’AIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO13. CASTEL DEL RIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO14. CASTEL DI CASIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO15. CASTEL GUELFO DI B. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO16. CASTEL MAGGIORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO17. CASTEL SAN PIETRO TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO18. CASTELLO D’ARGILE SEPARAZIONI E DIVORZI Consulenza Legale Studio Legale BolognaAVVOCATO19. CASTENASO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO20. CASTIGLIONE DEI PEPOLI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO21. CREVALCORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO22. DOZZA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO23. FONTANELICE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO24. GAGGIO MONTANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO25. GALLIERA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO26. GRANAGLIONE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO27. GRANAROLO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO28. GRIZZANA MORANDI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO29. IMOLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO30. LIZZANO IN BELVEDERE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO31. LOIANO32. MALALBERGO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO33. MARZABOTTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO34. MEDICINA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO35. MINERBIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO36. MOLINELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO37. MONGHIDORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO38. MONTE SAN PIETRO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO39. MONTERENZIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO40. MONZUNO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO41. MORDANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO42. OZZANO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO43. PIANORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO44. PIEVE DI CENTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO45. PORRETTA TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO46. SALA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO47. SAN BENEDETTO VAL DI S. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO48. SAN GIORGIO DI PIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO49. SAN GIOVANNI IN P. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO50. SAN LAZZARO DI SAVENA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO51. SAN PIETRO IN CASALE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO52. SANT’AGATA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO53. SASSO MARCONI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO54. VALSAMOGGIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO

MARITO PREPOTENTE E DISPOTICO SEPARAZIONE BOLOGNA

La Corte di appello ha respinto l’impugnazione della (OMISSIS) rilevando che “i comportamenti violenti posti in essere dal (OMISSIS), che hanno trovato idonea sanzione in sede penale, si pongono immediatamente a ridosso della presentazione del ricorso per separazione: gli episodi sono del maggio e giugno 2003, il ricorso e’ del luglio 2003. Cio’ sta a significare che gli episodi di intolleranza da parte del (OMISSIS) si inseriscono in un quadro ormai logoro della convivenza e degradato nei suoi rapporti, in cui l’affectio maritalis era ormai venuta meno”. La Corte territoriale ha ritenuto generica e non significativa la prova acquisita in merito alla dedotta infedelta’ coniugale del (OMISSIS).

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Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 30 gennaio 2014, n. 2086

 

AVVOCATI A BOLOGNA
AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA: ASSEGNAZIONE CASA ALL’EX CONIUGE SENZA FIGLI

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Consigliere

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS) presso lo studio del Dott. (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avv. (OMISSIS), per delega a margine del ricorso che dichiara di voler ricevere comunicazioni relative al processo al n. (OMISSIS);

– ricorrente –

nei confronti di:

(OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di appello di Bari, emessa il 15 dicembre 2011, depositata il 29 dicembre 2011, n. R.G. 1495/2010;

sentito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha aderito alla relazione.

 

FATTO E DIRITTO

Rilevato che in data 27 maggio – 24 giugno 2013 e’ stata depositata relazione ex articolo 380 bis che qui si riporta:

  1. Con sentenza del 19 luglio 2010 il Tribunale di Trani ha pronunciato la separazione personale dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS) rigettando la domanda di addebito della separazione proposta dalla (OMISSIS) in relazione alla deduzione di un comportamento dispotico e violento, da parte del (OMISSIS), che avrebbe reso impossibile la convivenza e di una sua relazione extra-coniugale.
  2. Ha proposto appello la (OMISSIS) lamentando la erronea valutazione, da parte del Tribunale, degli elementi di prova da cui poteva evincersi chiaramente il comportamento violento e aggressivo del (OMISSIS) e la sua infedelta’ coniugale.
  3. Si e’ costituito (OMISSIS) che ha chiesto il rigetto dell’appello.
  4. La Corte di appello ha respinto l’impugnazione della (OMISSIS) rilevando che “i comportamenti violenti posti in essere dal (OMISSIS), che hanno trovato idonea sanzione in sede penale, si pongono immediatamente a ridosso della presentazione del ricorso per separazione: gli episodi sono del maggio e giugno 2003, il ricorso e’ del luglio 2003. Cio’ sta a significare che gli episodi di intolleranza da parte del (OMISSIS) si inseriscono in un quadro ormai logoro della convivenza e degradato nei suoi rapporti, in cui l’affectio maritalis era ormai venuta meno”. La Corte territoriale ha ritenuto generica e non significativa la prova acquisita in merito alla dedotta infedelta’ coniugale del (OMISSIS).
  5. Ricorre per cassazione (OMISSIS) affidandosi due motivi di impugnazione con i quali deduce violazione degli articoli 143 e 151 c.c., e difetto di motivazione.
  6. Non svolge difese (OMISSIS).

