DEVO SEPARARMI, COME DEVO FARE? I MIEI CONSIGLI,

17 Maggio 2019 Sergio Armaroli 0 Comments

DEVO SEPARARMI, COME DEVO FARE? I MIEI CONSIGLI, CHIAMA L’ AVVOCATO SERGIO ARMAROLI-avvocati Bologna separazione divorzio breve

I TEMPI SONO DI ALCUNI MESI DOPO CHE E’ STATO DEPOSIATO IL RICORSO CONGIUNTO DI SEPARAZIONE CONSESUALE

devo-separmi-come-devo-fare-i-miei-consigli-chiama-lavvocato-sergio-armaroliDANIELA

Sono stata rappresentata dall’avvocato Sergio Armaroli per una separazione.

L’avvocato mi ha spiegato tutto l’iter e i costi, sono rimasta soddisfatta finalmente un avvocao che ascolta

Tommaso

Mia moglie aveva chiesto la separazione  e l’ avvocato Sergio Armaroli mi ha risolto brillantemente  la posizione

DEVO SEPARARMI, COME DEVO FARE? I MIEI CONSIGLI, CHIAMA L' AVVOCATO SERGIO ARMAROLI-avvocati Bologna separazione divorzio breve sep‎arazione deve essere sempre dichiarata dal Tribunale, che è giudiziario preposto alla verifica di quanto richiesto dai coniugi (in particolar modo per quanto concerne i figli minori).
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Ludovica

 

Per un divorzio m isono rivolta all’avvocato Sergio Armaroli, mi è sembrato molto attento e scrupoloso

 

Massimo

Dopo molto anni di matrimonio dovevo separarmi ,molto dura, per fortuna l’avvocato Sergio Armaroli m iha ascoltato e risolto il problema

Francesca

Avevo una problematica con il mio ex marito, una questione patrimoniale mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armaroli e lo stesso mi ha seguito con attenzione e risultato

Carla

 

Mio marito aveva una relazione con altra donna e non voleva darmi il mantenimento per fortuna l’avvocato Sergio Armaroli ha risolto il problema con una separazione con addebito  a mio marito

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accettazione tacita di eredità è obbligatoria

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SEPARAZIONI A BOLOGNA
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SEPARAZIONE CONSENSUALE SENZA FIGLI

La separazione consensuale dei coniugi senza figli è sostanzialmente identica nella procedura (e quindi anche nei costi) alla separazione delle coppie con prole. L’aspetto economico è vantaggioso in quanto non si deve considerare il mantenimento per i figli, ma l’importo da versare eventualmente all’avvocato o il costo della marca da bollo restano invariati.

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Assegno di mantenimento divorzio nuova convivenza,avvocato separazione Bologna

ANZOLA DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 2. ARGELATO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 3. BARICELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 4. BENTIVOGLIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 5. BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 6. BORGO TOSSIGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 7. BUDRIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 8. CALDERARA DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 9. CAMUGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO10. CASALECCHIO DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO11. CASALFIUMANESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO12. CASTEL D’AIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO13. CASTEL DEL RIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO14. CASTEL DI CASIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO15. CASTEL GUELFO DI B. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO16. CASTEL MAGGIORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO17. CASTEL SAN PIETRO TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO18. CASTELLO D’ARGILE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO19. CASTENASO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO20. CASTIGLIONE DEI PEPOLI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO21. CREVALCORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO22. DOZZA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO23. FONTANELICE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO24. GAGGIO MONTANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO25. GALLIERA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO26. GRANAGLIONE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO27. GRANAROLO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO28. GRIZZANA MORANDI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO29. IMOLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO30. LIZZANO IN BELVEDERE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO31. LOIANO32. MALALBERGO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO33. MARZABOTTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO34. MEDICINA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO35. MINERBIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO36. MOLINELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO37. MONGHIDORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO38. MONTE SAN PIETRO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO39. MONTERENZIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO40. MONZUNO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO41. MORDANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO42. OZZANO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO43. PIANORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO44. PIEVE DI CENTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO45. PORRETTA TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO46. SALA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO47. SAN BENEDETTO VAL DI S. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO48. SAN GIORGIO DI PIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO49. SAN GIOVANNI IN P. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO50. SAN LAZZARO DI SAVENA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO51. SAN PIETRO IN CASALE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO52. SANT’AGATA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO53. SASSO MARCONI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO54. VALSAMOGGIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO

separazione consensuale a bologna 3 CONSIGLI RISOLVI ORA tempi costi e vantaggi di una consensuale rispetto a una giudiziale
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Lo studio dell’avvocato Sergio Armaroli tratta diritto di famiglia, come: Divorzi (Divorzio Giudiziale E Divorzio Congiunto), Riconoscimento Del Matrimonio O Divorzio Realizzato All’estero, Riconoscimento Della Separazione E Del Divorzio Estero In Italia, Affidamento Condiviso E Congiunto, Scioglimento Del Matrimonio E Cessazione Degli Effetti Civili, Convenzioni Matrimoniali, Disconoscimento Di Paternità, Filiazione, Mantenimento Del Coniuge, Mantenimento Dei Minori, Assegno Divorzile, Addebito Della Separazione, Risarcimento Dei Danni, Adozioni, Tutela Dei Minori, Matrimonio Misto, Accordi Di Convivenza, Diritto Penale Della Famiglia, Impresa Familiare, Violenze Intrafamiliari, Interdizione, Inabilitazione, Decadenza Potestà Genitori, Sospensione Potestà Genitori, Diritti Degli Ascendenti, Dichiarazione Giudiziale Di Paternità, Strumenti A Tutela Del Corretto Adempimento Delle Obbligazioni Alimentari, Consulenza Legale Relativa A Separazioni, Divorzi, Mediazione Familiare, Affidamento Dei Figli, Accordi Di Convivenza, Adozioni, Variazioni Alle Condizioni Di Separazione E Mediazione Familiare, Assistenza Legale – Assegno Di Mantenimento – Assegno Divorzile – Diritto Di Famiglia – Affidamento Condiviso – Separazione Giudiziale

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ADDEBITO SEPARAZIONE

 

COSA SUCCEDE SE OTTENGO L’ADDEBITO DEL CONIUGE?

Tali doveri (individuati dall’art. 143 c.c.) sono il dovere di fedeltà, il dovere di assistenza morale o materiale, la collaborazione nell’interesse della famiglia e la coabitazione.  Non basta però la condotta contraria ai doveri matrimoniali, occorre che ci sia un nesso di causalità con il fallimento del matrimonio stesso. Se la crisi coniugale è intervenuta per ragioni ulteriori e diverse, e magari antecedenti, alla violazione dei doveri matrimoniali, non ci sarà spazio per una pronuncia di addebito della separazione (Cass. Civ. n. 25560/2010). La separazione può essere pronunciata anche con addebito ad entrambi i coniugi.

Le conseguenze della pronuncia di addebito sono DUE:

1)Perdita del diritto all’assegno di mantenimento

Il coniuge cui è stata addebitata la separazione, anche se versa nelle condizioni economiche che giustificherebbero il riconoscimento di assegno di mantenimento, ne perde il relativo diritto. Rimane inalterato il diritto agli alimenti.

Perdita dei diritti successori

Il coniuge separato al quale non sia stata addebitata la separazione mantiene gli stessi diritti del coniuge non separato (art. 548 c.c.). In caso di addebito il coniuge perde la qualifica di erede legittimario e lo speciale diritto di abitazione della casa coniugale compreso l’uso dei mobili che la arredano.

Perdita del diritto alle prestazioni previdenziali del coniuge defunto

 

 

 

AAAAFOTO BRACCIO DI FERRO 

 

 

1)FAMIGLIA DI ORIGINE CHE PROVVEDE A ELARGIZIONI VA CONSIDERATO AL FINE DEL QUANTUM DI ASSEGNO DI MANTENIMENTO

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il diritto al mantenimento a seguito di separazione personale sorge, in favore del coniuge al quale questa non sia addebitabile, ove egli non fruisca di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante il matrimonio. Nel valutare tale presupposto, tuttavia, il giudice dovrà tenere conto di ogni tipo di reddito disponibile da parte del richiedente, ivi compresi quelli derivanti da elargizioni da parte di familiari che erano in corso durante il matrimonio con carattere di regolarità e continuità tali da influire in maniera stabile e certa sul tenore di vita dell’interessato (Cass. civ. sezione I n. 5916 del 26 giugno 1996). Tale giurisprudenza, applicabile al caso in esame sotto il profilo della determinazione del tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio, non è in contraddizione con quella richiamata dal ricorrente (Cass. civ. sezione I n. 10380 del 21 giugno 2012) che si riferisce alla valutazione del reddito del soggetto obbligato alla corresponsione dell’assegno di mantenimento perché in tal caso viene in gioco un elemento (il reddito dell’obbligato) cui deve essere attribuito un carattere di stabilità destinato a valere nel tempo futuro e che non può derivare da un evento incerto e non dipendente dalla volontà dell’obbligato qualè necessariamente l’elargizione di liberalità in suo favore, sia pure da parte dei suoi familiari, laddove invece la fruizione costante di tali elargizioni nel corso del matrimonio ha oggettivamente prodotto un tenore di vita della coppia che non può non essere preso in considerazione ai fini della valutazione richiesta dall’art. 156 c.c. e dalla giurisprudenza consolidata in materia;

 

SEPARAZIONI A BOLOGNA
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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI – 1 CIVILE

Sentenza 18 febbraio – 10 giugno 2014, n. 13026

(Presidente Di Palma – Relatore Bisogni)

Fatto e diritto

Rilevato che in data 11 dicembre 2013 è stata depositata relazione ex art. 380 bis che qui si riporta:

1. Il Tribunale di Siena ha dichiarato l’addebito della separazione dei coniugi D.F. e A.M. a carico del primo e ha determinato l’assegno di mantenimento in 900 Euro mensili.

