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C.R.I.F CENTRALE RISCHI SEGNALAZIONI, DEBITI FINANZIARIE

Quale sono le finalità perseguite dal sistema della Centrale dei Rischi?

1)sono migliorare il processo di valutazione del merito di credito della clientela, innalzare la qualità del credito concesso dagli intermediari nonché rafforzare la stabilità finanziaria del sistema creditizio.

image

QUALI OBBLIGHI HA IL SOGGETTO SEGNALANTE  ?

a) l’obbligo di verificare la non solvibilità del cliente alla stregua di una valutazione complessiva della situazione finanziaria del medesimo, questa valutazione non può limitarsi alla verifica di un mero inadempimento, ma deve considerare ulteriori elementi dai quali desumere la oggettiva difficoltà economico-finanziaria del cliente, quali ad esempio la sussistenza di protesti, la pendenza di procedure esecutive, lo squilibrio tra i mezzi a disposizione del debitore e consistenza della posizione debitoria e, quindi, verificare la capacità di produrre reddito e la liquidità del soggetto segnalato; b) l’obbligo di informare preventivamente ed in forma scritta il debitore.

.

ILLEGITTIMA LA SEGNALAZIONE ALLA CENTRALE RISCHI SE LA BANCA HA CONCESSO UNA RATEIUZZAZIONE

 

 

La segnalazione era sicuramente avvenuta dopo l’accettazione da parte della Banca del piano di rientro del debito senza richiesta di alcuna garanzia reale o personale e successivamente al versamento della prima rata da parte della Romagnoli; in un contesto quindi di assoluta regolarità pattizia. Inoltre, dagli atti acquisiti era emerso che la società aveva circa L. 77 miliardi in affidamenti utilizzati e fidi disponibili per L. 107 miliardi da parte del sistema bancario; aveva aperti oltre trentaquattro cantieri diretti ed una decina in associazione con altre imprese con un bilancio annuo di L. 100/120 miliardi di lire a fronte di che il debito con la Banca (pari a vecchie L. 300 milioni) assumeva ben modesto rilievo. Sì che la segnalazione era ingiustificata.

 

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imageSUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 3 dicembre 2013 – 12 febbraio 2014, n. 3165

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 4345-2007 proposto da:

BANCA CARIGE S.P.A. – CASSA DI RISPARMIO DI GENOVA E IMPERIA (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GRADOLI 22, presso l’avvocato VAGNONI FEDERICO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato VILLANI GIAN PIERO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

IMPRESA DI COSTRUZIONI ENRICO ROMAGNOLI S.P.A.;

– Intimata –

sul ricorso 6178-2007 proposto da:

BANCA CARIGE S.P.A. – CASSA DI RISPARMIO DI GENOVA E IMPERIA (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GRADOLI 22, presso l’avvocato VAGNONI FEDERICO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato VILLANI GIAN PIERO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

IMPRESA DI COSTRUZIONI ENRICO ROMAGNOLI S.P.A.;

– intimata –

sul ricorso 8379-2007 proposto da:

IMPRESA COSTRUZIONI E. ROMAGNOLI S.P.A. (P.I. (OMISSIS)), in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA FIAMMETTA 11, presso l’avvocato ITALIA SALVATORE, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ZANCHETTA RICCARDO M., giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

BANCA CARIGE S.P.A. – CASSA DI RISPARMIO DI GENOVA E IMPERIA (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GRADOLI 22, presso l’avvocato VAGNONI FEDERICO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato VILLANI GIAN PIERO, giusta procura a margine del ricorso principale;

– controricorrente al ricorso Incidentale –

sul ricorso 8991-2007 proposto da:

IMPRESA COSTRUZIONI E. ROMAGNOLI S.P.A. (P.I. (OMISSIS)), in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA FIAMMETTA 11, presso l’avvocato ITALIA SALVATORE, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ZANCHETTA RICCARDO M., giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

