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16 Agosto 2015 Sergio Armaroli 0 Comments

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CAPARRA CONFIRMATORIA IL QUANTUM DEL DANNO VA PROVATO

  1. Per altro è convincimento di queste Sez. Un. che del tutto destituita di fondamento (benché suggestivamente sostenuta in dottrina e motivatamente fatta propria da una recente giurisprudenza di legittimità e di merito) risulti la teoria della caparra intesa quale misura minima del danno risarcibile da riconoscersi, comunque, alla parte non inadempiente, benché questa si sia avvalsa, in sede di introduzione del giudizio, dei rimedi ordinari di tutela” (Cass. n. 553 del 2009).

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  1. Come affermato dalla Corte di Cassazione, specifica ancora la ricorrente, non sarebbe precluso nemmeno alla parte che si sia avvalsa della risoluzione stragiudiziale ex art. 1454 cc, richiedere giudizialmente il risarcimento, utilizzando la caparra nella sua funzione di preventiva liquidazione del danno, atteso che il diritto alla caparra può essere fatto valere, anche, nell’ambito della domanda di risoluzione quale entità del danno da risarcire. Insomma, ritiene la ricorrente, qualora la parte non inadempiente chiede la risoluzione del contratto ex art. 1453 cc, la stessa, conserva il diritto di ritenere la caparra ricevuta con questa conseguenza:

  1. che se il danno accertato è superiore all’importo della caparra a questo importo deve essere aggiunta la differenza fra lo stesso danno e l’importo della caparra:

  1. se il danno accertato è inferiore all’importo della caparra, il danno da risarcire viene a corrispondere non al minore importo accertato nel giudizio, ma all’importo della caparra, che costituisce, perciò, la misura minima del danno risarcibile derivante dall’inadempimento. Pertanto, conclude la ricorrente, sulla base delle considerazioni svolte apparirebbe del tutto illegittimo sostenere che la domanda di riconoscimento del diritto alla ritenzione definitiva della caparra, a titolo di risarcimento, risulterebbe preclusa dalla statuizione sul punto della Corte di Appello nella sentenza n. 2396 del 1998. Piuttosto, tale domanda non incontrava alcun tipo di preclusione nel giudicato formatosi, viceversa, esclusivamente in relazione alla domanda di recesso ex art. 1385 cc.

  1. La ricorrente conclude formulando il seguente quesito di diritto: Il risarcimento del danno derivante dalla pronuncia di risoluzione del contratto può essere liquidato a tale titolo e ferma restando la sua autonomia e diversità rispetto alla domanda di recesso ex art. 1385 cc. in favore della parte adempiente con riferimento ed in misura pari all’importo della caparra confirmatoria versata dalla parte inadempiente?

  1. È giusto il caso di evidenziare che la Corte romana, intanto, ha correttamente richiamato i principi espressi dalla Corte di Cassazione con la sentenza di rinvio ed, ad un tempo, ha correttamente evidenziato le esigenze di fatto e di diritto che il Giudice del rinvio avrebbe dovuto soddisfare.

  1. In particolare, la Corte romana ha chiarito che la Corte di Cassazione, avendo accertato che la S. sia in primo che in secondo grado aveva chiesto la condanna della D.R. al risarcimento dei danni nella misura della caparra versata o in quella che sarebbe stata accertata in corso di causa, ha affermato che il giudice di appello non poteva emanare una condanna generica e rimettere ad un separato giudizio la liquidazione se non violando il principio prescritto dall’art. 112 cpc, ma doveva liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova. Pertanto, la Corte di Cassazione demandava al Giudice del rinvio di liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova.

  1. Ora, la Corte romana ha riscontrato che con l’atto di riassunzione la S. ha riformulato la domanda di risarcimento riproponendo: a) in via principale, la domanda di liquidazione del danno in separato giudizio: b) in subordine, la domanda di liquidazione del danno nella forma di ritenzione della caparra.

  2. Epperò, come correttamente ha evidenziato la Corte romana, la domanda in via principale non poteva esser accolta perché avrebbe comportato una disapplicazione della statuizione della Suprema Corte, espressa con la sentenza di rinvio e oggetto del presente giudizio. D’altra parte, era del tutto evidente che l’accoglimento di quella domanda avrebbe comportato lo stesso errore in cui era incorsa la sentenza che era stata cassata. Tale affermazione – come pure è stato evidenziato dalla stessa Corte romana – risponde pienamente al principio più volte espresso da questa Corte secondo cui nei casi in cui il Giudice di legittimità decida questioni di fatto o di diritto che si presentano come necessarie ed inderogabili rispetto alla valutazione dei criteri in procedendo e in iudicando di cui è stata assunta la violazione il giudice del rinvio, non potrà discostarsi non solo da questa, ma anche dall’accertato presupposto, il cui riesame tenderebbe a porre nel nulla o a limitare l’effetto della sentenza della Cassazione.

  1. Non merita alcuna censura neppure l’affermazione della Corte romana con la quale ha ritenuto preclusa l’altra domanda avanzata dalla S. con l’atto di riassunzione e, cioè, la domanda di riconoscimento del diritto alla ritenzione definitiva della caparra a titolo di risarcimento del danno, perché sulla stessa si era formato il giudicato. A ben vedere, la Corte romana ha correttamente evidenziato che la domanda di risoluzione del contratto proposta dalla S. era stata accompagnata dalla richiesta di condanna della D.R. al risarcimento da soddisfare alternativamente attraverso la ritenzione della caparra versata, ovvero nel pagamento della somma da accertare. Sennonché la domanda al risarcimento da soddisfare con la ritenzione della caparra era stata esclusa dalla sentenza parzialmente annullata dalla Corte di cassazione e tale statuizione non era stata censurata e non aveva formato oggetto di esame da parte della stessa Corte di Cassazione, con l’ineludibile conseguenza che quella statuizione era divenuta definitiva.