Ritenuto che:

  1. Il ricorso appare fondato essendo palesemente illogica e contraddittoria la motivazione sopra riportata della Corte di appello dato che la vicinanza temporale fra gli episodi di violenza subiti dalla (OMISSIS) e la presentazione del ricorso per separazione da parte della stessa dimostra semmai proprio la decisivita’ del comportamento violento e intimidatorio del (OMISSIS) nel determinare la fine del rapporto.
  2. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verra’ condivisa dal Collegio per l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata.

Ritenuto che la Corte condivide pienamente tale relazione e pertanto il ricorso va accolto con cassazione della sentenza impugnata e rinvio della causa alla Corte di appello di Bari che, in diversa composizione, decidera’ anche sulle spese del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Bari che, in diversa composizione, decidera’ anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalita’ e gli altri dati identificativi a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

 

le risultanze probatorie dimostravano perciò che fino ai primi mesi dell’anno 2003, non essendosi manifestati dissapori, non era in atto alcuna crisi coniugale e che nel maggio del medesimo anno si era accertato che la T. aveva da tempo iniziato una relazione con il R., amico del marito. La vicenda appariva anche gravemente ingiuriosa per il M., dal momento che in essa era stata coinvolta la teste M., cameriera al servizio della famiglia, che in occasione degli incontri clandestini era stata incaricata di controllare con la telecamera l’eventuale ritorno a casa del marito e di avvisare la T., che nel frattempo si trovava assieme al compagno nella camera da letto coniugale;

– così ricostruito il corso degli eventi, ossia in sintesi la normalità dei rapporti delle parti antecedenti al maggio 2003 e la scoperta della relazione in tale data, sarebbe spettato alla T. dimostrare di essere venuta meno all’obbligo di fedeltà in epoca in cui era già in atto la crisi coniugale, mentre invece al riguardo la stessa nulla aveva mai dedotto; conseguentemente la separazione doveva essere a lei addebitata;

– circa l’affido delle due figlie minorenni e però ormai prossime alla maggiore età, doveva privilegiarsi la volontà dalle stesse manifestata di essere affidate alla madre, posto anche che i cattivi precedenti dell’attuale compagno della T. non risultava che si fossero risolti in pregiudizio delle ragazze. D’altra parte, il M. risiedeva in un villaggio turistico sardo e non appariva giovevole agli interessi delle figlie trasferire la loro residenza da Roma in quel diverso luogo. Inoltre, non erano stati provati comportamenti materni contrari al benessere delle figlie e di contro, pur dando atto che il M. aveva avuto scontri (anche fisici) con altro figlio, ormai maggiorenne, non erano emersi a suo carico contegni contrari agli interessi delle figlie minori, tali da indurre ad affidarle esclusivamente alla madre. In riforma della sentenza appellata, appariva quindi, equo affidare le medesime figlie congiuntamente ai genitori, fissandone, però, la collocazione presso la madre;

– andava inoltre revocata l’assegnazione alla T. della casa coniugale, costituita da una villa con piscina sita in un prestigioso complesso edilizio in Roma, considerando non tanto che nel corso del giudizio era sopravvenuta una sentenza che aveva riconosciuto la proprietà dell’immobile in capo al solo M. e non a lei né che la stessa ormai viveva in altro lussuoso immobile in compagnia del nuovo compagno, quanto che si era accertato che ella, rientrata per breve tempo in possesso dell’immobile in contestazione, non lo aveva occupato con i figli, ma locato a terzi, per cui era evidente che non intendesse destinare il bene ad abitazione familiare, ma unicamente ricavare da esso un reddito;