BANCA CARIGE S.P.A. – CASSA DI RISPARMIO DI GENOVA E IMPERIA (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GRADOLI 22, presso l’avvocato VAGNONI FEDERICO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato VILLANI GIAN PIERO, giusta procura a margine del ricorso principale;

– controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 66/2006 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 25/01/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 03/12/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIO DIDONE;

udito, per la ricorrente BANCA CARIGE, l’Avvocato VEGNONI FEDERICO che ha chiesto l’accoglimento;

udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale ROMAGNOLI, l’Avvocato ITALIA SALVATORE che si riporta;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ZENO Immacolata che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine rigetto della domanda della Banca, accoglimento dell’incidentale.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1.- Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Genova pur riducendo l’entità del danno liquidato – ha confermato la condanna della Banca CARIGE al risarcimento del danno in favore della s.p.a.

“Impresa di costruzioni Romagnoli” per l’illegittima segnalazione alla Centrale rischi della Banca d’Italia a causa del mancato rientro delle esposizioni debitorie – pari a L. 290.000.000 – inferiori al fido concesso di L. 300.000.000. La Corte di appello, dopo avere individuato il momento della segnalazione – collocabile nel lasso di tempo compreso tra il 6 dicembre 1996 (passaggio a contenzioso della pratica) e il 30 dicembre 1996 (epoca della prima segnalazione della sofferenza nel circuito bancario) – ha evidenziato che a tale momento andavano ricondotte le conoscenze della situazione dell’impresa che la banca poteva e doveva possedere. La segnalazione era sicuramente avvenuta dopo l’accettazione da parte della Banca del piano di rientro del debito senza richiesta di alcuna garanzia reale o personale e successivamente al versamento della prima rata da parte della Romagnoli; in un contesto quindi di assoluta regolarità pattizia. Inoltre, dagli atti acquisiti era emerso che la società aveva circa L. 77 miliardi in affidamenti utilizzati e fidi disponibili per L. 107 miliardi da parte del sistema bancario; aveva aperti oltre trentaquattro cantieri diretti ed una decina in associazione con altre imprese con un bilancio annuo di L. 100/120 miliardi di lire a fronte di che il debito con la Banca (pari a vecchie L. 300 milioni) assumeva ben modesto rilievo. Sì che la segnalazione era ingiustificata.

1.1.- Contro la sentenza di appello la banca convenuta ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi. Resiste con controricorso la società intimata, la quale ha proposto ricorso incidentale affidato a un motivo, resistito con controricorso della banca.

La banca ricorrente ha proposto un secondo ricorso integrato con la formulazione dei quesiti ex art. 366 bis c.p.c., peraltro non applicabile ratione temporis. Ricorso resistito con controricorso della intimata, la quale ha riproposto il ricorso incidentale resistito con controricorso dalla banca.

Nel termine di cui all’art. 378 c.p.c. le parti hanno depositato memoria.

2.- I ricorsi – proposti contro la medesima sentenza -vanno riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

2.1.- Con il primo motivo la banca ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto nonchè vizio di motivazione in ordine alla valutazione dei presupposti, delle modalità e dei tempi necessari per la segnalazione oltre che dei suoi effetti, da parte degli Istituti di credito, delle “sofferenze” di propri debitori alla Centrale rischi della Banca d’Italia.

Lamenta, in estrema sintesi, che la Corte di appello abbia erroneamente interpretato le disposizioni in materia della Banca d’Italia trascurando di considerare che fra le “segnalazioni di rischio” vanno ricomprese le “sofferenze” ovvero i “finanziamenti in essere nei confronti di soggetti in stato di insolvenza, anche non accertata giudizialmente, indipendentemente dall’esistenza di garanzie o dalla previsione di perdita”. I presupposti sarebbero alternativi: da un lato l’insolvenza anche non accertata giudizialmente e dall’altro le “situazioni a questa equiparabili”.