  1. Pertanto, tale domanda non poteva essere riproposta, neppure con l’atto di riassunzione. Né quella domanda, di ritenere la caparra a titolo di risarcimento del danno, integrava gli estremi di una domanda volta al concreto ed effettivo accertamento del danno e alla sua liquidazione non fosse altro perché la richiesta di trattenere la caparra a titolo di risarcimento del danno darebbe per affermato ma, non dimostrato che il danno subito fosse eguale all’ammontare della caparra. Piuttosto, correttamente la sentenza impugnata ha evidenziato che la S. avrebbe dovuto – ma non lo ha fatto – riformulare la domanda di risarcimento del danno nella forma della liquidazione con l’impegno della stessa S. di dimostrare l’an e il quantum del danno di cui chiedeva la liquidazione, che però, come afferma la sentenza impugnata non sembra lo abbia fatto né abbia dimostrato o abbia chiesto di dimostrare il danno subito.

  • Per altro è convincimento di queste Sez. Un. che del tutto destituita di fondamento (benché suggestivamente sostenuta in dottrina e motivatamente fatta propria da una recente giurisprudenza di legittimità e di merito) risulti la teoria della caparra intesa quale misura minima del danno risarcibile da riconoscersi, comunque, alla parte non inadempiente, benché questa si sia avvalsa, in sede di introduzione del giudizio, dei rimedi ordinari di tutela” (Cass. n. 553 del 2009).

  • In definitiva, il ricorso va rigettato. Non occorre provvedere al regolamento delle spese del presente giudizio di cassazione atteso che D.R.C. , in questa fase non ha svolto alcuna attività giudiziale.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 9 aprile – 1° agosto 2013, n. 18423

Presidente Oddo – Relatore Scalisi

Svolgimento del processo

D.R.C. con atto di citazione del 6 luglio 1992 conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Roma S.A. e S.P. , premesso di aver stipulato il (omissis) un preliminare di vendita con il quale aveva promesso di acquistare un appartamento in (omissis) per il prezzo di un miliardo e 500 milioni di lire; che aveva corrisposto L.700.000.000 e si era obbligato al pagamento del residuo alla stipulazione dell’atto notarile nel termine di sei mesi, con possibilità di proroga di altri sei mesi, previa corresponsione degli interessi del 12%, che i convenuti non si erano presentati davanti al notaio il giorno 2 luglio 1992 per la stipulazione dell’atto definitivo di compravendita chiedeva il trasferimento coattivo ex art. 1932 cod. civ. e il risarcimento del danno.

Si costituivano: S.A. , il quale eccepiva la sua estraneità al contratto preliminare e S.P. , la quale sosteneva l’inadempimento della D.R. , inutilmente da lei diffidata alla stipulazione del contratto definitivo entro il (OMISSIS) e chiedeva, pertanto il rigetto della domanda attorca e in via riconvenzionale che accertato l’inadempimento della D.R. si dichiarasse la legittimità del suo recesso e il suo diritto di ritenzione della caparra o in subordine la risoluzione del contratto con condanna della D.R. al risarcimento del danno attraverso la ritenzione della caparra ovvero con pagamento di una somma da determinarsi nel corso di causa.

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 5 giugno 1995, rigettava la domanda della D.R. nei confronti di S.A. e la accoglieva nei confronti di S.P. risolvendo il preliminare in inadempimento di quest’ultima (S.P. ) che condannò alla restituzione della caparra con gli interessi legali, rigettava la domanda risarcitoria della D.R. per mancanza di prova.

Avverso questa sentenza, proponeva appello S.P. e la Corte di Appello di Roma con sentenza del 7 luglio 1978 riformava la sentenza di primo grado, ritenendo che la diffida della S. avesse prodotto la risoluzione ai sensi dell’art. 1454 c.c. e dichiarava il contratto risolto di diritto, confermava la restituzione dei 700.000.000 di lire, fissando la decorrenza degli interessi dalla domanda e condannava la D.R. al risarcimento del danno alla S. da liquidarsi in separata sede.

Avverso questa sentenza proponeva ricorso per cassazione la D.R. , cui resisteva la S. . La Corte Suprema di Cassazione con sentenza del 26 marzo 2002 rigettò tutti i motivi ad eccezione del quarto relativo alla statuizione sul risarcimento, rimettendo alla Corte di Appello di Roma per un nuovo esame della questione. La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza di rinvio, ha affermato che il giudice d’appello non poteva emanare una condanna generica e rimettere ad un separato giudizio la liquidazione, se non violando il principio prescritto dall’art. 112 cpc, ma doveva liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova.

Il processo veniva riassunto, separatamente dalla D.R. e dalla S. il 26 e 27 marzo 2003. I processi venivano riuniti.

La Corte di appello di Roma con sentenza n. 153 del 2006 riformava la sentenza del Tribunale di Roma e rigettava la domanda di risarcimento del danno proposta da S.P. . Compensava le spese sia del giudizio di secondo grado e sia del giudizio di legittimità.