2. La Corte di appello di Firenze ha revocato la pronuncia di addebito confermando le altre statuizioni e compensando per un terzo le spese dei due gradi di giudizio. Propone ricorso per cassazione D.F. affidandosi a tre motivi di ricorso con i quali deduce a) violazione e/o falsa applicazione degli artt. 151, comma 2, 156, comma 1, 143, comma 2, 148 comma 1 e 2697 c.c. nonché degli artt. 112, 113, 115, 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c; b) violazione e/o falsa applicazione degli artt. 156, comma. 1 e 2, e 2697 c.c. nonché degli artt. 112, 113, 115, 116 c.p.c.,, in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.; c) violazione e/o falsa applicazione degli artt. 5, comma 9, della legge n. 898/1970, e 2697 c.c. nonché degli artt. 112, 115, 153 e 183, comma 6, c.p.c. in relazione all’art. 360 nn. 3, 4 e 5 c.p.c. Il ricorrente chiede la pronuncia di addebito della separazione a carico della A. e in ogni caso l’esclusione del diritto all’assegno di mantenimento o in subordine la sua riduzione.

3. Si difende con controricorso la A. e propone a sua volta ricorso incidentale con il quale deduce violazione e/o falsa applicazione degli artt. 143, 151, secondo comma, 2697 c.c., 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c..

4. D.F. replica con controricorso al ricorso incidentale di cui chiede la dichiarazione di inammissibilità o il rigetto.

FOTODIVRZIONUOVATREMIGLIORERitenuto che:

5. Entrambi i ricorsi consistono in censure di merito alla decisione della Corte di appello che, oltre a non evidenziare alcuna effettiva violazione di legge, al di là della semplice indicazione delle norme pretesamente violate nella intestazione dei motivi, non sono in grado di mettere in discussione la completezza e logicità della motivazione con la quale la Corte di appello è pervenuta in primo luogo ad escludere che il comportamento delle parti sia stato tale da causare la intollerabilità della convivenza e giustificare a loro carico una pronuncia di addebito della separazione. Da un lato infatti la lunghissima permanenza del D. nella condizione di studente non è stata ritenuta dalla Corte di appello una condotta tale da poter costituire la causa della intollerabilità della convivenza e della separazione anche in presenza di un costante intervento di sostentamento economico da parte dei genitori del D. alle esigenze della famiglia del figlio. D’altra parte la Corte di appello ha messo in rilievo come non sia censurabile la scelta della A. di non rinunciare al proprio posto di lavoro per seguire il D. presso la sede della sua prima occupazione conseguita. Quanto al diritto della A. all’assegno di mantenimento nella misura sopra indicata la Corte di appello ha riscontrato la sperequazione notevole dei redditi dei coniugi, rilevando l’aspettativa della moglie di fruire dei naturali sviluppi della situazione reddituale del marito conseguente al suo lunghissimo, ma in definitiva proficuo, ciclo di studi e ha riscontrato altresì l’infondatezza della asserzione relativa all’importanza del patrimonio immobiliare della A. e alla modestia del tenore di vita della coppia in costanza di matrimonio.

6. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà condivisa dal Collegio per la dichiarazione di inammissibilità o per il rigetto dei due ricorsi.

La Corte, letta la memoria difensiva del ricorrente principale, condivide tale relazione specificamente per quanto concerne la ritenuta infondatezza dei ricorsi rilevando inoltre quanto segue;

è infondata l’eccezione di inammissibilità del controricorso e ricorso incidentale, per essere stata effettuata la notifica al ricorrente personalmente e non al suo difensore, presso lo studio dell’avvocato domiciliatario, perché la notifica non al procuratore costituito ma alla parte presso il domicilio eletto dal procuratore medesimo non può ritenersi effettuata presso persona e in luogo non aventi alcun riferimento con il destinatario dell’atto e, pertanto, non è inesistente ma solo nulla per inesatta individuazione della persona del destinatario (non anche del luogo in cui la consegna deve essere effettuata o della persona nei cui confronti la consegna stessa deve essere eseguita), con la conseguenza che detta nullità è sanata ove l’intimato abbia svolto, con il controricorso al ricorso incidentale, la propria attività difensiva (cfr. Cass. civ. sezione I n. 16578 del 18 giugno 2008, e sez. Lav. nn. 3796 del 15 marzo 2001 e 8166 del 16 giugno 2001);

La Corte di appello ha puntualizzato in comportamenti ben definiti le dedotte cause di addebito della separazione non valorizzando le censure di disinteresse e di inidoneità al ruolo maritale e genitoriale perché generiche e implicanti una valutazione incompatibile con la natura del giudizio di separazione. È pervenuta quindi a non ritenere addebitabile la separazione a nessuno dei coniugi atteso che né la protrazione del percorso di studi universitari del D. (iniziato pressoché contemporaneamente all’epoca del suo matrimonio e della sua paternità) né la sua ostinazione nel perseguire tale percorso rendendo la sua famiglia dipendente dall’aiuto economico dei genitori, né la volontà della A. di non seguire il D. rinunciando a trasferirsi in Basilicata dove nel 2007 aveva iniziato a lavorare stabilmente presso la ASL di (omissis) per non perdere a sua volta l’occupazione lavorativa acquisita di recente presso una cooperativa di servizi operante nel territorio di (omissis) (in provincia di (…)) sono state considerate come cause generatrici della non tollerabilità della convivenza dei coniugi. Tale valutazione di merito non viene messa in discussione, né dal ricorso principale né da quello incidentale, con specifiche e pertinenti deduzioni di violazioni di legge ovvero, alla stregua della ricorribilità per cassazione ex art. 360 n. 5 c.p.c., con precise deduzioni di omissioni di valutazione, ma piuttosto con riferimento a comportamenti privi di concretezza e valutabilità oggettiva ovvero riferibili a un passato remoto che la successiva convivenza e solidarietà fra i coniugi smentiscono aver prodotto la causa della separazione.

Come è già stato affermato nella giurisprudenza di questa Corte, in base all’art. 156 cod. civ., il diritto al mantenimento a seguito di separazione personale sorge, in favore del coniuge al quale questa non sia addebitabile, ove egli non fruisca di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante il matrimonio. Nel valutare tale presupposto, tuttavia, il giudice dovrà tenere conto di ogni tipo di reddito disponibile da parte del richiedente, ivi compresi quelli derivanti da elargizioni da parte di familiari che erano in corso durante il matrimonio con carattere di regolarità e continuità tali da influire in maniera stabile e certa sul tenore di vita dell’interessato (Cass. civ. sezione I n. 5916 del 26 giugno 1996). Tale giurisprudenza, applicabile al caso in esame sotto il profilo della determinazione del tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio, non è in contraddizione con quella richiamata dal ricorrente (Cass. civ. sezione I n. 10380 del 21 giugno 2012) che si riferisce alla valutazione del reddito del soggetto obbligato alla corresponsione dell’assegno di mantenimento perché in tal caso viene in gioco un elemento (il reddito dell’obbligato) cui deve essere attribuito un carattere di stabilità destinato a valere nel tempo futuro e che non può derivare da un evento incerto e non dipendente dalla volontà dell’obbligato qualè necessariamente l’elargizione di liberalità in suo favore, sia pure da parte dei suoi familiari, laddove invece la fruizione costante di tali elargizioni nel corso del matrimonio ha oggettivamente prodotto un tenore di vita della coppia che non può non essere preso in considerazione ai fini della valutazione richiesta dall’art. 156 c.c. e dalla giurisprudenza consolidata in materia;

va infine richiamata la giurisprudenza secondo cui nella determinazione dell’assegno di mantenimento, occorre tenere conto degli eventuali miglioramenti della situazione economica del coniuge nei cui confronti si chiede l’assegno, qualora costituiscano sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta durante il matrimonio (Cass. civ. sezione I n. 785 del 20 gennaio 2012) in quanto nel caso in esame vi è stata sicuramente una aspettativa, che è durata per tutto il matrimonio, di una futura acquisizione di un reddito stabile, e proprio di un professionista qualificato, in relazione al lungo percorso formativo seguito da D.F. nel corso della convivenza matrimoniale. In tema di assegno di mantenimento a favore del coniuge separato privo di adeguati redditi propri, ai sensi dell’art. 156 cod. civ., è altresì consolidata la giurisprudenza di questa Corte nell’affermare che il tenore di vita al quale va rapportato il giudizio di adeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge richiedente è quello offerto dalle potenzialità economiche dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del richiedente e, pertanto, ai fini dell’imposizione e della determinazione dell’assegno, occorre tener conto dell’incremento dei redditi di uno di essi anche se verificatosi nelle more del giudizio di separazione, in quanto durante la separazione personale non viene meno la solidarietà economica che lega i coniugi durante il matrimonio e che comporta la condivisione delle reciproche fortune nel corso della convivenza (Cass. civ. sezione I n. 2626 del 7 febbraio 2006).