Secondo la ricorrente l’obbligo di segnalazione prescinde dalla situazione economico-finanziaria dell’impresa nè presuppone indagini tecniche e qualificate da parte della banca, la quale è tenuta a segnalare “segnali di pericolo”. Erroneamente la Corte di merito ha ritenuto irrilevanti i quattro decreti ingiuntivi emessi a carico della società Romagnoli, la mancanza di movimentazioni sul conto (1993-1996), la revoca del fido nel giugno 1996 e la proposta di rientro formulata solo a novembre 1996, l’esistenza di ulteriore debito per fideiussioni, il debito verso la Banca Antoniana per oltre un miliardo di lire e la ricapitalizzazione della società avvenuta solo nel 1997, con conseguente estinzione della passività. Per contro le circostanze positive valorizzate dalla sentenza impugnata sono state accertate solo in corso di causa. La valutazione dei bilanci non rientra tra i compiti della banca.

2.1.1.- Il motivo (ai limiti dell’inammissibilità nella parte in cui ripropone argomenti già contenuti nell’appello e motivatamente disattesi dalla Corte di merito) è infondato nella parte in cui denuncia la violazione di norme di diritto.

Invero, questa Corte ha già avuto modo di puntualizzare che la segnalazione di una posizione “in sofferenza” presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia, secondo le istruzioni del predetto istituto e le direttive del CICR, richiede una valutazione, da parte dell’intermediario, riferibile alla complessiva situazione finanziaria del cliente, e non può quindi scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento, ma deve essere determinata dal riscontro di una situazione patrimoniale deficitaria, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente, con la condizione d’insolvenza (Sez. 1, Sentenza n. 7958 del 01/04/2009).

Talchè è infondato il presupposto sul quale si basa l’intero motivo di ricorso, ossia che l’obbligo di segnalazione prescinde dalla situazione economico-finanziaria del cliente e che la banca non sia tenuta a valutarla, anche solo attraverso l’analisi dei bilanci.

2.2.- Con il secondo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione e violazione delle disposizioni in materia della Banca d’Italia in ordine alla sussistenza e quantificazione del danno per l’asserita illecita segnalazione. Deduce che la segnalazione era conoscibile soltanto a decorrere dalla prima decade di marzo 1997 e la cancellazione della segnalazione è avvenuta il 18 marzo 1997.

Sarebbero, quindi, insussistenti i danni, anche all’immagine, liquidati per essersi verificati nel lasso di tempo di una settimana.

La Corte di merito, poi, avrebbe omesso di valutare le circostanze segnalate dal c.t.u. in ordine alla scarsa diligenza della Romagnoli nella gestione del rapporto con CARIGE; l’esigua importanza del fido rispetto ad altri affidamenti complessivi (non toccati dalla segnalazione); la possibilità di anticipare il finanziamento da parte degli azionisti; l’imputabilità alla società del danno all’immagine.

2.2.1.- Il motivo è infondato.

Da un lato sono inammissibili le censure che presuppongono una rivalutazione del materiale probatorio e l’accertamento in fatto operato dalla Corte di merito, segnatamente sull’effetto negativo della segnalazione nei rapporti con le banche, tale da comportare un aumento dei tassi praticati. Dall’altro sono infondate le censure circa la mancata valutazione del comportamento della società attrice, di cui, invece, la Corte di merito ha tenuto conto nella determinazione del danno (v. sentenza impugnata, pag. 23).

3.- Con l’unico motivo del ricorso incidentale la società controricorrente si duole che la Corte di merito, nel ripartire il carico delle spese, abbia tenuto conto soltanto dell’esito del giudizio di secondo grado e della soccombenza relativa al quantum. Le spese, quanto meno, avrebbero dovuto essere compensate.

3.1.- Il motivo è infondato.

La Corte territoriale ha ritenuto che il parziale accoglimento dell’appello giustificasse la compensazione tra le parti delle spese del grado per un terzo, ponendo i restanti due terzi a carico della società appellata alla stregua della “maggior soccombenza” della medesima. La ricorrente omette di considerare che l’appello principale è stato accolto, sia pur parzialmente, e l’appello incidentale, sebbene parzialmente accolto, ha comportato una liquidazione del danno di molto inferiore alla somma richiesta con la domanda (“non inferiore a miliardo di L.”).