La Corte romana ha ritenuto opportuno, anzitutto, precisare che la S. correlò, alla domanda di risoluzione del contratto, la richiesta di condanna della D.R. al risarcimento da soddisfare alternativamente attraverso la ritenzione della caparra, ovvero nel pagamento della somma da accertare e la sentenza parzialmente annullata statuì sulla prima delle richieste alternative quella, cioè, tendente all’affermazione del diritto della S. di ritenere la caparra e la rigettò in applicazione dell’art. 1385 terzo comma, secondo il quale nell’ipotesi in cui la parte non inadempiente non eserciti il recesso, ma agisca per la risoluzione del contratto il diritto al risarcimento rimane regolata dalle norme generali e va, quindi, dimostrato nell’an e nel quantum. Tale statuizione non è stata censurata e non ha, quindi, formato oggetto di esame da parte della cassazione, limitato esclusivamente alla decisione sulla domanda alternativa di risarcimento quella volta all’effettivo risarcimento del danno e alla sua liquidazione. Ora nella fase di rinvio la S. non ha invero formulato la domanda di risarcimento nella forma della liquidazione del danno, né la S. ha dimostrato o ha chiesto di dimostrare il danno subito, né ha allegato alcuna specificazione e, dunque, la domanda della S. va rigettata.

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da S.P. con atto di ricorso affidato ad un unico motivo, illustrato con memoria. D.R.C. , in questa fase non ha svolto alcuna attività giudiziale.

Motivi della decisione

1.- Con l’unico motivo di ricorso S.P. lamenta la violazione e falsa applicazione dei principi vigenti in tema di risarcimento e liquidazione dei danni derivanti da risoluzione del contratto, artt. 1385, 1453, 1452, 1455 e ss. cc. in relazione all’art. 360 n. 3 cpc, nonché la violazione dei principi in sede di giudizio di rinvio e d’interpretazione e qualificazione della domanda, anche in rapporto alla funzione del giudicato art. 392 e ss. cpc. art. 163 e ss. cpc. in relazione all’art. 360 n. 3 e 4 cpc.

Avrebbe errato la Corte romana, secondo la ricorrente, nell’aver rigettato le domande avanzate con l’atto di riassunzione dalla S. e, cioè sia la domanda di risarcimento del danno con liquidazione in separato giudizio sia la domanda subordinata di liquidazione del danno nella forma della ritenzione della caparra perché ritenendo che la prima (la domanda di risarcimento del danno con liquidazione in separato giudizio) non potesse essere accolta atteso che, in sostanza, avrebbe disapplicato la statuizione della Corte Suprema espressa con la sentenza di rinvio e oggetto del presente giudizio, mentre la seconda (la domanda subordinata di liquidazione del danno nella forma della ritenzione della caparra) non poteva essere accolta atteso che il diritto alla ritenzione della caparra a titolo di risarcimento escluso dalla Corte di Appello con la sentenza del 7 luglio 1998, ormai divenuta definitiva, non avrebbe tenuto conto dell’intera vicenda processuale.

La Corte romana, secondo la ricorrente non avrebbe tenuto conto che la sig.ra S. con l’atto di appello aveva chiesto contestualmente all’annullamento e/o alla riforma della sentenza di primo grado l’accoglimento di tutte le domande proposte in primo grado che venivano a tal fine integralmente ed espressamente richiamate; pertanto, sia pure in torma gradata e alternativa, la sig.ra S. aveva ritualmente proposto sia la domanda di recesso ex art. 1385 secondo comma cc. (con conseguente ritenzione della caparra) sia in via subordinata la risoluzione del contratto per grave ed incolpevole inadempimento della D.R. con richiesta di risarcimento danni commisurato e riferito o alla perdita della caparra confirmatoria, già versata, ovvero alla somma che sarebbe stata accertata in corso di causa o in separato giudizio. Se, dunque questa era la realtà degli atti di causa, specifica la ricorrente, assume rilievo determinante proprio in rapporto alla decisione emessa dalla Corte Suprema di rinvio che la liquidazione del danno fosse stata espressamente ancorata dall’attuale ricorrente alla misura della caparra versata all’atto del preliminare. Come affermato dalla Corte di Cassazione, specifica ancora la ricorrente, non sarebbe precluso nemmeno alla parte che si sia avvalsa della risoluzione stragiudiziale ex art. 1454 cc, richiedere giudizialmente il risarcimento, utilizzando la caparra nella sua funzione di preventiva liquidazione del danno, atteso che il diritto alla caparra può essere fatto valere, anche, nell’ambito della domanda di risoluzione quale entità del danno da risarcire. Insomma, ritiene la ricorrente, qualora la parte non inadempiente chiede la risoluzione del contratto ex art. 1453 cc, la stessa, conserva il diritto di ritenere la caparra ricevuta con questa conseguenza: a) che se il danno accertato è superiore all’importo della caparra a questo importo deve essere aggiunta la differenza fra lo stesso danno e l’importo della caparra: b) se il danno accertato è inferiore all’importo della caparra, il danno da risarcire viene a corrispondere non al minore importo accertato nel giudizio, ma all’importo della caparra, che costituisce, perciò, la misura minima del danno risarcibile derivante dall’inadempimento. Pertanto, conclude la ricorrente, sulla base delle considerazioni svolte apparirebbe del tutto illegittimo sostenere che la domanda di riconoscimento del diritto alla ritenzione definitiva della caparra, a titolo di risarcimento, risulterebbe preclusa dalla statuizione sul punto della Corte di Appello nella sentenza n. 2396 del 1998. Piuttosto, tale domanda non incontrava alcun tipo di preclusione nel giudicato formatosi, viceversa, esclusivamente in relazione alla domanda di recesso ex art. 1385 cc.

La ricorrente conclude formulando il seguente quesito di diritto: Il risarcimento del danno derivante dalla pronuncia di risoluzione del contratto può essere liquidato a tale titolo e ferma restando la sua autonomia e diversità rispetto alla domanda di recesso ex art. 1385 cc. in favore della parte adempiente con riferimento ed in misura pari all’importo della caparra confirmatoria versata dalla parte inadempiente?

1.1.- Il motivo è infondato.