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 28 marzo 2014, n. 7410

Svolgimento del processo

Con sentenza del 14.7.2010, il Tribunale di Nuoro dichiarava la separazione dei coniugi A.T. (ricorrente nel 2005) e C.M., genitori di quattro figli, respingendo le reciproche domande di addebito; affidava, inoltre, le due figlie della coppia, ancora minorenni (F. e L. della rispettiva età di 16 e 14 anni nel Luglio 2010) alla madre, alla quale anche assegnava la casa coniugale, nonostante che il marito avesse locato l’immobile ad una società e che la moglie già da tempo vivesse stabilmente altrove con altro uomo; disponeva, ancora, che il M. contribuisse al mantenimento sia della moglie con la somma di € 5.000,00 mensili fino all’agosto 2008 e di € 2.000,00 mensili per il periodo successivo e sia delle due figlie versando al coniuge la somma di € 700,00 mensili per ciascuna di loro.

Avverso la sentenza del Tribunale il M. proponeva appello, resistito dalla T., col gravame instando per la dichiarazione di addebito della separazione alla moglie, per l’affido a sé delle figlie minori con conseguente assegnazione della casa coniugale, per l’abolizione dell’assegno in favore della moglie e per la riduzione di quello per il mantenimento delle due figlie.

Con sentenza del 7.06-4.07.2011 la Corte di appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, in parziale accoglimento del gravame, addebitava la separazione alla T., revocava l’assegnazione alla stessa dell’alloggio coniugale e l’assegno per il suo mantenimento nonché disponeva l’affido congiunto ai genitori delle due figlie minorenni, con collocazione delle medesime presso la madre, confermando nel resto l’impugnata sentenza e compensando integralmente le spese del secondo grado del giudizio.

La Corte rilevava e riteneva che:

– ai fini del chiesto addebito alla T. era rilevante accertare quale fosse stata l’epoca in cui si era concretata la crisi del matrimonio, escludendo da ogni indagine i gravi fatti posti in essere successivamente, quando la comunanza di vita tra i coniugi era già venuta a mancare;

– il primo Giudice aveva ritenuto che nell’anno 2003, anno da considerarsi cruciale, stante il manifestarsi della prima relazione extraconiugale della T., la crisi dal matrimonio fosse già in atto, ma tale valutazione non appariva esaurientemente motivata;

– tutti i testi escussi avevano indicato nell’anno 2004 quello in cui si erano manifestati i dissidi tra i coniugi, collocando in tale periodo l’abitudine degli stessi di dormire in camere separate. Non poteva, perciò, ritenersi la preesistenza della cessazione dell’affectio familiaris per il semplice fatto che i testi L. e S. avevano dichiarato che tra le parti esisteva “tensione” fin dall’anno 2003, posto che un dissidio non poteva coincidere con la vera crisi di coppia;

– era stato ammesso da entrambe le parti che tra la fine dell’anno 2002 e l’inizio del 2003 esse avevano concordato l’interruzione della gravidanza fino ad allora portata avanti dalla T. e non vi era prova che tale decisione fosse stata conseguenza di un contrasto tra i coniugi, mentre la gravidanza stessa denunziava la costanza di normali rapporti di coppia;

– doveva parimenti ritenersi accertato che la relazione tra la donna ed il R. era stata scoperta nel maggio del 2003, ma che era già in corso da un certo tempo. Su questo punto non poteva disattendersi la dichiarazione della teste M., di aver ricevuto a maggio 2003 la confidenza della T., circa l’esistenza di detta relazione, essendo deposizione confermata da quelle dei testi L., P. e A.. Il sospetto manifestato dal Tribunale circa l’attendibilità di tali testimonianze, in quanto provenienti da persone dipendenti dal M., non era condivisibile. Anzitutto il L., marito della sorella della T., non poteva considerarsi in posizione di subordinazione. Inoltre, risultava che il teste P. aveva interrotto nel 2003 il rapporto di lavoro con il M. e che era stato escusso in epoca successiva;