4.- Previa riunione, dunque, tutti i ricorsi devono essere rigettati.

Quanto alle spese del giudizio di legittimità, l’esito complessivo del giudizio ne giustifica la compensazione per la metà mentre la rimanente parte – dell’importo complessivo liquidato in dispositivo – va posta a carico della banca ricorrente.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta. Dichiara compensate per ^ le spese del giudizio di legittimità e pone la rimanente metà a carico della banca ricorrente; spese liquidate per l’intero in Euro 15.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 dicembre 2013.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2014.

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 6 giugno – 9 luglio 2014, n. 15609

(Presidente Forte – Relatore Nazzicone)

Svolgimento del processo

Con sentenza del 24 maggio 2007, la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della sentenza definitiva del 25 novembre 2004 del Tribunale della stessa città, ha condannato la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. al risarcimento del danno in favore della Gesis s.r.l. nella misura di Euro 100.000,00, oltre interessi dal deposito della sentenza al saldo, per illegittima segnalazione del nominativo della società alla centrale di rischi.

La Corte ha ritenuto, sulla base della disciplina della materia, che la segnalazione dei rischi operata dalla banca fu illecita.

Ha premesso che presupposto della segnalazione non è né l’esistenza di un credito in sé, né uno stato di conclamata insolvenza, ma la ragionevole ed oggettiva opinione che il credito non possa essere soddisfatto in tempi congrui, sulla base di un sospetto qualificato dalla presenza degli elementi sintomatici dell’inadempimento.

Ha poi argomentato nel senso che il credito non era, nella specie, esigibile e che vi era controversia tra le parti sull’importo dovuto alla banca, quanto agli interessi calcolati; che, quindi, non vi era alcun inadempimento e che da nessun elemento emergeva una situazione di pericolo, anche perché il credito di L. 142.000 sussistente alla data della segnalazione del 17 novembre 1997 era assistito dalle fideiussioni personali di P.F. e T.P. e da garanzia reale, mentre nel gennaio dello stesso anno era stato accordato un finanziamento ampiamente restituito sino ad allora, senza che nessun nuovo fatto negativo fosse emerso; ha aggiunto che la società aveva rapporti contrattuali significativi con grandi società di servizi.

La banca, quindi, allorché nel gennaio 1998 aveva revocato il fido, dopo che la cliente aveva comunque manifestato la volontà di risolvere il rapporto, e concesso un giorno di tempo per il rientro, appariva aver tenuto una condotta contraria a buona fede, atta piuttosto a giustificare ex post l’avvenuta segnalazione.
Con riguardo, in particolare, al quantum del risarcimento, ha escluso la debenza del danno da lucro cessante (Euro 593.925, secondo il tribunale) e ridotto il danno emergente (Euro 290.920, secondo il tribunale): infatti, la società aveva proseguito la sua attività, con fatturato pressoché immutato; dopo tre anni, i soci avevano posto la società in liquidazione e costituito la Gesis Italia 2000 s.r.l., utilizzando la medesima denominazione, evidentemente reputata non compromessa, ma anzi desiderabile presso la clientela.

Ha determinato, dunque, in via equitativa il danno alla reputazione commerciale e non patrimoniale nella misura di Euro 100.000,00, ai valori attuali e comprensivo degli interessi per la tardiva disponibilità della somma.

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione la Gesis s.r.l., sulla base di due motivi.
Resiste la banca con controricorso, proponendo ricorso incidentale affidato a nove motivi.

Motivi della decisione

1. – Preliminarmente va disposta la riunione dei ricorsi, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso la medesima decisione.

2. – Con il primo motivo, la ricorrente deduce la “violazione e/o falsa applicazione di norma di diritto”, lamentando la liquidazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c. in misura difforme da quanto accertato dalla c.t.u., che lo aveva determinato in un’entità assai maggiore (Euro 884.843,00), e senza distinguere danni patrimoniali e non patrimoniali.