È giusto il caso di evidenziare che la Corte romana, intanto, ha correttamente richiamato i principi espressi dalla Corte di Cassazione con la sentenza di rinvio ed, ad un tempo, ha correttamente evidenziato le esigenze di fatto e di diritto che il Giudice del rinvio avrebbe dovuto soddisfare.

In particolare, la Corte romana ha chiarito che la Corte di Cassazione, avendo accertato che la S. sia in primo che in secondo grado aveva chiesto la condanna della D.R. al risarcimento dei danni nella misura della caparra versata o in quella che sarebbe stata accertata in corso di causa, ha affermato che il giudice di appello non poteva emanare una condanna generica e rimettere ad un separato giudizio la liquidazione se non violando il principio prescritto dall’art. 112 cpc, ma doveva liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova. Pertanto, la Corte di Cassazione demandava al Giudice del rinvio di liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova.

Ora, la Corte romana ha riscontrato che con l’atto di riassunzione la S. ha riformulato la domanda di risarcimento riproponendo: a) in via principale, la domanda di liquidazione del danno in separato giudizio: b) in subordine, la domanda di liquidazione del danno nella forma di ritenzione della caparra.

Epperò, come correttamente ha evidenziato la Corte romana, la domanda in via principale non poteva esser accolta perché avrebbe comportato una disapplicazione della statuizione della Suprema Corte, espressa con la sentenza di rinvio e oggetto del presente giudizio. D’altra parte, era del tutto evidente che l’accoglimento di quella domanda avrebbe comportato lo stesso errore in cui era incorsa la sentenza che era stata cassata. Tale affermazione – come pure è stato evidenziato dalla stessa Corte romana – risponde pienamente al principio più volte espresso da questa Corte secondo cui nei casi in cui il Giudice di legittimità decida questioni di fatto o di diritto che si presentano come necessarie ed inderogabili rispetto alla valutazione dei criteri in procedendo e in iudicando di cui è stata assunta la violazione il giudice del rinvio, non potrà discostarsi non solo da questa, ma anche dall’accertato presupposto, il cui riesame tenderebbe a porre nel nulla o a limitare l’effetto della sentenza della Cassazione.

1.1.a).- Non merita alcuna censura neppure l’affermazione della Corte romana con la quale ha ritenuto preclusa l’altra domanda avanzata dalla S. con l’atto di riassunzione e, cioè, la domanda di riconoscimento del diritto alla ritenzione definitiva della caparra a titolo di risarcimento del danno, perché sulla stessa si era formato il giudicato. A ben vedere, la Corte romana ha correttamente evidenziato che la domanda di risoluzione del contratto proposta dalla S. era stata accompagnata dalla richiesta di condanna della D.R. al risarcimento da soddisfare alternativamente attraverso la ritenzione della caparra versata, ovvero nel pagamento della somma da accertare. Sennonché la domanda al risarcimento da soddisfare con la ritenzione della caparra era stata esclusa dalla sentenza parzialmente annullata dalla Corte di cassazione e tale statuizione non era stata censurata e non aveva formato oggetto di esame da parte della stessa Corte di Cassazione, con l’ineludibile conseguenza che quella statuizione era divenuta definitiva.

Pertanto, tale domanda non poteva essere riproposta, neppure con l’atto di riassunzione. Né quella domanda, di ritenere la caparra a titolo di risarcimento del danno, integrava gli estremi di una domanda volta al concreto ed effettivo accertamento del danno e alla sua liquidazione non fosse altro perché la richiesta di trattenere la caparra a titolo di risarcimento del danno darebbe per affermato ma, non dimostrato che il danno subito fosse eguale all’ammontare della caparra. Piuttosto, correttamente la sentenza impugnata ha evidenziato che la S. avrebbe dovuto – ma non lo ha fatto – riformulare la domanda di risarcimento del danno nella forma della liquidazione con l’impegno della stessa S. di dimostrare l’an e il quantum del danno di cui chiedeva la liquidazione, che però, come afferma la sentenza impugnata non sembra lo abbia fatto né abbia dimostrato o abbia chiesto di dimostrare il danno subito.

1.1.b).- Per altro è convincimento di queste Sez. Un. che del tutto destituita di fondamento (benché suggestivamente sostenuta in dottrina e motivatamente fatta propria da una recente giurisprudenza di legittimità e di merito) risulti la teoria della caparra intesa quale misura minima del danno risarcibile da riconoscersi, comunque, alla parte non inadempiente, benché questa si sia avvalsa, in sede di introduzione del giudizio, dei rimedi ordinari di tutela” (Cass. n. 553 del 2009).

In definitiva, il ricorso va rigettato. Non occorre provvedere al regolamento delle spese del presente giudizio di cassazione atteso che D.R.C. , in questa fase non ha svolto alcuna attività giudiziale.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

 

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Nel marzo 2000 il Fallimento della G.I.F.I. – Gruppo Industriale Finimpianti – s.p.a., dichiarato nel luglio 1997, convenne in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma la S.A.P.A.M. Società dell’Acqua Pia Antica Marcia s.p.a., per sentirla condannare alla restituzione della somma di lire 350.000.000 versatale dalla società in bonis a titolo di acconto sul corrispettivo della cessione, pattuita con scrittura privata datata 13.12.1995, delle azioni della S.I.C. s.p.a., già restituite alla società convenuta sin dal febbraio 1996 dal Notaio depositario a seguito dell’infruttuoso decorso del termine fissato in contratto per il saldo prezzo. La restituzione della somma veniva dal Fallimento richiesta, gradatamente, in ragione: a) della inopponibilità alla massa dei creditori del contratto di cessione, stante la mancanza di data certa; b) della risoluzione del contratto stesso ad opera di S.A.P.A.M.; c) dell’arricchimento senza causa di quest’ultima. La S.A.P.A.M., costituendosi, premesso che la scrittura contrattuale aveva data certa, rilevò che la somma in questione, ricevuta a titolo di caparra confirmatoria come da clausola contrattuale, era stata legittimamente incamerata a seguito del decorso infruttuoso del termine per il versamento del saldo prezzo, da essa assegnato alla acquirente dei titoli azionari con diffida ad adempiere comunicata con raccomandata del 9.2.1996. Con sentenza del 18 novembre 2002 il Tribunale accolse la domanda di restituzione della somma ritenendo priva di data certa, e quindi inopponibile alla massa fallimentare, la scrittura di cessione.