I ricorsi riuniti vanno pertanto entrambi respinti perché infondati con compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta compensando le spese del giudizio di cassazione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

 

 

La corte torinese, con motivazione congrua ed immune da vizi logici, ha ritenuto che i comportamenti di mobbing addebitati al marito allo scopo di indurla ad abbandonare la casa coniugale non potevano dirsi causa ima conseguenza di una crisi coniugale già in atto, in quanto riferibili ad un periodo (primi mesi del 2006) in cui le parti erano già avviate sulla strada della separazione (formalizzata dal F. nel dicembre dello stesso anno), e ciò contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente che ha erroneamente addebitato alla sentenza impugnata di avere ritenuto che la crisi coniugale fosse “perdurante da anni e anni anteriormente al 2006”. La corte ha anche condiviso la non ammissione di alcune istanze probatorie della M. in quanto “da un lato generiche quanto a collocazione temporale dei fatti addebitati e dall’altro irrilevanti”, statuizione questa non espressamente censurata in questa sede mediante un apposito mezzo che avrebbe dovuto essere supportato dall’indicazione dell’atto con cui quelle istanze erano state formulate, dalla trascrizione del testo delle stesse e da un’argomentata dimostrazione della loro decisività (la quale può comunque escludersi sia con riguardo al presunto errore lamentato dalla ricorrente circa la datazione del fax, sia con riguardo alle circostanze riferite in ricorso, datate al 2002 e alla fine del 2005, che dimostrano soltanto opinioni divergenti o contrasti di natura economica sulla ristrutturazione della casa coniugale). Del resto, com’è noto, l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, la valutazione delle prove e anche la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (v., tra le tante, Cass. n. 17097/2010, n. 12362/2006).

La ricorrente ha censurato per incongruità e contraddittorietà l’affermazione della corte che ha ritenuto che fosse improprio il riferimento all’istituto del mobbing in ambito familiare e che nel nostro ordinamento per provocare l’allontanamento del coniuge indesiderato non sarebbe necessaria l’adozione di un comportamento di tal genere, essendo sufficiente chiedere la separazione personale, come aveva fatto il F. senza attendere i risultati del suo ipotizzato piano persecutorio. Sono necessarie alcune precisazioni.


123CONIUGI CHE LITIGANOSUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 29 aprile – 19 giugno 2014, n. 13983

(Presidente Luccioli – Relatore Lamorgese)

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Torino, giudicando nella causa di separazione personale tra i coniugi G.M. e G.F., rigettò le reciproche domande di addebito, dispose l’affidamento condiviso del figlio minore con collocazione abitativa presso la madre, disciplinando le modalità dei rapporti con il padre, e pose a carico del F. un contributo al mantenimento del figlio e della moglie.

La Corte di appello di Torino, con sentenza 1 giugno 2012, ha rigettato l’appello principale della M. e quello incidentale del F. Per quanto ancora interessa in questa sede, con riguardo alle domande di addebito, la corte ha condiviso la valutazione del tribunale che aveva ritenuti che i fatti da lei addebitati al marito (tra cui comportamenti assimilabili a mobbing familiare, atteggiamenti prepotenti e sprezzanti, villane espressioni indirizzate alla moglie, ecc.) non fossero causa ma effetto di un progressivo deterioramento del rapporto coniugale già in atto e che ciò giustificasse la decisione di non ammettere le istanze probatorie della M. in quanto attinenti a fatti temporalmente prossimi alla richiesta di separazione o generici e irrilevanti; analoga condivisione è stata espressa dalla corte con riguardo al rigetto della domanda di addebito proposta dal marito in relazione a fatti che non dimostravano la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio e non rilevanti come causa della crisi matrimoniale. La corte ha inoltre ritenuto che non vi fossero ragioni di opportunità per modificare il regime di affidamento condiviso del figlio, che era in vigore dal 2006 con risultati positivi, anche tenuto conto del fatto che egli era prossimo alla maggiore età e che entrambi i genitori erano adeguati a tal fine.

Avverso questa sentenza la M. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi, cui resiste il F. che propone ricorso incidentale affidato a due motivi. Entrambe le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

Preliminarmente va dichiarata inammissibile la corposa produzione documentale allegata alla memoria del F. ex art. 378 c.p.c., non avente ad oggetto né la nullità della sentenza impugnata né l’ammissibilità del controricorso (art. 372 c.p.c.).

Venendo ad esaminare il ricorso principale, nel primo motivo la M. deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 116, 151, comma 2, e 277 c.c., nonché insufficiente motivazione, per avere la corte del merito rigettato il motivo di appello con cui essa aveva dedotto l’erronea valutazione da parte del primo giudice delle condotte di mobbing poste in essere dal F. e consistite in provocazioni, offese e umiliazioni di vario genere e con diverse modalità al fine di indurla a lasciare la casa coniugale. Il tribunale aveva ritenuto che quelle condotte erano successive al sorgere della crisi coniugale, come dimostrato da un fax dell’avv. B. dell’8 gennaio 2006 da cui emergeva che le parti già allora erano assistite da difensori a causa di una crisi che sarebbe sfociata nel ricorso per separazione presentato il 1° dicembre 2006. Tale valutazione non sarebbe condivisibile perché inficiata da un errore materiale sulla data del fax, inviato ai difensori del F. un anno dopo (l’8 gennaio 2007), con la conseguenza che le condotte di mobbing precedevano i contatti tra i difensori di quasi un anno e, quindi, doveva ritenersi che erano state causa della crisi coniugale. Inoltre, si imputa alla corte del merito di avere, da un lato, svalutato la rilevanza di fatti accaduti sin dal 2002 e, dall’altro, attribuito improprio valore alle dichiarazioni rese dagli stessi coniugi all’udienza presidenziale.

Il motivo è infondato.

Una violazione dell’art. 115 c.p.c. è configurabile solo ove il giudice ometta di valutare le risultanze istruttorie indicate dalla parte come decisive o ponga a base della decisione circostanze non ritualmente acquisite al giudizio; inoltre, non sussiste violazione dell’art. 116 C.P.C. laddove, nell’esercizio del suo prudente apprezzamento delle risultanze istruttorie, il giudice indichi con motivazione logica ed esauriente (o lasci intendere implicitamente quali siano) le ragioni della ritenuta decisività di alcune risultanze istruttorie a preferenza di altre; né integra una violazione dell’art. 2697 c.c. (richiamato nel corpo del motivo) la erronea valutazione delle risultanze istruttorie che è censurabile soltanto per vizio della motivazione (v. Cass. n. 4330/2013, n. 12968/2012).

La corte torinese, con motivazione congrua ed immune da vizi logici, ha ritenuto che i comportamenti di mobbing addebitati al marito allo scopo di indurla ad abbandonare la casa coniugale non potevano dirsi causa ima conseguenza di una crisi coniugale già in atto, in quanto riferibili ad un periodo (primi mesi del 2006) in cui le parti erano già avviate sulla strada della separazione (formalizzata dal F. nel dicembre dello stesso anno), e ciò contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente che ha erroneamente addebitato alla sentenza impugnata di avere ritenuto che la crisi coniugale fosse “perdurante da anni e anni anteriormente al 2006”. La corte ha anche condiviso la non ammissione di alcune istanze probatorie della M. in quanto “da un lato generiche quanto a collocazione temporale dei fatti addebitati e dall’altro irrilevanti”, statuizione questa non espressamente censurata in questa sede mediante un apposito mezzo che avrebbe dovuto essere supportato dall’indicazione dell’atto con cui quelle istanze erano state formulate, dalla trascrizione del testo delle stesse e da un’argomentata dimostrazione della loro decisività (la quale può comunque escludersi sia con riguardo al presunto errore lamentato dalla ricorrente circa la datazione del fax, sia con riguardo alle circostanze riferite in ricorso, datate al 2002 e alla fine del 2005, che dimostrano soltanto opinioni divergenti o contrasti di natura economica sulla ristrutturazione della casa coniugale). Del resto, com’è noto, l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, la valutazione delle prove e anche la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (v., tra le tante, Cass. n. 17097/2010, n. 12362/2006).

La ricorrente ha censurato per incongruità e contraddittorietà l’affermazione della corte che ha ritenuto che fosse improprio il riferimento all’istituto del mobbing in ambito familiare e che nel nostro ordinamento per provocare l’allontanamento del coniuge indesiderato non sarebbe necessaria l’adozione di un comportamento di tal genere, essendo sufficiente chiedere la separazione personale, come aveva fatto il F. senza attendere i risultati del suo ipotizzato piano persecutorio. Sono necessarie alcune precisazioni.

Per mobbing si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili (illeciti o anche leciti se considerati singolarmente) che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità (v., tra le altre, Cass., sez. lav., n. 3785/2009; anche n. 18093/2013). La nozione di mobbing è particolarmente utile per fotografare quelle situazioni patologiche che possono sorgere in presenza di un dislivello tra gli antagonisti, dove la vittima si trova in posizione di costante inferiorità rispetto ad un’altra o ad altre persone, e ciò spiega perché è con riferimento ai rapporti di lavoro che quella nozione è stata elaborata ed ha avuto applicazione.

In ambito familiare, invece, vige il principio di uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi (art. 3 Cost.); l’unità familiare (art. 29 Cost.), che in passato aveva consentito di giustificare l’autorità del marito, è oggi affidata all’accordo dei coniugi che, come notato da acuta dottrina, condiziona la costituzione e conservazione del rapporto matrimoniale. La ricorrente sollecita l’applicazione della nozione di mobbing anche ai rapporti familiari tra coniugi, valorizzandone la natura di comportamento contrario ai doveri che derivano del matrimonio e idoneo a rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza (art. 151 c.c.), nei casi in cui un coniuge assuma atteggiamenti persecutori nei confronti dell’altro al fine di costringerlo ad abbandonare il tetto coniugale o ad accettare separazioni consensuali a condizioni inadeguate. Si ipotizza, in sostanza, che il comportamento del coniuge mobber integri di per sé una violazione degli obblighi di assistenza morale e materiale e di collaborazione previsti dall’art. 143 c.c., ma questa conclusione non è condivisibile.