– le risultanze probatorie dimostravano perciò che fino ai primi mesi dell’anno 2003, non essendosi manifestati dissapori, non era in atto alcuna crisi coniugale e che nel maggio del medesimo anno si era accertato che la T. aveva da tempo iniziato una relazione con il R., amico del marito. La vicenda appariva anche gravemente ingiuriosa per il M., dal momento che in essa era stata coinvolta la teste M., cameriera al servizio della famiglia, che in occasione degli incontri clandestini era stata incaricata di controllare con la telecamera l’eventuale ritorno a casa del marito e di avvisare la T., che nel frattempo si trovava assieme al compagno nella camera da letto coniugale;

– così ricostruito il corso degli eventi, ossia in sintesi la normalità dei rapporti delle parti antecedenti al maggio 2003 e la scoperta della relazione in tale data, sarebbe spettato alla T. dimostrare di essere venuta meno all’obbligo di fedeltà in epoca in cui era già in atto la crisi coniugale, mentre invece al riguardo la stessa nulla aveva mai dedotto; conseguentemente la separazione doveva essere a lei addebitata;

– circa l’affido delle due figlie minorenni e però ormai prossime alla maggiore età, doveva privilegiarsi la volontà dalle stesse manifestata di essere affidate alla madre, posto anche che i cattivi precedenti dell’attuale compagno della T. non risultava che si fossero risolti in pregiudizio delle ragazze. D’altra parte, il M. risiedeva in un villaggio turistico sardo e non appariva giovevole agli interessi delle figlie trasferire la loro residenza da Roma in quel diverso luogo. Inoltre, non erano stati provati comportamenti materni contrari al benessere delle figlie e di contro, pur dando atto che il M. aveva avuto scontri (anche fisici) con altro figlio, ormai maggiorenne, non erano emersi a suo carico contegni contrari agli interessi delle figlie minori, tali da indurre ad affidarle esclusivamente alla madre. In riforma della sentenza appellata, appariva quindi, equo affidare le medesime figlie congiuntamente ai genitori, fissandone, però, la collocazione presso la madre;

– andava inoltre revocata l’assegnazione alla T. della casa coniugale, costituita da una villa con piscina sita in un prestigioso complesso edilizio in Roma, considerando non tanto che nel corso del giudizio era sopravvenuta una sentenza che aveva riconosciuto la proprietà dell’immobile in capo al solo M. e non a lei né che la stessa ormai viveva in altro lussuoso immobile in compagnia del nuovo compagno, quanto che si era accertato che ella, rientrata per breve tempo in possesso dell’immobile in contestazione, non lo aveva occupato con i figli, ma locato a terzi, per cui era evidente che non intendesse destinare il bene ad abitazione familiare, ma unicamente ricavare da esso un reddito;

– doveva inoltre escludersi l’assegno a favore della moglie e confermarsi invece, quello disposto a favore delle figlie delle parti.

Avverso questa sentenza la T. ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi e notificato il 30.11-2.12.2011 al M., che il 9-10.01.2012 ha resistito con controricorso. Le parti hanno anche depositato memorie.

Motivi della decisione

A sostegno del ricorso la T. denunzia:

  1. “Omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio – Art. 360 n. 5 c.p.c..”.