Tale sentenza, gravata di appello dalla S.A.P.A.M. – cui resisteva la Curatela fallimentare -, veniva confermata, con diversa motivazione, dalla Corte d’appello di Roma con sentenza depositata il 9 novembre 2006. La Corte distrettuale, pur ravvisando la certezza della data della scrittura contrattuale, osservava tuttavia che la S.A.P.A.M., avendo scelto di provocare, con la notifica della diffida ad adempiere, la risoluzione di diritto del contratto, non poteva poi riqualificare la propria condotta – per giustificare ora per allora una non consentita ritenzione della somma ricevuta- in esercizio della facoltà di autotutela costituita dal recesso a norma dell’ art. 1385 cod.civ.. Sì che, potendo in caso di risoluzione del contratto la somma ricevuta a titolo di caparra essere trattenuta solo a titolo di garanzia per la riscossione delle somme corrispondenti ai danni che risultino eventualmente dimostrati secondo le regole ordinarie, la somma stessa doveva, in caso contrario, essere restituita in conseguenza della risoluzione del contratto in base al quale era stata consegnata. Avverso tale sentenza la S.A.P.A.M. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, cui resiste con controricorso la Curatela del Fallimento G.I.F.I.

Di recente, la Cassazione Civile, con ordinanza 9 febbraio 2015, n. 2445 ha provveduto a individuare un parametro di riferimento più adeguato nell’erogazione dell’assegno di mantenimento.

Ha stabilito in primo luogo che il provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non è prevista dall’art. 156 cod. civ. in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento ma ha lo scopo di garantire ai figli minorenni o non autosufficienti economicamente la continuità dell’habitat familiare (cfr. Cass. civ. I sezione n. 6769 del 22 marzo 2007).

In particolare si è affermato che: “il giudice nella determinazione dell’assegno di mantenimento deve avere quale indispensabile elemento di riferimento ai fini della valutazione di congruità dell’assegno, il tenore di vita di cui i coniugi avevano goduto durante la convivenza, quale situazione condizionante la qualità e la quantità delle esigenze del richiedente, accertando le disponibilità patrimoniali dell’onerato e, a tal fine, il giudice non può limitarsi a considerare soltanto il reddito (sia pure molto elevato) emergente dalla documentazione fiscale prodotta, ma deve tenere conto anche degli altri elementi di ordine economico (Cass. civ., sez. I, n. 9915 del 24 aprile 2007)”.

 
 
Questa Corte, con giurisprudenza ormai consolidata, (tra le altre, Cass. N. 17195 del 2011), ha chiarito che l’espressione “famiglia di fatto” non consiste soltanto nel convivere come coniugi, ma indica prima di tutto una “famiglia”, portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli. In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell’individuo, ai sensi dell’art. 2 Cost..
 
 
Ove tale convivenza assuma dunque i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio): come già si diceva, potenziamento reciproco della personalità dei conviventi, e trasmissione di valori educativi ai figli (non si deve dimenticare che obblighi e diritti dei genitori nei confronti dei figli sono assolutamente identici, ai sensi dell’art. 30 Cost. , in ambito matrimoniale e fuori dal matrimonio, e tale identità di posizione è oggi pienamente ribadita e assicurata dalla recente riforma della filiazione del (OMISSIS)), la mera convivenza si trasforma in una vera e propria “famiglia di fatto”.
 
A quel punto, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner, non può che venir meno di fronte all’esistenza di una vera e propria famiglia, ancorchè di fatto.
 
Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso, pur dovendosi ribadire che non vi è nè identità, nè analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all’assegno, e la fattispecie in esame che necessita di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale.
 
 
E’ consapevole il Collegio, che t anche nell’ambito della giurisprudenza sopra indicata ormai nettamente maggioritaria, talora si è affermato (Cass. N. 17195 del 2011, predetta) che il fenomeno andrebbe spiegato con una sorta di “quiescenza” del diritto all’assegno, che potrebbe riproporsi, in caso di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, com’è noto effettuabile ad nutum, ed in assenza di una normativa specifica, ancora estranea al nostro ordinamento, che non prevede garanzia alcuna per l’ex familiare di fatto, salvo eventuali accordi economici stipulati tra i conviventi stessi.
 
Tuttavia, riesaminandosi la questione, sembra a questo Collegio assai più coerente, rispetto alle premesse sopra indicate, affermare che una famiglia di fatto, espressione di una scelta esistenziale/libera e consapevole/da parte del coniuge, eventualmente potenziata dalla nascita di figli (ciò che dovrebbe escludere ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge) dovrebbe essere necessariamente caratterizzata dalla assunzione piena di un rischio, in relazione alle vicende successive della famiglia di fatto, mettendosi in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra conviventi (ferma restando evidentemente la permanenza di ogni obbligo verso i figli).
 
 
Va per di più considerata la condizione del coniuge, che si vorrebbe nuovamente obbligato e che, invece, di fronte alla costituzione di una famiglia di fatto tra il proprio coniuge e un altro partner, necessariamente stabile e duratura, confiderebbe, all’evidenza, nell’esonero definitivo da ogni obbligo.
 