Con il secondo motivo, lamenta l’”insufficiente e contraddittoria motivazione”, avendo la corte d’appello ridotto l’entità del risarcimento disposto in primo grado, senza indicare i presupposti del suo convincimento e pur dopo avere affermato che la segnalazione alla centrale dei rischi aveva compromesso la reputazione della società determinando anche un danno patrimoniale.

3. – Con il primo motivo del ricorso incidentale, la banca deduce l’omessa motivazione sul fatto decisivo, ex art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c., consistente nell’avere il giudice di primo grado posto a base della decisione, nel reputare illegittima la segnalazione alla centrale dei rischi, circostanze di fatto (lo stato complessivo della situazione patrimoniale del debitore verso le banche) non corrispondenti a quelle allegate dalla società (l’insussistenza dell’insolvenza).

Con il secondo motivo, censura la violazione o falsa applicazione degli art. 112 e 342 c.p.c., ex art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c., per avere la sentenza impugnata omesso l’esame del motivo di appello, concernente la circostanza che il giudice di prime cure ha recepito una nozione di insolvenza, rilevante ai fini della segnalazione, diversa da quella allegata dall’attore nella sua domanda.

Con il terzo motivo, deduce la nullità della sentenza per mancata pronuncia sul motivo predetto, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c..

Con il quarto motivo, deduce la carenza o contraddittorietà della motivazione sul fatto decisivo della sussistenza dei presupposti per la segnalazione a sofferenza, avendo la corte d’appello, da un lato, considerato le circostanze irrilevanti dell’elevato target della clientela della società o del maggior credito passato della banca, e, dall’altro lato, trascurato di considerare che gli anticipi su fatture, rispettivamente di L. 60.000.000 (fattura di L. 81.000.000 circa) e di L. 20.000.000 (fattura di L. 62.000.000 circa), non erano stati rimborsati, o almeno non sui conti correnti appositamente aperti presso la banca; ed i conti presentavano saldi negativi di complessive L. 142.000.000 (85 milioni e 57 milioni) superiori alla garanzia pignoratizia concessa, la quale si era ridotta notevolmente per cessione di parte dei titoli; quanto alle ragioni della contestazione del credito della banca, il riferimento alla “nota sentenza della Cassazione che vietava l’anatocismo e la capitalizzazione trimestrale” era inconferente, posto che i fatti di causa risalivano a due anni prima della sentenza n. 12507 del 1999 della Corte.

Con il quinto motivo, censura la carenza o contraddittorietà della motivazione sul fatto decisivo della determinazione delle voci di danno risarcibile, non avendo adeguatamente valorizzato la circostanza che risultava variato solo il fido erogato mediante anticipazione su fatture e revocato il fido dell’Istituto San Paolo, che i testi avevano escluso altre revoche di finanziamenti, e che comunque queste non producono in sé un danno, mentre vi è un lasso temporale prima della evidenziazione della segnalazione sul sistema.

Con il sesto motivo, deduce la violazione o falsa applicazione degli art. 1223, 1226 e 2697 c.c., in quanto mancava la prova dell’an del pregiudizio, non risultando la contrazione del fatturato, né l’incidenza sull’attività sociale della dedotta revoca dei finanziamenti.

Con il settimo motivo, deduce la violazione o falsa applicazione degli art. 1223, 2059 c.c. e 112 c.p.c., in quanto la Gesis s.r.l. non aveva mai chiesto la liquidazione del danno non patrimoniale, né alle persone giuridiche può riconoscersi un danno da patema d’animo o da stress, neppure in astratto; non vi era, inoltre, accertamento della lesione di diritti inviolabili della persona costituzionalmente garantiti da ricondurre all’art. 2059 c.c..

Con l’ottavo motivo, censura la nullità della sentenza, per avere essa pronunciato in relazione alla ricordata domanda risarcitoria, non proposta.

Con il nono motivo, la ricorrente incidentale deduce la carenza di motivazione su fatto decisivo e controverso, con riguardo alla configurabilità di un danno non patrimoniale della persona giuridica costituito da patema e stress nel reperire finanziamenti.