La nozione di mobbing in materia familiare è utile in campo sociologico, ma in ambito giuridico assume un rilievo meramente descrittivo, in quanto non scalfisce il principio che l’addebito della separazione richiede pur sempre la rigorosa prova sia del compimento da parte del coniuge di specifici atti consapevolmente contrari ai doveri del matrimonio – quelli tipici previsti dall’art. 143 c.c. e quelli posti a tutela della personalità individuale di ciascun coniuge in quanto singolo e membro della formazione sociale familiare ex artt. 2 e 29 Cost. – sia del nesso di causalità tra gli stessi atti e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio per i figli (v., tra le tante, Cass. n. 25843/2013, n. 2059/2012, n. 14840/2006). Questa impostazione, la quale esclude ogni facilitazione probatoria per il coniuge richiedente l’addebito, neppure scalfisce (ed è anzi coerente con) il principio secondo cui il rispetto della dignità e della personalità dei coniugi assurge a diritto inviolabile la cui violazione può rilevare come fatto generatore di responsabilità aquiliana (v. Cass. n. 5652/2012, n. 9801/2005) anche in mancanza di una pronuncia di addebito della separazione (v. Cass. n. 18853/2011).

Il secondo motivo del ricorso principale, in tema di affidamento del figlio, è inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, avendo egli raggiunto la maggiore età nell’anno 2013.

Venendo al ricorso incidentale del F., il primo motivo (per violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. e insufficiente motivazione) riguarda il mancato addebito della separazione alla moglie, in quanto considerata responsabile di una continua e reiterata condotta aggressiva verso il marito consistita in numerose iniziative assunte in varie sedi processuali (quali la proposizione del gravame avverso la sentenza del tribunale, di un ricorso urgente nel giudizio di appello e del ricorso per cassazione in esame, nonché per avere proposto una querela nei suoi confronti, rifiutato una proposta transattiva e introdotto altra causa civile per il rimborso delle spese di ristrutturazione dell’abitazione coniugale). Il motivo è infondato in quanto basato su comportamenti del coniuge in parte diversi da quelli fatti valere nel giudizio di merito (dove il F. aveva dedotto il carattere intollerante della moglie, la sua ostilità verso la famiglia di origine del marito, l’insofferenza verso la casa coniugale) e in parte successivi alla proposizione della domanda di separazione e, quindi, intrinsecamente privi di ogni influenza ai fini della intollerabilità della convivenza e, conseguentemente, della pronuncia di addebito (v. Cass. n. 8512/2006, n. 3098/1995).

Il secondo motivo dell’incidentale, che deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 155 bis c.c. e 91 e 96 c.p.c., è inammissibile, avendo la corte di appello fatto uso del potere discrezionale di compensazione delle spese processuali, in considerazione della soccombenza reciproca, che è incensurabile in Cassazione (v. Cass., sez. un., n. 14989/2005).

In conclusione, entrambi i ricorsi sono rigettati. Sussistono giusti motivi di compensazione delle spese del giudizio di legittimità, vista la reciproca soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi; compensa le spese del giudizio. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI RAPPORTI CON I GENITORI OSTACOLATI DALLA MADRE

Tale comportamento risultava comprovato dai complessivi atti di causa, dalle relazioni dei servizi sociali, dalle valutazioni degli esperti, dagli approfondimenti istruttori e dagli atti del procedimento svoltosi davanti al Tribunale per i minorenni, determinando gravi carenze e responsabilità a carico della Z., dal momento che la figura materna costituiva l’unico punto di riferimento per i minori nella elaborazione del rapporto con il padre.
Il genitore affidatario, secondo la Corte d’Appello, aveva il dovere morale e giuridico di promuovere attivamente e costantemente il riavvicinamento dei figli al genitore non affidatario, dal momento che la sua capacità genitoriale si doveva misurare alla luce della capacità (o buona volontà) di garantire il più possibile le frequentazioni dei figli con l’altra figura genitoriale.

 

123 CONIUGI CHE LITIGANO 3Sentenza – Genitore non affidatario, rapporti coi figli ostacolati dalla madreSuprema Corte di Cassazione Prima Sezione CivileSentenza 12 novembre 2013 – 21 febbraio 2014, n. 4176Presidente Luccioli – Relatore Acierno

Svolgimento del processo

Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Campobasso, in ordine al giudizio di separazione personale tra i coniugi A.Z. ed A.P., per quel che ancora interessa, confermando la pronuncia di primo grado, infliggeva all’appellante A.Z., affidataria esclusiva dei figli minori, ai sensi dell’art. 709 ter cod. proc. civ., l’ammonimento e la sanzione pecuniaria pari ad E 2500 in favore della Cassa delle ammende.
A sostegno della propria decisione la Corte affermava che la Z. aveva mantenuto costantemente un atteggiamento ostruzionistico e di resistenza rispetto ai rapporti tra l’altro genitore ed i figli minori ed all’esercizio del diritto di visita, ancorché previsto con modalità protette. Tale comportamento risultava comprovato dai complessivi atti di causa, dalle relazioni dei servizi sociali, dalle valutazioni degli esperti, dagli approfondimenti istruttori e dagli atti del procedimento svoltosi davanti al Tribunale per i minorenni, determinando gravi carenze e responsabilità a carico della Z., dal momento che la figura materna costituiva l’unico punto di riferimento per i minori nella elaborazione del rapporto con il padre.
Il genitore affidatario, secondo la Corte d’Appello, aveva il dovere morale e giuridico di promuovere attivamente e costantemente il riavvicinamento dei figli al genitore non affidatario, dal momento che la sua capacità genitoriale si doveva misurare alla luce della capacità (o buona volontà) di garantire il più possibile le frequentazioni dei figli con l’altra figura genitoriale. Deponeva in senso contrario a tale capacità la propensione del genitore affidatario a scaricare i propri conflitti sul rapporto tra i minori e l’altro genitore, fino al punto dtu determinare l’eliminazione di tale rapporto, come costantemente riscontrato nella specie.
Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione A.Z. affidandosi ad un unico motivo nel quale è stata denunciata l’insufficienza della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per avere la Corte d’Appello fondato la decisione assunta soltanto sulle affermazioni contenute nelle relazioni dei servizi sociali e degli esperti, senza considerare che le espressioni verbali di assoluta ostilità dei minori verso il padre erano state determinate da un vissuto traumatico derivante dai comportamenti delittuosi del medesimo in costanza di matrimonio e non dall’interferenza materna. Veniva inoltre sottolineato il rispetto delle prescrizioni relative all’esercizio protetto del diritto di visita.
Ha resistito con controricorso il P.
Oggetto dell’unico motivo di ricorso è esclusivamente la statuizione della sentenza impugnata relativa all’inflizione dell’ammonimento e della sanzione pecuniaria di E 2500 ex art. 709 ter cod. proc. civ.
Deve affermarsi, preliminarmente, l’inammissibilità del ricorso per cassazione avverso il provvedimento ex art. 709 ter cod. proc. civ. che si esaurisca nell’ammonimento, attesa la natura meramente esortativa della misura e la mancanza di decisorietà e definitività in esso riscontrabili (Cass. 21718 del 2010). Deve, al contrario ritenersi astrattamente ammissibile il ricorso per cassazione avverso la sanzione pecuniaria, così come stabilito di recente dalla sentenza n.18977 del 2013, alla luce della quale “Il provvedimento emesso ai sensi dell’art. 709 ter cod. proc. civ., con il quale il giudice, nella controversia insorta tra i genitori in ordine all’esercizio della potestà genitoriale, abbia irrogato una sanzione pecuniaria o condannato al risarcimento dei danni il genitore inadempiente agli obblighi posti a suo carico, rivestendo i caratteri della decisorietà e della definitività all’esito della fase del reclamo (a differenza delle statuizioni relative alle modalità di affidamento dei minori), è ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost.”.
In concreto tuttavia, il motivo prospettato deve ritenersi inammissibile sia perché volto a richiedere un non consentito riesame di merito delle risultanze probatorie (ex multis Cass. 15156 del 2011), ed in particolare delle univoche conclusioni delle indagini tecniche e delle relazioni dei servizi sociali poste a base della decisione impugnata, sia perché del tutto privo di specificità in ordine alle dedotte ragioni di ostilità dei minori verso il padre (reiterati comportamenti delittuosi, penalmente sanzionati, pag. 6 e 7 del ricorso) in quanto meramente affermate, senza riprodurre gli atti processuali che ne potessero fornire indicazioni o provvedere alla loro produzione, ove ammissibile ex art. 369 cod. proc. civ.
All’inammissibilità del ricorso consegue l’applicazione del principio della soccombenza in ordine alle spese del presente procedimento.

P.Q.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del presente procedimento, liquidate in favore del controricorrente in E 2500 per compensi, E 200 per esborsi,oltre accessori di legge.
In caso di diffusione omettere le generalità.

SEPARAZIONI A BOLOGNA
SEPARAZIONI A BOLOGNA

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L’indagine del giudice di merito che ha condotto nel caso di specie ad individuare il comune intento dei contraenti ove basata su motivazione illogica, insufficiente e contraddittoria (per i motivi ut sopra evidenziati) integra violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. ed è censurabile nella sede di legittimità perché non sorretta da motivazione esauriente ed immune da vizi logici?”.

I motivi, che in ragione della loro connessione argomentativa vengono trattati congiuntamente, sono infondati.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte le pattuizioni intervenute tra coniugi, che abbiano in corso una separazione consensuale, con cui si obblighino a trasferire determinati beni facenti parte della comunione legale, successivamente od in vista dell’omologazione della loro separazione personale consensuale ed al dichiarato fine della integrativa regolamentazione del relativo regime patrimoniale, non configura una convenzione matrimoniale ex art. 162 c.c., postulante il normale svolgimento della convivenza coniugale ed avente riferimento ad una generalità di beni anche di futura acquisizione, né un contratto di donazione, avente come causa tipici ed esclusivi scopi di liberalità (e non l’esigenza di assetto dei rapporti personali e patrimoniali dei coniugi separati), bensì un diverso contratto atipico, con propri presupposti e finalità (Cass. 11 maggio 1984 n. 2887; Cass. 23 dicembre 1988 n. 2887; Cass. 12 settembre 1997 n. 9034).