Nella specie, il giudice a quo ritiene pacifica (anche perchè già oggetto di esame sia nel corso del giudizio di separazione che del primo grado del presente giudizio di divorzio, la “convivenza more uxorio ” instaurata dalla I. con R.G., da cui erano nati due figli, uno dei quali morto alla nascita. Aggiunge il giudice a quo che la relazione stabile tra I. e R., e dunque anche l’apporto economico di questo alla famiglia di fatto, era venuto meno dal gennaio 2003. Ma tale circostanza, come si diceva, non potrebbe costituire titolo per ottenere l’assegno divorzile.
CAPARRA CONFIRMATORIA AVVOCATI A BOLOGNA – Avvocati a Bologna-avvocati Bologna – avvocato Sergio Armaroli Se stai cercando un avvocato tra gli avvocati a Bologna chiama l’avvocato Sergio ArmaroliCORTE DI CASSAZIONE: SENTENZA 6855/2015 IN TEMA DI MANTENIMENTO DELL’ASSEGNO ALL’EX CONIUGE CHE HA UN RAPPORTO DI CONVIVENZA
Cass. civ. Sez. I, Sent., 03/04/2015, n. 6855
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. FORTE Fabrizio – Presidente –
Dott. DOGLIOTTI Massimo – rel. Consigliere –
Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –
Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –
Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 27554-2011 proposto da:
L.E. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL TRITONE 102, presso l’avvocato NANNA VITO, rappresentato e difeso dall’avvocato VIOLANTE Andrea, giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente –
contro
I.M.G. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA, Via CICERONE 44, presso l’avvocato FRANCESCO CARLUCCIO, rappresentata e difesa dall’avvocato MACI MARIO LEONARDO, giusta procura a margine del controricorso;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 43/2011 della CORTE D’APPELLO di LECCE, depositata il 13/07/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/01/2015 dal Consigliere Dott. MASSIMO DOGLIOTTI;
udito, per la controricorrente, l’Avvocato MACI che si riporta;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.
Svolgimento del processo
Con ricorso depositato in data 11/11/2004, L.E. chiedeva dichiararsi, nei confronti della moglie I.M. G., la cessazione degli effetti civili del matrimonio, con esclusione dell’assegno divorzile.
Costituitosi il contraddittorio, la I. dichiarava di non opporsi al divorzio, e chiedeva assegno per sè.
Il Tribunale di Brindisi, con sentenza non definitiva in data 3/7/2006, dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Con sentenza definitiva in data 31/05/2010, poneva a carico del L. assegno divorzile di Euro 1.000,00 mensili a favore della moglie, con decorrenza dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza.
Proponeva appello la I., chiedendo una decorrenza anteriore dell’assegno. Costituitosi il contraddittorio, il L. chiedeva rigettarsi il gravame e, in via di appello incidentale, l’esclusione di ogni assegno.
La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza 03/07/2011, in parziale accoglimento dell’appello principale, disponeva la decorrenza dell’assegno dal mese di ottobre del 2006 (passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio); rigettava l’appello incidentale del marito.
Ricorre per cassazione il L..
Resiste, con controricorso, la I., che pure deposita memoria per l’udienza.
Motivi della decisione
Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, nonchè vizio di motivazione, non avendo tenuto conto la Corte di merito della stabile convivenza, che aveva dato luogo ad una vera e propria famiglia di fatto, della I. con altro uomo, ciò che dovrebbe escludere la corresponsione di assegno divorzile a carico del coniuge, anche se tale convivenza venisse a cessare.
Con il secondo, violazione della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 10, nonchè contraddittoria motivazione in ordine alla decorrenza dell’assegno divorzile.
Afferma il giudice a quo che, una relazione more uxorio rileva ai fini della determinazione dell’assegno a carico dell’ex coniuge nei limiti in cui tale relazione “incida sulla reale e concreta situazione economica della donna, risolvendosi in una condizione e fonte, effettiva e non aleatoria, di reddito”.
Questa Corte, con giurisprudenza ormai consolidata, (tra le altre, Cass. N. 17195 del 2011), ha chiarito che l’espressione “famiglia di fatto” non consiste soltanto nel convivere come coniugi, ma indica prima di tutto una “famiglia”, portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli. In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell’individuo, ai sensi dell’art. 2 Cost..
Ove tale convivenza assuma dunque i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio): come già si diceva, potenziamento reciproco della personalità dei conviventi, e trasmissione di valori educativi ai figli (non si deve dimenticare che obblighi e diritti dei genitori nei confronti dei figli sono assolutamente identici, ai sensi dell’art. 30 Cost. , in ambito matrimoniale e fuori dal matrimonio, e tale identità di posizione è oggi pienamente ribadita e assicurata dalla recente riforma della filiazione del (OMISSIS)), la mera convivenza si trasforma in una vera e propria “famiglia di fatto”. A quel punto, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner, non può che venir meno di fronte all’esistenza di una vera e propria famiglia, ancorchè di fatto. Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso, pur dovendosi ribadire che non vi è nè identità, nè analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all’assegno, e la fattispecie in esame che necessita di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale.
E’ consapevole il Collegio, che t anche nell’ambito della giurisprudenza sopra indicata ormai nettamente maggioritaria, talora si è affermato (Cass. N. 17195 del 2011, predetta) che il fenomeno andrebbe spiegato con una sorta di “quiescenza” del diritto all’assegno, che potrebbe riproporsi, in caso di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, com’è noto effettuabile ad nutum, ed in assenza di una normativa specifica, ancora estranea al nostro ordinamento, che non prevede garanzia alcuna per l’ex familiare di fatto, salvo eventuali accordi economici stipulati tra i conviventi stessi.
Tuttavia, riesaminandosi la questione, sembra a questo Collegio assai più coerente, rispetto alle premesse sopra indicate, affermare che una famiglia di fatto, espressione di una scelta esistenziale/libera e consapevole/da parte del coniuge, eventualmente potenziata dalla nascita di figli (ciò che dovrebbe escludere ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge) dovrebbe essere necessariamente caratterizzata dalla assunzione piena di un rischio, in relazione alle vicende successive della famiglia di fatto, mettendosi in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra conviventi (ferma restando evidentemente la permanenza di ogni obbligo verso i figli).
Va per di più considerata la condizione del coniuge, che si vorrebbe nuovamente obbligato e che, invece, di fronte alla costituzione di una famiglia di fatto tra il proprio coniuge e un altro partner, necessariamente stabile e duratura, confiderebbe, all’evidenza, nell’esonero definitivo da ogni obbligo.