4. – Il ricorso principale è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c..

4.1. – Il primo motivo contiene, infatti, un quesito di diritto affatto generico, con il quale si chiede alla Corte se sia vero che la corte territoriale “ha operato una valutazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c. illegittima poiché in assenza dei presupposti per farne ricorso e motivata in modo insufficiente e contraddittorio” o “addirittura non motivata”.

Secondo la giurisprudenza consolidata (e plurimis, Cass. 7 marzo 2012, n. 3530), il quesito inerente ad una censura in diritto – dovendo assolvere alla funzione di integrare il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale – non può essere meramente generico e teorico, ma deve essere calato nella fattispecie concreta, per mettere la corte in grado di poter comprendere dalla sua sola lettura, l’errore asseritamente compiuto dal giudice di merito e la regola applicabile.

Il mancato rispetto della prescrizione rende il motivo inammissibile.

4.2. – Il secondo motivo, che attiene al vizio di motivazione, a sua volta si palesa inammissibile per mancanza del c.d. momento di sintesi, posto che secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (e multis, Cass. 20 maggio 2013, n. 12248; 18 novembre 2011, n. 24255; sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603), nei ricorsi per cassazione avverso i provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed impugnati per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, secondo l’art. 366 bis c.p.c. da tale decreto legislativo introdotto, la censura formulata ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c. deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti.

5. – Il primo, il secondo ed il terzo motivo del ricorso incidentale, censurando tutti, sotto il profilo dell’art. 360, primo comma, n. 3, 4 e 5 c.p.c., l’omesso esame di un motivo di appello, vanno congiuntamente esaminati.
Occorre ricordare che la decisione del giudice di secondo grado, la quale non esamini e non decida un motivo di censura della sentenza impugnata, è ricorribile per cassazione non già per omessa o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia, o per violazione di legge, ma per omessa pronuncia sul motivo di gravame, onde il motivo che denunzia il vizio ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 o n. 5 c.p.c., è inammissibile (e multis, Cass. 15 maggio 2013, n. 11801 ed ord. 24 marzo 2010, n. 7023).

Quanto alla violazione di norma processuale, premesso che la censura di alterazione delle circostanze di fatto allegate dall’attrice in primo grado è priva di pregio, posto che nella deduzione dell’insussistenza di uno stato di “insolvenza” va ragionevolmente ricompresa quella della mancanza di una situazione patrimoniale – finanziaria compromessa verso il sistema bancario, quale presupposto per l’operata segnalazione dei crediti in sofferenza alla centrale dei rischi, si osserva come la corte d’appello abbia ampiamente motivato con riguardo a tali presupposti, nel caso di specie: che ha reputato necessario individuare non nell’esistenza di un credito in sé, né nello stato di conclamata insolvenza, ma piuttosto nella ragionevole ed oggettiva opinione che il credito non possa essere soddisfatto in tempi congrui, sulla base di un sospetto qualificato dalla presenza degli elementi sintomatici dell’inadempimento.

In tal modo, la sentenza impugnata ha preso in considerazione il motivo di appello in discorso, nell’ambito della motivazione relativa, nel suo complesso, alla violazione degli obblighi gravanti sulla banca segnalante.
Ne deriva che il vizio denunziato non sussiste, posto che l’omessa pronuncia sopra un vizio del provvedimento impugnato va accertata con riferimento alla motivazione della sentenza nel suo complesso, senza privilegiare aspetti formali, sicché esso può ritenersi sussistente soltanto quando risulti non essere stato esaminato il punto controverso e non quando, al contrario, la decisione sul motivo di impugnazione risulti implicitamente da un’affermazione decisoria di segno contrario ed incompatibile.

6. – Il quarto motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile.

La corte d’appello ha ritenuto illegittima la segnalazione alla centrale dei rischi, argomentando nel senso che il credito non era esigibile, vi era controversia tra le parti sull’importo dovuto alla banca quanto agli interessi e, quindi, non vi era alcun inadempimento in atto.