La ricorrente deduce i rubricati vizi motivazionali in riferimento allo statuito addebito a lei della separazione dal coniuge ed in particolare in relazione alle argomentazioni sottese alla conclusione che la crisi del rapporto coniugale era intervenuta non prima del maggio 2003. Assume al riguardo che i giudici d’appello hanno omesso di dare rilievo al comportamento del marito, il quale aveva reso la convivenza insopportabile a lei ed ai figli, tramite anche vessazioni, intimidazioni, continue liti, ossia contegni prepotenti e prevaricatori manifestatisi sin dai primi anni del matrimonio, i quali erano stati giustamente valorizzati dal tribunale ed in atti trovavano copiosi riscontri documentali. Sostiene ancora che le assunte deposizioni testimoniali provavano invece che il rapporto matrimoniale si era incrinato già da tempo anteriore al maggio 2003, che non si sarebbe dovuta attribuire decisiva rilevanza alle dichiarazioni rese dalla teste M. prive di ulteriori e seri riscontri, che non si sarebbe dovuto omettere di dare conto delle contestazioni da lei mosse in ordine all’inaccettabile contegno tenuto dal coniuge ed espungere le risultanze emerse in merito ai motivi d’insorgenza della crisi di coppia.

  1. “Violazione di legge – Art. 360 n. 3 c.p.c. “.

Di nuovo con riguardo al disposto addebito a lei della separazione, la ricorrente si duole sia dell’accertata esistenza della sua relazione extraconiugale col R., sostenendo che essa certa non era e che comunque non presentava i necessari caratteri della stabilità e della continuità, e sia della mancata valutazione comparativa delle sue condotte con quelle tenute dal marito, dal carattere violento, irascibile e prepotente.

Conclusivamente assume che la ricostruzione complessiva della vicenda giudiziaria, ed il suo incredibile esito in secondo grado, fanno piuttosto ritenere, vista la evidente superficialità e sbrigatività delle stesse motivazioni rese, che l’intento della Corte sia stato dettato da un atteggiamento “moralista”, volto a condannarla e penalizzarla fortemente, dato che sul suo comportamento si è concentrato in via esclusiva il giudizio del Collegio, senza alcuna preventiva valutazione comparativa delle condotte e dei rispettivi comportamenti tenuti dai coniugi.

I primi due motivi del ricorso, suscettibili di esame unitario, non hanno pregio.

Prevalentemente le censure involte dai motivi in esame si risolvono in inammissibili, generici rilievi di errori valutativi in ordine agli elementi assunti, in parte pure carenti sotto il profilo dell’autosufficienza, in quanto non correlati ad ulteriori, specifiche, emerse risultanze istruttorie atte a confortarli, e, dunque, essenzialmente in critiche volte ad un diverso apprezzamento dei medesimi dati, non consentito in questa sede di legittimità. L’avversata statuizione di addebito della separazione appare, infatti, aderente al dettato normativo, oltre che logicamente e puntualmente argomentata col richiamo anche all’esito delle emerse prove pure testimoniali, irreprensibilmente riesaminate e rivalutate anche in rapporto alla specifica efficacia dei singoli mezzi nonché alla reciproca interferenza e complessiva valenza dimostrativa. D’altra parte non appare nemmeno imputabile ai giudici d’appello la mancata valutazione comparativa delle reciproche condotte dei due coniugi. La ricorrente, infatti, non ha né efficacemente contrastato il rilievo esaustivo dei giudici d’appello secondo cui non aveva fornito alcuna prova delle sue asserzioni sul punto né temporalmente contestualizzato la sua tesi. Nell’impugnata sentenza si è poi irreprensibilmente ed ulteriormente sottolineato che dall’indagine dovevano essere esclusi i gravi fatti successivi al momento in cui era emersa la compromissione del rapporto coniugale a causa dell’infedeltà della moglie, connotata da peculiare offensività per il marito. Inoltre, non essendo stato appellato dalla T. il diniego di addebito della separazione al M., da lei chiesto in ragione delle asserite intemperanze del coniuge, risalenti a periodo anche concomitante e precedente il maggio 2003, il giudicato interno a lui favorevole formatosi sul punto precludeva di rivalutare in contrario senso i medesimi contegni, anche rimasti privi di qualsiasi prova.