Invero in base all’impianto complessivo dell’art. 711 c.p.c. (in combinato disposto con l’art. 158 c.c., comma 1), il procedimento in detta norma descritto da vita ad una fattispecie complessa nella quale il contenuto del regolamento concordato tra i coniugi, se trova la sua fonte nel relativo accordo, acquista però efficacia giuridica soltanto in seguito al provvedimento di omologazione, cui compete l’essenziale funzione di controllare che i patti intervenuti tra i coniugi siano conformi agli interessi superiori della famiglia (Cass. 5 gennaio 1984 n. 14). Nel caso in cui, nell’ambito di un accordo destinato a disciplinare una separazione consensuale, sia inserita anche una convenzione avente una sua autonomia, in quanto non immediatamente riferibile né collegata al contenuto necessario del regime di separazione, si tratta di compiere una indagine ermeneutica, nel quadro dei principi di cui agli artt. 1362 c.c., e segg., diretta a stabilire se a quella convenzione possa essere riconosciuta autonoma validità ed efficacia, infatti, alle pattuizioni convenute dai coniugi prima del decreto di omologazione e non trasfuse nell’accordo omologato, può riconoscersi validità solo quando assicurino una maggiore vantaggiosità all’interesse protetto dalla norma (ad esempio concordando un assegno di mantenimento in misura superiore a quella sottoposta ad omologazione), o quando concernano un aspetto non preso in considerazione dall’accordo omologato e sicuramente compatibile con questo in quanto non modificativo della sua sostanza e dei suoi equilibri, o quando costituiscano clausole meramente specificative dell’accordo stesso, non essendo altrimenti consentito ai coniugi incidere sull’accordo omologato con soluzioni alternative di cui non sia certa a priori la uguale o migliore rispondenza all’interesse tutelato attraverso il controllo giudiziario di cui all’art. 158 c.c. (Cass. 24 febbraio 1993 n. 2270; Cass. 20 ottobre 2005 n. 20290)

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE

Sentenza 7 maggio – 23 settembre 2013, n. 21736

(Presidente Triola – Relatore Falschi)

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato l’8 aprile 2000 C.M.A., S.P. e F.C. evocavano, dinanzi al Tribunale di Genova, G..S. , rispettivamente, coniuge e genitore degli attori, esponendo che all’epoca della separazione personale dei coniugi, intervenuta in via consensuale (con verbale di omologazione del 15.4.1997), era stata predisposta, con scrittura privata del 23.11.1996, una collaterale complessa convenzione, avente valenza transattiva, con la quale, ad integrazione delle intese formalizzate avanti al Tribunale, erano stati disciplinati i rapporti patrimoniali fra le parti conseguenti allo scioglimento della comunione legale, prevedendo l’obbligo a carico del convenuto del trasferimento di determinati beni mobili ed immobili in favore della moglie e dei figli, il quale non solo si rendeva inadempiente, ma poneva, altresì, in essere comportamenti intimidatori nei confronti degli attori per indurli a recedere dal dare esecuzione agli accordi, per i quali riportava una condanna penale; tanto premesso, formulavano domanda ex art. 2932 c.c. per conseguire il trasferimento dei beni di cui alla citata scrittura privata.

Instaurato il contraddicono, nella resistenza del convenuto, il quale assumeva di non avere sottoscritto alcun accordo, per cui disconosceva formalmente la sottoscrizione ivi apposta ex art. 214 c.p.c., difese che modificava nel senso di riconoscimento della firma in calce al documento, ma negando di riconoscere le date manoscritte in ogni foglio e l’intero contenuto dattiloscritto del documento, per cui spiegava riconvenzionale per la declaratoria di falsità della convenzione, e all’udienza del 20.3.2003 presentava personalmente querela di falso, per cui a fronte della dichiarazione degli attori di volersi avvalere del documento contestato, con l’intervento del p.m., intervenuta nel giudizio B..B. che aderiva alle domande attoree, il Tribunale adito, rimessa la causa in decisione, rigettava la domanda di querela di falso proposta dal convenuto e in accoglimento di quella attorea, in attuazione della scrittura privata del 23.11.1996, disponeva il trasferimento in favore degli attori, P. e F.C..S., pro indiviso fra loro, del diritto di nuda proprietà sull’appartamento sito in …, acquistato in regime di comunione legale dai coniugi e cointestato ad essi, assegnando alla C. il diritto di usufrutto vitalizio esclusivo su detto cespite; il diritto di nuda proprietà sull’appartamento sito in …, acquistato in regime di comunione legale dai coniugi e cointestato ad essi, assegnando a S.G. il diritto di usufrutto vitalizio esclusivo su detto cespite (diritto di usufrutto attualmente spettante a B.B. ); il diritto di nuda proprietà sul locale interrato ad uso box sito in (omissis) , acquistato in regime di comunione legale dai coniugi ma intestato esclusivamente alla C. , assegnando a G..S. il diritto di usufrutto vitalizio esclusivo su detto cespite; dichiarava il S. tenuto a mettere a disposizione e comunque a consegnare alla C. la somma di L. 20.000.000, con i frutti maturati dal 23.11.1996 al 30.6.1999, oltre agli interessi dalla domanda al saldo; dichiarava il S. tenuto a mettere a disposizione e comunque a consegnare ai figli, in solido fra loro, la somma di L. 55.000.000, con i frutti maturati dal 23.11.1996 al 22.4.1999, oltre alla rivalutazione monetaria da quest’ultima data e agli interessi legali dall’aprile 2000 (data della domanda) al saldo.

In virtù di appello interposto da G..S. , con il quale censurava sotto plurimi profili la decisione circa il mancato accoglimento della proposta querela di falso del documento del 23.11.1996, la Corte di appello di Genova, nella resistenza degli appellati, i quali proponevano appello incidentale condizionato, nonché della interveniente B. , la quale chiedeva solo darsi atto della insussistenza di domande dell’appellante nei suoi confronti, in parziale accoglimento dell’appello e per l’effetto in parziale riforma della decisione impugnata, riduceva la condanna dell’appellante alla sanzione pecuniaria di cui all’art. 226 c.p.c., alla misura di Euro 20,00, confermate in ogni altra sua parte le restanti statuizioni.

A sostegno della decisione adottata la corte distrettuale evidenziava che quanto alla denuncia di irregolarità del procedimento incidentale conseguito all’impugnazione del documento ex art. 223 c.p.c., non ponendo la censura alcun profilo di non veridicità della verbalizzazione, non poteva dare luogo ad alcuna nullità; nel merito, che proprio l’aver dato atto nel ricorso congiunto per la separazione dell’esistenza di un separato accordo, palesava la correttezza della ratio decidendi del giudice di prime cure che si basava sulla esistenza di un accordo parallelo e distinto rispetto alle condizioni di cui al ricorso per separazione consensuale e sulla esistenza di un documento rispondente a detta volontà negoziale.

Aggiungeva che l’eccezione di nullità della scrittura per carenza di forma in quanto prevedendo il trasferimento, a titolo gratuito, ai figli di un cospicuo patrimonio, avrebbe dovuto essere formalizzato a norma dell’art. 782 c.c., non poteva trovare accoglimento, giacché dal comune intento delle parti contraenti emergeva l’interesse giuridicamente qualificabile come preordinato al conseguimento di un risultato solutorio in relazione agli obblighi di mantenimento gravanti sul genitore nei confronti dei figli stessi, causa negoziale solutoria incompatibile con il prospettato animus donandi. Né rilevava la mancanza di sottoscrizione dell’atto da parte della B. , relativamente al diritto di usufrutto sull’immobile sito in …, per avere egli ceduto esclusivamente il suo diritto di nuda proprietà del cespite, mentre la rinuncia della stessa all’usufrutto costituiva solo causa di caducazione del diritto reale limitato.

Avverso la indicata sentenza della Corte di appello di Genova ha proposto ricorso per cassazione G..S. , basato su sei motivi, al quale hanno replicato la C. ed i figli S.P. e F.C. con controricorso, illustrato anche da memoria ex art. 378 c.p.c.; non costituita la B. , pure intimata.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente denuncia contraddittoria ed illogica motivazione con riferimento alla errata attribuzione di natura solutoria, connessa all’obbligo alimentare, in ordine al trasferimento dei diritti reali immobiliari disposti a titolo gratuito e per mera liberalità in favore dei figli, con interpretazione abnorme, non potendo tale tipo di dazione assolvere all’obbligazione alimentare. Prosegue il ricorrente affermando che la corte di merito contraddittoriamente non avrebbe chiarito la ragione per la quale il testo allegato al verbale di separazione non sarebbe quello prodotto nel giudizio de quo e ciò nonostante ha ricollegato teleologicamente i due accordi. Il secondo motivo, con il quale è lamentata la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. per avere il giudice proceduto all’interpretazione della convenzione nel modo sopra esposto, culmina nel seguente quesito di diritto: “L’indagine del giudice di merito che ha condotto nel caso di specie ad individuare il comune intento dei contraenti ove basata su motivazione illogica, insufficiente e contraddittoria (per i motivi ut sopra evidenziati) integra violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. ed è censurabile nella sede di legittimità perché non sorretta da motivazione esauriente ed immune da vizi logici?”.

I motivi, che in ragione della loro connessione argomentativa vengono trattati congiuntamente, sono infondati.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte le pattuizioni intervenute tra coniugi, che abbiano in corso una separazione consensuale, con cui si obblighino a trasferire determinati beni facenti parte della comunione legale, successivamente od in vista dell’omologazione della loro separazione personale consensuale ed al dichiarato fine della integrativa regolamentazione del relativo regime patrimoniale, non configura una convenzione matrimoniale ex art. 162 c.c., postulante il normale svolgimento della convivenza coniugale ed avente riferimento ad una generalità di beni anche di futura acquisizione, né un contratto di donazione, avente come causa tipici ed esclusivi scopi di liberalità (e non l’esigenza di assetto dei rapporti personali e patrimoniali dei coniugi separati), bensì un diverso contratto atipico, con propri presupposti e finalità (Cass. 11 maggio 1984 n. 2887; Cass. 23 dicembre 1988 n. 2887; Cass. 12 settembre 1997 n. 9034).