Ha aggiunto che da nessun elemento emergeva una situazione di pericolo, anche perché il credito di L. 142.000.000, sussistente alla data della segnalazione del 17 novembre 1997, era assistito dalle fideiussioni personali di P.F. e T.P. e da garanzia reale, mentre nel gennaio dello stesso anno era stato accordato un finanziamento ampiamente restituito sino ad allora, senza che nessun nuovo fatto negativo fosse emerso; ha precisato che la società aveva rapporti contrattuali significativi con grandi società di servizi, come provato in corso di causa.

La banca, quindi, allorché nel gennaio 1998 aveva revocato il fido, dopo che la cliente aveva comunque manifestato la volontà di risolvere il rapporto, e concesso un giorno di tempo per il rientro, secondo la corte territoriale ha tenuto una condotta contraria a buona fede, atta piuttosto a giustificare ex post l’avvenuta segnalazione.

La sentenza impugnata, in tal modo, si è conformata, da un lato, all’orientamento consolidato, secondo cui:
a) ai fini dell’obbligo di segnalazione che incombe sulle banche, il credito può essere considerato in sofferenza allorché sia vantato nei confronti di soggetti in istato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente o che versino in situazioni sostanzialmente equiparabili, nozione che non si identifica con quella dell’insolvenza fallimentare, dovendosi far riferimento ad una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come “grave difficoltà economica” (Cass., 10 ottobre 2013, n. 23093 e 12 ottobre 2007, n. 21428);
b) la segnalazione di una posizione in sofferenza non può scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento, ma deve essere determinata dal riscontro di una situazione patrimoniale deficitaria, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente, con la condizione d’insolvenza (Cass. 1 aprile 2009, n. 7958).

Dall’altro lato, il motivo sottopone alla Corte questioni di fatto e valutazione di prove già compiute, senza vizi logici o giuridici, dal giudice del merito ed unicamente allo stesso spettanti, onde l’argomentare della corte territoriale non è altrimenti sindacabile, dovendosi ricordare che, con la proposizione del ricorso per cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sé coerente (e multis, cfr., in motivazione, Cass., ord. 21 giugno 2012, n. 10347; ord. 14 giugno 2012, n. 9764; 1 giugno 2012, n. 8877; 10 gennaio 2012, n. 86; ord., 6 aprile 2011, n. 7921; 12 agosto 2004, n. 15693; 7 agosto 2003, n. 11936).

Resta infine irrilevante, nell’economia del discorso motivazionale della sentenza impugnata, il riferimento al revirement di questa Corte in tema di capitalizzazione trimestrale degli interessi sui conti correnti bancari quale causa della controversia sugli interessi insorta tra le parti, palesandosi di qualche rilievo questa ultima circostanza, e non le sue cause.

7. – I motivi dal quinto al nono censurano la determinazione del danno e vanno considerati unitamente, in quanto intimamente connessi.

Essi sono infondati.

La corte d’appello ha ridotto notevolmente il danno liquidato in primo grado (lucro cessante di Euro 593.925,00 e danno emergente di Euro 290.920,00 secondo il tribunale): infatti, ha ritenuto provato che la società abbia proseguito la sua attività, con fatturato pressoché immutato e che, dopo tre anni, i soci avevano sì posto la società in liquidazione, ma costituendo la Gesis Italia 2000 s.r.l..

Ha tuttavia, considerato che comunque vi fu pregiudizio alla reputazione della società, posto che era dimostrato, a mezzo dei testimoni escussi, come le banche fossero venute a conoscenza della segnalazione, la Cariplo respinse la richiesta di aumento del fido e l’Istituto San Paolo lo revocò.