Nella specie, il giudice a quo ritiene pacifica (anche perchè già oggetto di esame sia nel corso del giudizio di separazione che del primo grado del presente giudizio di divorzio, la “convivenza more uxorio ” instaurata dalla I. con R.G., da cui erano nati due figli, uno dei quali morto alla nascita. Aggiunge il giudice a quo che la relazione stabile tra I. e R., e dunque anche l’apporto economico di questo alla famiglia di fatto, era venuto meno dal gennaio 2003. Ma tale circostanza, come si diceva, non potrebbe costituire titolo per ottenere l’assegno divorzile.

Accolto il primo motivo del ricorso, rimane assorbito il secondo.

Va cassata la sentenza impugnata.

Può decidersi nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c. , non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto.

Va rigettata la domanda di assegno divorzile, proposta dalla I..

La novità della questione trattata richiede la compensazione delle spese per tutti i gradi del procedimento.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo;

cassa la sentenza impugnata; decidendo nel merito, rigetta la domanda di assegno divorzile; compensa le spese tra le parti per tutti i gradi del procedimento.

In caso di diffusione, omettere generalità ed altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 22 gennaio 2015.

Depositato in Cancelleria il 3 aprile 2015

L’ORIENTAMENTO TRADIZIONALE: IL TRADIMENTO COME CAUSA DI ADDEBITO MA NON DI RISARCIMENTO

Del tutto innovativa è viceversa la sentenza della Corte di Cassazione sotto questo ultimo profilo.

In realtà i giudici del Tribunale e della Corte di Appello si erano conformati all’orientamento giurisprudenziale pregresso per cui la violazione dell’obbligo di fedeltà non darebbe luogo ipso jure ad alcun motivo di risarcimento del danno, a meno che tale violazione non sia posta in essere con sistemi e mezzi tali da configurare altri illeciti, come nel caso di atteggiamenti ingiuriosi o diffamatori.

Pertanto il principio a cui attenersi è stato costantemente quello di ritenere che la violazione dell’obbligo di fedeltà sentimentale e sessuale, potesse dare luogo semplicemente all’addebito della separazione, ma non ad un risarcimento in termini monetari.

La Corte Suprema ha sempre statuito infatti come “La domanda di risarcimento del danno contrasterebbe con il diritto del coniuge di perseguire le proprie scelte personali, soprattutto in conseguenza della legge che ha eliminato il carattere illecito dell’adulterio: il desiderio di libertà e felicità del marito, pur comportando la disgregazione della famiglia, può essere sanzionato con l’addebito della separazione, ma non potrebbe configurarsi quale fonte di risarcimento dei danni”.

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CAPARRA CONFIRMATORIA AVVOCATI A BOLOGNA – Avvocati a Bologna-avvocati Bologna – avvocato Sergio Armaroli Se stai cercando un avvocato tra gli avvocati a Bologna chiama l’avvocato Sergio ArmaroliSUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 2 dicembre 2014 – 13 marzo 2015, n. 5095

(Presidente Ceccherini – Relatore Scaldaferri)

Svolgimento del processo

Nel marzo 2000 il Fallimento della G.I.F.I. – Gruppo Industriale Finimpianti – s.p.a., dichiarato nel luglio 1997, convenne in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma la S.A.P.A.M. Società dell’Acqua Pia Antica Marcia s.p.a., per sentirla condannare alla restituzione della somma di lire 350.000.000 versatale dalla società in bonis a titolo di acconto sul corrispettivo della cessione, pattuita con scrittura privata datata 13.12.1995, delle azioni della S.I.C. s.p.a., già restituite alla società convenuta sin dal febbraio 1996 dal Notaio depositario a seguito dell’infruttuoso decorso del termine fissato in contratto per il saldo prezzo. La restituzione della somma veniva dal Fallimento richiesta, gradatamente, in ragione: a) della inopponibilità alla massa dei creditori del contratto di cessione, stante la mancanza di data certa; b) della risoluzione del contratto stesso ad opera di S.A.P.A.M.; c) dell’arricchimento senza causa di quest’ultima. La S.A.P.A.M., costituendosi, premesso che la scrittura contrattuale aveva data certa, rilevò che la somma in questione, ricevuta a titolo di caparra confirmatoria come da clausola contrattuale, era stata legittimamente incamerata a seguito del decorso infruttuoso del termine per il versamento del saldo prezzo, da essa assegnato alla acquirente dei titoli azionari con diffida ad adempiere comunicata con raccomandata del 9.2.1996. Con sentenza del 18 novembre 2002 il Tribunale accolse la domanda di restituzione della somma ritenendo priva di data certa, e quindi inopponibile alla massa fallimentare, la scrittura di cessione.