Invero in base all’impianto complessivo dell’art. 711 c.p.c. (in combinato disposto con l’art. 158 c.c., comma 1), il procedimento in detta norma descritto da vita ad una fattispecie complessa nella quale il contenuto del regolamento concordato tra i coniugi, se trova la sua fonte nel relativo accordo, acquista però efficacia giuridica soltanto in seguito al provvedimento di omologazione, cui compete l’essenziale funzione di controllare che i patti intervenuti tra i coniugi siano conformi agli interessi superiori della famiglia (Cass. 5 gennaio 1984 n. 14). Nel caso in cui, nell’ambito di un accordo destinato a disciplinare una separazione consensuale, sia inserita anche una convenzione avente una sua autonomia, in quanto non immediatamente riferibile né collegata al contenuto necessario del regime di separazione, si tratta di compiere una indagine ermeneutica, nel quadro dei principi di cui agli artt. 1362 c.c., e segg., diretta a stabilire se a quella convenzione possa essere riconosciuta autonoma validità ed efficacia, infatti, alle pattuizioni convenute dai coniugi prima del decreto di omologazione e non trasfuse nell’accordo omologato, può riconoscersi validità solo quando assicurino una maggiore vantaggiosità all’interesse protetto dalla norma (ad esempio concordando un assegno di mantenimento in misura superiore a quella sottoposta ad omologazione), o quando concernano un aspetto non preso in considerazione dall’accordo omologato e sicuramente compatibile con questo in quanto non modificativo della sua sostanza e dei suoi equilibri, o quando costituiscano clausole meramente specificative dell’accordo stesso, non essendo altrimenti consentito ai coniugi incidere sull’accordo omologato con soluzioni alternative di cui non sia certa a priori la uguale o migliore rispondenza all’interesse tutelato attraverso il controllo giudiziario di cui all’art. 158 c.c. (Cass. 24 febbraio 1993 n. 2270; Cass. 20 ottobre 2005 n. 20290).

Nel caso di specie la Corte di appello si è conformata a questi principi, perché ha esaminato la convenzione intervenuta tra i coniugi con la scrittura privata del 23 novembre 1996 (omologato il verbale di separazione il 15.4.1997) ed ha affermato che tale convenzione non poteva ritenersi nulla per carenza di forma prevedendo il trasferimento, a titolo gratuito, di un cospicuo patrimonio ai figli proprio perché garantiva, nel comune intento delle parti, l’interesse preordinato al conseguimento di un risultato solutorio degli obblighi di mantenimento dei figli gravante sui genitori, né appariva in contrasto con norme imperative di legge o con diritti indisponibili dei due coniugi.

D’altra parte questa Corte ha reiteratamente affermato che l’obbligo di mantenimento dei figli minori, o maggiorenni non autosufficienti, può essere adempiuto dai genitori in sede di separazione personale o divorzio (id est: di cessazione degli effetti civili del matrimonio) mediante un accordo – formalmente rientrante nelle previsioni, rispettivamente, degli art. 155 c.c., comma 7, art. 158 c.c., comma 2, e dell’art. 711 c.c., comma 3, e della L. n. 898 del 1970, artt. 4, comma 8, e art. 6, comma 9 – il quale, anziché attraverso una prestazione patrimoniale periodica, od in concorso con essa, attribuisca o li impegni ad attribuire ai figli la proprietà di beni mobili od immobili, e che tale accordo non realizza una donazione, in quanto assolve ad una funzione solutoria – compensativa dell’obbligatone di mantenimento, in quanto costituisce

applicazione del principio, stabilito dall’art. 1322 c.c., della libertà dei soggetti di perseguire con lo strumento contrattuale interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico (cfr., Cass. 2 febbraio 2005 n. 2088; Cass. 17 giugno 2004 n. 11342; Cass. 21 dicembre 1987 n. 9500).

In tale caso l’accordo comporta l’immediata e definitiva acquisizione al patrimonio dei figli della proprietà dei beni che i genitori, od il genitore, abbiano loro attribuito o si siano impegnati ad attribuire e, in questo secondo caso, il correlativo obbligo, sanzionato in forma specifica dall’art. 2392 c.c., trova il suo titolo nell’accordo che estingue la prestazione di mantenimento, nei limiti costituiti dal valore dei beni attribuiti o da attribuire, convenzionalmente liquidata e sostituita dall’impegno negoziale de quo (cfr., Cass. 5 settembre 2003 n. 12939).

La corte territoriale ha, dunque, correttamente interpretato l’accordo de quo, alla luce dei principi sopra esposti, e non è condivisibile la censura formulata di carente o contraddittoria motivazione.

Con il terzo motivo è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 782 c.c., nonché dell’art. 1421 c.c. per essere la corte territoriale incorsa nell’ulteriore violazione omettendo di rilevare la nullità dell’atto de quo che redatto in forma privata, è totalmente mancante della forma solenne necessaria per la donazione. A corollario del mezzo viene posto il seguente quesito di diritto: “Nel caso di specie, sulla preliminare premessa (ut sopra) che il negozio di cui è causa contiene, almeno in parte, disposizioni a titolo di mera liberalità, e quindi integra una donazione, consegue violazione e/o falsa applicazione degli artt. 782 e 1421 c.c. per non essere stata dichiarata d’ufficio la sua nullità totale o parziale per mancanza della forma solenne?”.

La condivisione della ratio da parte del giudice di merito che ha disconosciuto all’attribuzione degli immobili, di cui alla convenzione del 23.11.1996, natura di donazione, oggetto di eccezione del convenuto, esclude che sia ravvisabile il lamentato vizio di violazione delle disposizioni in tema di forma solenne.

Con il quarto mezzo è lamentata la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2932 c.c. giacché la convenzione sottoscritta è assoggetta alla condizione vincolante ed assoluta che la titolare del diritto di usufrutto (relativamente all’appartamento sito in XXXX) rinunci a detto diritto reale in favore del ricorrente, condizione non avverata al momento della introduzione del giudizio, per cui andava ritenuta la improponibilità della domanda. A conclusione del mezzo è posto il seguente quesito di diritto: “Era nel caso di specie improponibile la domanda ex art. 2932 c.c. finalizzata ad ottenere l’attuazione del contratto preliminare essendo il medesimo assoggettato a condizione non ancora avveratasi al momento della proposizione della domanda giudiziale e neppure in corso del giudizio?”.

Anche detto mezzo è palesemente infondato.

Si osserva che, diversamente dall’assunto del ricorrente, la corte territoriale ha accertato la successiva rinuncia della B. all’usufrutto sull’immobile sito in XXXX, come emergeva dal tenore della comparsa di costituzione dell’interveniente, “avendo a cuore l’interesse dei coniugi e dei loro figli”.

Orbene, tale essendo la ratio della decisione della corte di appello, risulta evidente come la doglianza non colga nel segno, non censurando il profilo posto a fondamento della statuizione, con conseguente irretrattabilità e definitività dell’affermazione circa la caducazione del diritto reale limitato e conseguente fenomeno della consolidazione in capo al ricorrente della piena proprietà del bene da trasferire, per non avere formato oggetto di impugnazione.

Con il quinto ed il sesto motivo, collegati dallo stesso ricorrente, è lamentata la omessa motivazione sull’eccezione di mancanza dell’avveramento della condizione, con conseguente e correlata violazione e falsa applicazione dell’art. 782 c.c., per essere stata la rinuncia della B. meramente preannunciata nella comparsa di costituzione e risposta. Il motivo, relativamente alla denunciata violazione di legge, pone a conclusione il seguente quesito: “La rinuncia dell’usufrutto al diritto reale, che determina quindi ipso iure il consolidamento della piena proprietà in capo al nudo proprietario, ove realizzatasi senza corrispettivo e per puro spirito di liberalità integra i presupposti dell’atto di donazione e deve quindi essere formalizzata nella forma solenne prevista dall’art. 782 c.c., con la conseguenza che, nel caso di specie, mancando tale forma, essa è nulla?”.

Le censure – che pongono la medesima questione (mancato avveramento della condizione) – sono inammissibili, introducendo una circostanza che non risulta essere stata prospettata nei precedenti gradi di merito, in difetto di ogni specifica indicazione al riguardo da parte del ricorrente e non avendola la corte di appello riportata nella decisione impugnata, e che quindi non può essere dedotta per la prima volta in sede di legittimità, richiedendo indagini di fatto in ordine all’esatto contenuto nel contratto per cui è causa ed alla reale volontà delle parti (sull’inammissibilità di questioni nuove in sede di ricorso per cassazione, cfr. ex pluribus, Cass. n. 25546 del 2006).

All’infondatezza dei motivi consegue il rigetto del ricorso, con condanna del ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, per il principio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.