  1. “Errata valutazione del quadro istruttorio – Affidamento delle figlie minori – Violazione di legge (art. 360 n. 3 c.p.c.) – Contraddittorietà della motivazione.” Censura la statuita riforma del regime di affidamento delle figlie, ossia l’attuata opzione per il loro affidamento congiunto in luogo di quello esclusivo a lei, stabilito dal Tribunale. La censura è inammissibile per sopravvenuto difetto d’interesse con riguardo alla figlia delle parti F. , divenuta nel frattempo maggiorenne, ed infondata invece relativamente all’altra figlia L., ormai anche lei a pochi mesi dal raggiungimento della maggiore età, dato che già in sé sconsiglierebbe la modifica del regime imposto dai giudici d’appello, regime peraltro ineccepibilmente aderente al dettato normativo che lo privilegia, ove non risulti contrario all’interesse del minore, come la Corte d’appello ha accertato con congrue e puntuali argomentazioni, solo genericamente contrastate dalla T. e non smentite da oggettive e decisive risultanze contrarie, considerando pure che i desideri espressi dalle figlie avevano trovato adeguata rispondenza nel disposto loro collocamento presso la madre.
  2. “Sulla revoca dell’assegnazione della casa coniugale alla moglie affidataria delle figlie minori. Violazione di legge (art. 360 n. 3 c.p.c.) – Motivazione contraddittoria (art. 360 n. 5 c.p.c.).”.

Il motivo è inammissibile, risolvendosi in generici rilievi di errori valutativi, non involgenti anche la ratio dell’impugnata decisione, secondo cui l’iniziativa assunta dalla T. nel breve tempo in cui era ritornata in possesso dell’immobile già adibito a casa coniugale, di locarlo a terzi, escludeva, dato anche il complessivo contesto, che l’assegnazione di esso da lei chiesta potesse assolvere alla sua funzione legale di tutela dell’interesse della prole al mantenimento dell’habitat familiare.

Conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con condanna della soccombente T. al pagamento in favore del M. delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la T. al pagamento in favore del M. delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in € 3.500,00 per compenso ed in € 200,00 per esborsi, oltre agli accessori come per legge.

Ai sensi dell’art. 52, comma 5, del D.Lgs. n. 196 del 2003, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

SEPARSuprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 17 ottobre 2014, n. 22084

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

ACHIAMERED5sul ricorso 695-2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS) elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 598/2012 della CORTE D’APPELLO di MESSINA del 5/10/2012, depositata il 16/10/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 23/09/2014 dal Consigliere Relatore Dott. MARIA ACIERNO;

udito l’Avvocato (OMISSIS) difensore del ricorrente che insiste per l’accoglimento del ricorso e in subordine per la trattazione in P.U..

FATTO E DIRITTO

IL COLLEGIO

Rilevato che e’ stata depositata la seguente relazione ex articolo 380 bis cod. proc. civ. nel proc. n. 695/2013 Rilevato che la Corte d’Appello di Messina, pronunciandosi sulla separazione giudiziale di (OMISSIS) e (OMISSIS) e in parziale riforma della sentenza di primo grado impugnata dalla (OMISSIS), disponeva:

– che il (OMISSIS) non aveva mai negato di aver, ad un certo punto della convivenza coniugale, perso interesse nei confronti della (OMISSIS);

– che sussistevano elementi univoci e concordanti, gia’ individuati dal giudice di primo cure, sui quali fondare la convinzione che il (OMISSIS) utilizzasse il telefono di (OMISSIS) nel quale erano state rinvenute foto di scene erotiche che la coinvolgevano insieme a varie persone;

– che indubbio era lo sviluppo da parte del (OMISSIS) di un interesse per una diversa tipologia di vita sessuale, che aveva contribuito a causare la suddetta perdita di interesse sessuale nei confronti della moglie;

che risultava provato che il (OMISSIS) si era sottratto ai doveri nascenti dal matrimonio, dovendosi pertanto addebitare allo stesso la separazione giudiziale;

– che le spese di lite dovevano dichiararsi compensate, per soccombenza reciproca, essendo stata accolta la domanda della (OMISSIS) di addebito al (OMISSIS) della separazione ma non la sua richiesta di vedersi riconosciuto un assegno ed essendo state rigettate tutte le domande proposte dal (OMISSIS) con appello incidentale;