Tale sentenza, gravata di appello dalla S.A.P.A.M. – cui resisteva la Curatela fallimentare -, veniva confermata, con diversa motivazione, dalla Corte d’appello di Roma con sentenza depositata il 9 novembre 2006. La Corte distrettuale, pur ravvisando la certezza della data della scrittura contrattuale, osservava tuttavia che la S.A.P.A.M., avendo scelto di provocare, con la notifica della diffida ad adempiere, la risoluzione di diritto del contratto, non poteva poi riqualificare la propria condotta – per giustificare ora per allora una non consentita ritenzione della somma ricevuta- in esercizio della facoltà di autotutela costituita dal recesso a norma dell’ art. 1385 cod.civ.. Sì che, potendo in caso di risoluzione del contratto la somma ricevuta a titolo di caparra essere trattenuta solo a titolo di garanzia per la riscossione delle somme corrispondenti ai danni che risultino eventualmente dimostrati secondo le regole ordinarie, la somma stessa doveva, in caso contrario, essere restituita in conseguenza della risoluzione del contratto in base al quale era stata consegnata. Avverso tale sentenza la S.A.P.A.M. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, cui resiste con controricorso la Curatela del Fallimento G.I.F.I.

Motivi della decisione
1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione o falsa applicazione dell’art. 1385 cod.civ., sostenendo in sintesi che il vano decorso del termine assegnato con la diffida ad adempiere, e la conseguente risoluzione di diritto (art. 1454 cod.civ.) del contratto cui accedeva la caparra confirmatoria, non impediva ad essa parte adempiente di esercitare la facoltà di ritenzione della caparra ricevuta, come preannunciato nella stessa diffida, e di far valere tale suo diritto nel giudizio in cui è stata convenuta dalla controparte per la restituzione della somma stessa.

1.1. Con il secondo motivo si denuncia la omessa o insufficiente motivazione sulla volontà di essa ricorrente di recedere e ritenere la caparra.

1.2. Con il terzo motivo si censura, per violazione dell’art. 91 cod.proc.civ. e per omessa motivazione, la condanna di essa ricorrente al pagamento delle spese di lite, nonostante la reciproca soccombenza.

2. Il primo motivo è fondato.

Secondo il combinato disposto del comma secondo e del comma terzo dell’art. 1385 cod.civ., di fronte all’inadempimento di una delle parti l’altra può, a sua scelta, recedere dal contratto e trattenere la caparra, ovvero chiedere la risoluzione (o anche l’esecuzione) del contratto e il risarcimento del danno, che in tal caso dovrà allegare e provare secondo le norme generali: la Corte di merito ha falsamente applicato tali disposizioni nel ritenere che la fattispecie in esame rientri nella seconda ipotesi.

Invero, non merita condivisione la ragione di fondo del ragionamento seguito dalla Corte, che cioè l’esercizio della facoltà di ritenzione della caparra, prevista dal comma secondo, sarebbe incompatibile con l’intervenuta risoluzione di diritto del contratto cui accede la caparra stessa, che dovrebbe per ciò sussumersi sotto la previsione del comma terzo. Incompatibilità, strutturale e funzionale, vi è piuttosto (cfr. Cass. S.U. n. 553/09, che peraltro ha esaminato la questione sotto il distinto profilo del divieto dei nova in appello, qui non rilevante) tra la proposizione della domanda di risarcimento del danno e la ritenzione della caparra confirmatoria, considerando che quest’ultima consiste in una liquidazione anticipata e convenzionale del danno volta a consentire una immediata definizione del rapporto in caso di inadempimento, evitando l’instaurazione di un giudizio contenzioso per la liquidazione del danno causato da tale inadempimento. Se questo è il criterio di fondo da seguire nella interpretazione dell’art. 1385 cod.civ., il contrasto tra il recesso previsto dal comma secondo e la risoluzione di diritto si mostra solo apparente. In tal senso, la dottrina ha persuasivamente evidenziato, trovando puntuale conferma nella richiamata pronuncia delle Sezioni unite (oltre che in altre successive: cfr. Sez. 2 n. 21838/10), come il recesso previsto da detta norma non sia sussumibile nella previsione dell’art. 1373 cod.civ., alla quale fa piuttosto riferimento il distinto istituto della caparra penitenziale (art. 1386 cod.civ.), bensì costituisca nient’altro che una forma di risoluzione stragiudiziale del contratto che presuppone l’inadempimento della controparte, destinata a divenire operante con la semplice comunicazione alla stessa. Una forma non dissimile, cioè, dalla risoluzione di diritto del contratto, disomogenea semmai con la sola risoluzione giudiziale. L’alternativa, quindi, tra le due ipotesi regolate dai comma secondo e terzo dell’art. 1385 cod.civ. -tra le quali la parte non inadempiente può scegliere quella che ritiene più conveniente per sé – non è tra recesso e risoluzione, bensì tra due discipline della risoluzione, la seconda delle quali consiste nel chiedere, indipendentemente dalla caparra, la liquidazione del danno subito nella sua effettiva entità, che evidentemente dovrà essere provata.

Quest’ultima ipotesi non ricorre nella specie, giacché qui la S.A.P.A.M., avendo comunicato alla controparte diffida ad adempiere con l’espressa precisazione che in difetto di adempimento il contratto si sarebbe risolto di diritto ed avrebbe trattenuto la somma ricevuta a titolo di caparra, non ha formulato nel giudizio instaurato da controparte alcuna domanda di risarcimento del danno né di risoluzione del contratto, essendosi limitata a resistere alla domanda di restituzione della somma ricevuta deducendo il suo diritto alla ritenzione della caparra. Che, per quanto sin qui considerato, non trova ostacolo negli argomenti esposti dalla Corte di merito.

3. Per tale motivo – che assorbe gli altri – si impone la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte distrettuale perché – in diversa composizione – proceda ad un nuovo esame della controversia tenendo conto del principio di diritto qui affermato, regolando anche le spese di questo giudizio di cassazione.
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