Assegno di mantenimento divorzio nuova convivenza,avvocato separazione Bologna

123CONIUGI CHE LITIGANO1ANZOLA DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 2. ARGELATO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 3. BARICELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 4. BENTIVOGLIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 5. BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 6. BORGO TOSSIGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 7. BUDRIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 8. CALDERARA DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 9. CAMUGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO10. CASALECCHIO DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO11. CASALFIUMANESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO12. CASTEL D’AIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO13. CASTEL DEL RIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO14. CASTEL DI CASIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO15. CASTEL GUELFO DI B. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO16. CASTEL MAGGIORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO17. CASTEL SAN PIETRO TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO18. CASTELLO D’ARGILE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO19. CASTENASO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO20. CASTIGLIONE DEI PEPOLI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO21. CREVALCORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO22. DOZZA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO23. FONTANELICE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO24. GAGGIO MONTANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO25. GALLIERA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO26. GRANAGLIONE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO27. GRANAROLO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO28. GRIZZANA MORANDI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO29. IMOLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO30. LIZZANO IN BELVEDERE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO31. LOIANO32. MALALBERGO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO33. MARZABOTTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO34. MEDICINA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO35. MINERBIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO36. MOLINELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO37. MONGHIDORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO38. MONTE SAN PIETRO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO39. MONTERENZIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO40. MONZUNO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO41. MORDANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO42. OZZANO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO43. PIANORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO44. PIEVE DI CENTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO45. PORRETTA TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO46. SALA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO47. SAN BENEDETTO VAL DI S. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO48. SAN GIORGIO DI PIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO49. SAN GIOVANNI IN P. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO50. SAN LAZZARO DI SAVENA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO51. SAN PIETRO IN CASALE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO52. SANT’AGATA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO53. SASSO MARCONI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO54. VALSAMOGGIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO

Lo studio dell’avvocato Sergio Armaroli tratta diritto di famiglia, come: Divorzi (Divorzio Giudiziale E Divorzio Congiunto), Riconoscimento Del Matrimonio O Divorzio Realizzato All’estero, Riconoscimento Della Separazione E Del Divorzio Estero In Italia, Affidamento Condiviso E Congiunto, Scioglimento Del Matrimonio E Cessazione Degli Effetti Civili, Convenzioni Matrimoniali, Disconoscimento Di Paternità, Filiazione, Mantenimento Del Coniuge, Mantenimento Dei Minori, Assegno Divorzile, Addebito Della Separazione, Risarcimento Dei Danni, Adozioni, Tutela Dei Minori, Matrimonio Misto, Accordi Di Convivenza, Diritto Penale Della Famiglia, Impresa Familiare, Violenze Intrafamiliari, Interdizione, Inabilitazione, Decadenza Potestà Genitori, Sospensione Potestà Genitori, Diritti Degli Ascendenti, Dichiarazione Giudiziale Di Paternità, Strumenti A Tutela Del Corretto Adempimento Delle Obbligazioni Alimentari, Consulenza Legale Relativa A Separazioni, Divorzi, Mediazione Familiare, Affidamento Dei Figli, Accordi Di Convivenza, Adozioni, Variazioni Alle Condizioni Di Separazione E Mediazione Familiare, Assistenza Legale – Assegno Di Mantenimento – Assegno Divorzile – Diritto Di Famiglia – Affidamento Condiviso – Separazione Giudiziale

 

GRAFICO 3

SEPARAZIONE E MANTENIMENTO DELL’EX CONIUGE, SE NON VI E’ ADDEBITO

L’ADDEBITO PRIVA L’EX COIUGE DEL MANTENIMENTO

Il coniuge al quale non è stata addebitata la separazione ha diritto a ricevere dall’altro coniuge un assegno di mantenimento quando non abbia adeguati redditi propri, o disponga di un reddito che non gli permette di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante il matrimonio (art. 156 c.c.).

Anche la capacità lavorativa dei rispettivi coniugi dovrà essere valutata in concreto, tenendo conto dell’età, della professionalità e delle circostanze attuali. L’assegno di mantenimento può avere la funzione di riequilibrare o ridurre le disuguaglianze tra i coniugi nel caso in cui il coniuge dedito all’amministrazione e gestione della famiglia abbia dovuto svolgere solo lavori part time, rallentare il proprio percorso professionale o rinunciare ad un reddito lavorativo.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 23 settembre 2013 – 10 gennaio 2014, n. 359
(Presidente Carnevale – Relatore Campanile)

Svolgimento del processo

1 – Con sentenza depositata in data 2 agosto 2006 il Tribunale di Roma condannava il Sig. A.R. al pagamento in favore di V.V.L. della somma di Euro 700,00 mensili, con decorrenza dalla data della domanda (6 dicembre 2002), a titolo di contributo per il mantenimento di A.A., figlio naturale di entrambi, nato il (omissis).

1.1 – Avverso tale decisione, fondata su una valutazione comparata dei redditi e delle consistenze patrimoniali dei genitori, il Sig. A.R. proponeva appello, deducendo l’erronea determinazione, per eccesso, del contributo posto a suo carico per il mantenimento dei figlio, con violazione del principio di proporzionalità sancito dall’art. 155 c.c.

1.2 – La Corte di appello di Roma, con la sentenza indicata in epigrafe, ha confermato la decisione di primo grado, rilevando che la somma determinata in prime cure sostanzialmente rispecchiava le rispettive potenzialità economiche dei genitori, in quanto, a fronte della preminente posizione della madre, titolare di un cospicuo e redditizio patrimonio immobiliare, doveva altresì tenersi conto dell’attività di antiquario svolta, in forma societaria, dal padre, le cui dichiarazioni fiscali non venivano considerate corrispondenti alla realtà, tenuto anche conto della consistenza del compendio immobiliare.

Considerato il tenore medio alto delle condizioni di vita mantenute dalla coppia durata la convivenza, valutate le maggiori esigenze del figlio, ormai ventenne e studente universitario, la corte territoriale, pur riconoscendo la preponderanza delle condizioni economiche della madre, riteneva congrua la somma determinata dal tribunale con riferimento al contributo paterno (Euro 700,00 in relazione a un’esigenza complessiva di Euro 1.700), anche perché comprensiva della partecipazione alle spese straordinarie.

1.3 – Per la cassazione di tale decisione l’A. propone ricorso, affidato a tre motivi, cui la V. resiste con controricorso. Le parti hanno depositato memorie.

Motivi della decisione

2. – Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 155 c.c., nonché insufficiente o illogica motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione, rispettivamente, all’art. 360, primo comma, n. e n. 5 c.p.c, per aver la Corte territoriale fatto riferimento alla “buona posizione economica” dell’A., senza indicare le risultanze probatorie relativa alla consistenza patrimoniale dello stesso e senza considerare l’entità minima delle quote di partecipazione sociale dell’A., per poi esprimere un giudizio di congruità del contributo posto a suo carico nonostante la preponderante situazione economica della V. e la conseguita autosufficienza del figlio.

Vengono formulati i seguenti quesiti di diritto:

1) Dica la Suprema Corte se le circostanze:

- quote di partecipazione del sig. A. pari allo 0,20 % nella società Galleria dei Cosmati S.r.l.;

- proprietà del sig. A. di appartamento in (OMISSIS) in comproprietà al 50%, e ricevuto per successione ereditaria, gravato da ipoteca giudiziale a favore di Banca di Roma e di Credito Emiliano, e un rustico, costituito da struttura a gabbia in cemento, sito in XXXXXXX;

- quote di partecipazione della sig.ra V. pari al 15 % nella società Galleria dei Cosmati S.r.l.;

- proprietà della sig.ra V. di patrimonio immobiliare in Italia (da uno solo dei suoi immobili in Roma percepisce un canone di locazione pari a Euro 7.500 mensili), negli USA (Texas), oltre a ingenti renditi da investimenti vari.

Integrino validamente e legittimamente, in relazione alla misura dell’assegno di mantenimento posto a carico del sig. A., il principio di proporzionalità enunciato nell’art. 155 c.c.

2) Dica la Suprema Corte se al fine di realizzare il principio di proporzionalità, ritenuta la necessità di corresponsione di un assegno periodico, la relativa quantificazione vada effettuata tenendo anche conto delle “attuali esigenze del figlio” (quindi della sua intervenuta autosufficienza economica) e delle “risorse economiche di entrambi i genitori, e se, ove le informazioni economiche offerte dai genitori non apparissero sufficientemente documentate, debba essere disposto accertamento della Polizia tributaria“.

2.1 – Il motivo è inammissibile. Prescindendo dal rilievo che le censure sopra indicate, per come formulate, tendono inequivocabilmente ad ottenere una diversa e più favorevole valutazione, non consentita in questa sede, delle risultanze processuali già considerate dal giudice del merito, va rilevato che la confusa prospettazione, nell’ambito dello stesso motivo, di questioni relative a violazione di legge e vizi motivazionali, trattate indistintamente, si riflette nella stessa indicazione dei quesiti sopra trascritti.

Deve invero rilevarsi come al ricorso in esame, avente ad oggetto un provvedimento emesso nel mese di marzo dell’anno 2008, debbano applicarsi le disposizioni del D.Lgs. 2.2.2006 n. 40 (in vigore dal 2.3.2006 sino al 4.7.2009), e in particolare l’art. 6, che ha introdotto l’art. 366 bis nel codice di procedura civile. Alla stregua di tali disposizioni – la cui peculiarità rispetto alla già esistente prescrizione della indicazione nei motivi di ricorso della violazione denunciata consiste nella imposizione di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione stessa, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto al fine del miglior esercizio della funzione nomofilattica – l’illustrazione dei motivi di ricorso, nei casi di cui all’art. 360 c. 1, nn. 1 – 2 – 3 – 4, deve concludersi, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto che, riassunti gli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito e indicata sinteticamente la regola di diritto applicata da quel giudice, enunci la diversa regola di diritto che ad avviso del ricorrente si sarebbe dovuta applicare nel caso di specie, in termini tali che per cui dalla risposta che ad esso si dia discenda in modo univoco l’accoglimento o il rigetto del gravame.

Analogamente, nei casi di cui all’art. 360 c. 1, n. 5 c.p.c., l’illustrazione del motivo deve contenere (cfr., ex multis: Cass. S.U. n. 20603/2007; Cass., n.16002/2007; Cass., n. 8897/2008) un momento di sintesi – omologo del quesito di diritto – che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.