CONSIDERATO IN DIRITTO

che avverso tale sentenza il (OMISSIS) ha presentato ricorso per Cassazione, cui ha resistito con controricorso la (OMISSIS), affidandosi ai seguenti motivi:

– violazione e falsa applicazione dell’articolo 2697 cod. civ e dell’articolo 115 cod. proc. civ. in relazione all’articolo 151 cod. civ., ex articolo 360 c.p.c., n. 3, per avere la Corte d’Appello posto a fondamento della sua decisione dei fatti che non risaltavano provati e non potevano altresi’ considerarsi alla stregua di fatti no tori;

– violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116 cod. proc. civ. in relazione all’articolo 2697 cod. civ., ex articolo 360 c.p.c., n. 3 e connesso omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, ex articolo 360 c.p.c., n. 5, per avere la Corte omesso di considerare ai fini della decisione la pluralita’ di deduzioni del (OMISSIS), qualificandole come generiche e non provate, allo stesso tempo non ammettendo, senza motivare sul punto, le istanze istruttorie reiterate dall’odierno ricorrente;

– violazione e falsa applicazione dell’articolo 91 cod. proc. civ., ex articolo 360 c.p.c., n. 3, per la compensazione delle spese giudiziali basata sul principio della soccombenza reciproca, ritenuta non sussistente nel caso di specie;

Ritenuto che il ricorso appare in parte inammissibile e in parte manifestamente infondato;

Ritenuto, in particolare, che:

– il primo e il secondo motivo di ricorso sono inammissibili essendo diretti a censurare il merito della decisione, ancorche’ formalmente strutturati come denunce di violazione di legge. La Corte di Cassazione non e’, come piu’ volte ribadito, dotata del potere di riesaminare e valutare il merito della causa, spettando tale giudizio solo al giudice di merito, il quale ha il compito di individuare le fonti del proprio convincimento e, a tale scopo, valutare le prove, controllarne l’attendibilita’ e la concludenza, e scegliere quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. Cass. 24148 del 2013;

– il terzo motivo di ricorso appare manifestamente infondato. Come costantemente affermato dalla giurisprudenza di legittimita’, la valutazione dell’opportunita’ di compensare le spese processuali rientra fra le facolta’ discrezionale del giudice di merito essendo circoscritto il potere della Corte ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, ex multis 20457 del 2011. Nel caso in esame, tale ultimo principio non risulta violato, apparendo la scelta del giudice d’appello di compensare le spese di lite fondata sul principio della soccombenza reciproca, stante il totale rigetto delle domande del (OMISSIS), resistente in grado d’appello, e il solo parziale accoglimento delle domande della (OMISSIS) ;

Ritenuto, infine, alla luce della memoria depositata dalla parte ricorrente che con riferimento al secondo motivo di ricorso la motivazione della relazione deve essere integrata, pur dovendosi pervenire alla medesima soluzione, nel senso che nella sentenza impugnata, la valutazione di genericita’ relativa agli elementi di fatto posti a base della richiesta di addebito della separazione alla (OMISSIS) e’ rivolta anche alle circostanze da provare mediante la formulazione delle istanze istruttorie rigettate, in forma implicita dalla Corte territoriale. Nella sentenza impugnata, ancorche’ sinteticamente si richiama condividendone la decisione, la valutazione negativa del giudice di primo grado e si sottolinea da un lato l’assenza di prove in ordine a fatti idonei ad incidere sul requisito della casualita’, riscontrato, invece, specificamente nella speculare domanda di addebito formulata nei confronti del ricorrente, dall’altro la genericita’ e conseguente irrilevanza di quelle formulate dal ricorrente. Per quanto riguarda gli altri motivi la memoria reitera quanto gia’ contenuto nel ricorso ed esaminato esaurientemente e condivisibilmente nella relazione depositata.

– Ritenuto, in conclusione che il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimita’.

 

P.Q.M.

LA CORTE

rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del presente procedimento in favore della parte contro ricorrente che liquida in euro 4000 per compensi; euro 100 per esborsi oltre ad accessori di legge.

 

 

 

 

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