In tal modo, la società aveva subito la rinuncia, almeno temporale, a piani di espansione, avendo l’errata segnalazione inciso sulla libera concorrenza ed avvantaggiato altre aziende del settore, con conseguente perdita di competitività sul mercato per le occasioni commerciali sfumate, ed avendo il c.t.u. accertato le difficoltà in cui si trovò ad operare la società; inoltre, le energie psico-fisiche, facenti capo agli amministratori della società, erano state per un certo tempo dirottate verso l’individuazione di altre fonti di finanziamento e, quindi, sottratte al reperimento di nuovi clienti o all’acquisizione di altre commesse, con conseguenze reddituali e con danno non patrimoniale costituito dal patema e dallo “stress” di reperire in breve tempo fonti alternative di finanziamento.

Ha determinato, infine, in via equitativa il danno nella misura complessiva di Euro 100.000,00, ai valori attuali e comprensivo degli interessi per la tardiva disponibilità della somma.

In sostanza, la sentenza d’appello, come emerge dalla ricordata motivazione, ha ritenuto che – provata l’illiceità della segnalazione – fossero stati pure dimostrati il pregiudizio alla reputazione e la conseguente situazione di difficoltà aziendale (per la riduzione degli affidamenti e la necessità di reperirne altri) derivati dall’altrui condotta; laddove il riferimento allo “stress” appare riferito piuttosto alla disfunzione amministrativa e gestionale collegata alla ricerca di fonti di finanziamento alternative, e non ad uno stato psicologico come tale.

In tal modo, la corte territoriale si è attenuta ai principi costanti che riconoscono, in ipotesi di illegittima segnalazione del debitore alla centrale rischi, sia il danno non patrimoniale alla persona, anche giuridica, con riguardo ai valori della reputazione e dell’onore (essendo anche i soggetti collettivi titolari dei diritti della personalità a tutela costituzionale ex art. 2 Cost.), sia il danno al patrimonio, che può essere oggetto della prova presuntiva, quale conseguenza per l’imprenditore di un peggioramento della sua affidabilità commerciale, essenziale anche per l’ottenimento e la conservazione dei finanziamenti, con lesione del diritto ad operare sul mercato secondo le regole della libera concorrenza (cfr., per tali principi, le decisioni Cass. 30 agosto 2007, n. 18316; 4 giugno 2007, n. 12929; 18 aprile 2007, n. 9233; 28 giugno 2006, n. 14977; 3 aprile 2001, n. 4881; 23 marzo 1996, n. 2576; v. pure Cass. 18 settembre 2009, n. 20120, in tema di assicurazione contro i danni).

In particolare, anche nei confronti dell’ente collettivo è configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale, intesa come qualsiasi conseguenza pregiudizievole di un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento ma di riparazione: allorquando, cioè, il fatto lesivo incida su di una situazione giuridica dell’ente che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla costituzione (Cass. 1 ottobre 2013, n. 22396; 12 dicembre 2008, n. 29185; 4 giugno 2007, n. 12929).

Entrambi tali danni, inoltre, possono essere liquidati in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c. (cfr. Cass. 2 settembre 2008, n. 22061).

Pertanto, con riguardo sia alla derivazione del danno dalla condotta che alla concreta determinazione di esso, la corte d’appello ha fatto corretta applicazione delle norme nel motivo richiamate, senza alcun vizio sindacabile in questa sede.

Con riguardo, infine, alle censure di cui ai motivi settimo ed ottavo, l’attrice in primo grado aveva chiesto, come anche la banca afferma, la liquidazione di “tutti i danni” derivanti dalla dedotta segnalazione: ed è principio incontroverso che la domanda di risarcimento “di tutti i danni” è indicativa della volontà di conseguire l’integrale risarcimento di tutte le voci di danno legittimamente ricollegabili all’evento lesivo (Cass. 11 ottobre 2013, n. 23147; 17 dicembre 2009, n. 26505; 22 agosto 2007, n. 17873; 8 giugno 2007, n. 13391; 20 febbraio 2007, n. 3936; v. pure Cass. 16 giugno 2011, n. 13179).

5. – Le spese, in ragione della reciproca soccombenza, vengono interamente compensate.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi principale ed incidentale e li rigetta; compensa per intero fra le parti le spese di lite.

 

 

 

 

 

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