Questa Corte ha altresì affermato che la formulazione del quesito di diritto di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ. deve avvenire in modo rigoroso e preciso, evitando quesiti multipli o cumulativi. Da ciò consegue non solo che i motivi di ricorso fondati sulla violazione di leggi e quelli fondati su vizi di motivazione debbono essere sorretti da quesiti separati, ma anche che non è consentito al ricorrente censurare con un unico motivo (e quindi con un unico quesito) sia la mancanza, sia l’insufficienza, sia la contraddittorietà della motivazione (Cass., 29 febbraio 2008, n. 5471).

Più recentemente si è ribadito che è inammissibile la congiunta proposizione di doglianze ai sensi dei numeri 3) e 5) dell’art. 360 cod. proc. civ., salvo che non sia accompagnata dalla formulazione, per il primo vizio, del quesito di diritto, nonché, per il secondo, dal momento di sintesi o riepilogo, in forza della duplice previsione di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ. (Cass., 20 maggio 2013, n. 12248).

2.2 – Il motivo in esame non è conforme a tali disposizioni, in quanto – a prescindere dalla deduzione, nell’ambito di un unico motivo, in violazione al principio di chiarezza dettato dal richiamato art. 366 bis c.p.c. (cfr. Cass., 29 ottobre 2010, n. 22205), di violazione di legge e di carenze motivazionali, nei suddetti quesiti non è possibile distinguere (prospettandosi indistintamente una diversa valutazione delle risultanze probatorie da sussumersi nella previsione di cui all’art. 155 c.c.) gli aspetti riferiti alla violazione di legge ovvero ai vizi motivazionali, richiamandosi per altro, nel secondo di essi, circostanze di fatto (autosufficienza del figlio) difformi da quelle emergenti dalla decisione impugnata.

3 – Con il secondo motivo, deducendosi violazione e falsa applicazione dell’art. 155 quinquies c.c. ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi, si sostiene che la corte territoriale avrebbe omesso di specificare le ragioni in base alle quali avrebbe derogato al principio fissato da detta norma, laddove prevede la corresponsione in via diretta al figlio maggiorenne della somma stabilita a titolo di contributo per il suo mantenimento.

Il motivo è corredato da due quesiti di diritto, correttamente formulati soltanto in relazione alla denunciata violazione dell’art. 155 quinquies c.c., ragion per cui non può tenersi conto di vizi della motivazione, per altro non adeguatamente individuati neppure nell’esposizione della censura. I quesiti sono così precisati:

1) Dica la Suprema Corte se la decisione impugnata abbia fatto corretta applicazione dei principi di diritto enunciati dell’art. 155 quinquies c.c. in relazione al fatto della sopravvenuta maggiore età del figlio Alexander nel corso del giudizio di primo grado.

2) Dica la Suprema Corte se in relazione al contenuto dell’art. 155 quinquies c.c. il diritto al mantenimento di un figlio naturale maggiorenne, evidentemente fuori da un giudizio di separazione o di divorzio, possa essere azionato dal genitore e se, nel caso di riconoscimento di un assegno periodico, questo debba essere versato direttamente all’avente diritto.

3.1 – La doglianza è infondata, ragion per cui ai quesiti, complessivamente considerati (in quanto il primo, singolarmente preso, si risolve in un mero interpello) deve rispondersi negativamente.

Vale bene premettere che il riferimento del ricorrente all’estraneità del presente procedimento alla materia della separazione e del divorzio non è conferente, non dubitandosi che la disciplina in questione, come del resto espressamente previsto dalla l. n. 54 del 2006, art. 4, comma 2, si applica anche “ai figli di genitori non coniugati”.

Prima dell’entrata in vigore della legge n. 54 del 2006, la giurisprudenza di legittimità era costante nel ritenere che il coniuge, il quale provvedesse direttamente ed integralmente al mantenimento del figlio convivente divenuto maggiorenne e non ancora autosufficiente, fosse legittimato iure proprio a pretendere l’assegno di mantenimento (oltre che il rimborso di quanto sostenuto) dall’altro coniuge (ex multis: Cass. Civ., Sez. I, 27 maggio 2005, n. 11320; Cass. Civ., Sez. I, 25 giugno 2004, n. 11863; Cass. Civ., sez. I, 13 febbraio 2003, n. 2147). Tale “legittimazione”, definita “concorrente” rispetto a quella del figlio maggiorenne, restava subordinata alla mancata iniziativa giudiziaria di quest’ultimo (Cass. Civ., Sez. I, 24.12.2006, n. 4188; Cass. Civ., Sez. I, 16.7.1998, n. 6950; Cass. Civ., Sez. I, 10849/1996; Cass. Civ., Sez. I, 12.3.1992, n. 3019; Cass. Civ., Sez. I, 7.11.1981, n. 5874) e si fondava sulla circostanza che in ragione della convivenza uno dei genitori sopporta delle spese che gravano ex art. 148 c.c. su entrambi (Cass. Civ., Sez. I, 21.6.2002, n. 9067; Cass. Civ., Sez. I, 16.2.2001, n. 2289; Cass. Civ., Sez. I, 16.6.2000, n. 8235; Cass. Civ., Sez. I, 5.12.1996, n. 10849; Cass. Civ., Sez. I, 29.4.1994, n. 3049). Su tale consolidato quadro giurisprudenziale è intervenuta la nuova formulazione dell’art. 155 quinquies, I comma, c.c. Tale disposizione normativa, inserita nel contesto dedicato allo scioglimento del matrimonio ed alla separazione dei coniugi, espressamente prevede che “il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico.

Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto“.

Con riferimento al “versamento diretto” a figlio maggiorenne non autosufficiente convivente con uno dei genitori sono state prospettate diverse soluzioni interpretative.

Secondo una prima tesi sarebbe stato sancito il diritto esclusivo (con evidenti riflessi in tema di legittimazione attiva) alla percezione dell’assegno da parte del figlio maggiorenne non autosufficiente. Secondo un altro indirizzo interpretativo la norma citata attribuirebbe il diritto alla percezione dell’assegno di mantenimento, quale regola generale, al figlio maggiorenne, e solo in ipotesi residuali, da verificare caso per caso, un diritto iure proprio al genitore convivente. Secondo una ulteriore tesi, poi, l’art. 155 quinquies, primo comma, seconda parte, c.c. si sarebbe limitato a dettare, in seno ai giudizi di separazione e divorzio, delle mere norme regolanti il momento attuati-vo dell’obbligo di corresponsione dell’assegno, prevedendo il versamento nelle mani direttamente del figlio maggiorenne, ovvero del genitore convivente laddove ravvisato opportuno dal giudice.

Non è chi non veda come, in base a quest’ultimo indirizzo interpretativo, che appare maggiormente condivisibile, siano fatti salvi i previgenti principi operanti nei giudizi di separazione personale e di divorzio (applicabili, anche nell’ambito dell’ormai superata distinzione fra figli legittimi e naturali, anche nell’ipotesi di genitori non coniugati) e attinenti al potere (inteso quale diritto-dovere) del giudice del relativo provvedimento di determinare, nella ricorrenza dei presupposti, il contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne, salvo poi stabilire, “valutate le circostanze”, cioè a dire tenuto conto delle esigenze e delle richieste specifiche, le modalità del relativo versamento. Di certo, la modulazione delle modalità di attuazione del versamento del contributo deve tendere, da un lato, ad assicurare l’autonomia del figlio maggiorenne nella selezione e nella cura dei propri interessi (purché meritevoli di tutela: un assegno versato direttamente a un figlio in preda al demone del gioco o tossicodipendente sarebbe contrario, sia pure in una visione in un certo senso paternalistica, allo spirito della norma); dall’altro, a non comprimere l’interesse del genitore convivente ad ottenere l’anticipazione di quelle spese, che per forza di cose gravano su di lui, in virtù di un munus specifico (Cass. 8 settembre 1998, n. 8868, Giur. it., 1999, 916), ma che, tuttavia, costituiscono l’adempimento di un obbligo solidale facente capo, ai sensi degli inalterati artt. 147 e 148 e. e, ad entrambi i genitori. Si è al riguardo osservato che con il raggiungimento della maggiore età, ove il figlio tuttora economicamente dipendente continui a vivere con il genitore che ne era affidatario, resta invariata la situazione di fatto oggetto di regolamentazione, e più, specificamente restano identiche le modalità di adempimento dell’obbligazione di mantenimento da parte del genitore convivente, e che la pretesa di quest’ultimo di ricevere dall’altro il contributo a suo carico trova ragione non solo o non tanto nell’interesse patrimoniale del medesimo a non anticipare la quota della prestazione gravante sull’altro, ma anche e soprattutto nel munus a lui spettante di provvedere direttamente ed in modo completo al mantenimento, alla formazione ed all’istruzione del figlio (Cass., 19 gennaio 2007, n. 1146).

Deve pertanto ritenersi – esclusa ogni efficacia abrogante alla facoltà sancita dall’art. 155 quinquies c.c. rispetto alle norme che disciplinano i doveri verso i figli, ancorché maggiorenni – che il fondamento giuridico del diritto del coniuge alla percezione dell’assegno di contribuzione al mantenimento del figlio maggiorenne e convivente, nulla essendosi modificato rispetto al munus ad esso spettante di provvedere direttamente ed in modo completo al mantenimento, alla formazione ed all’istruzione del figlio (v. anche Cass. Civ., Sez. I, 3.4.2002, n. 4765 e Cass. Civ., Sez. I, 8.9.1998, n. 8868), munus che affonda le radici nelle (immutate) disposizioni di cui agli artt. 147 e 148 c.c., sussista anche dopo l’introduzione della norma contenuta nell’art. 155 quinquies c.c.

È stato adeguatamente sottolineato come la soluzione in esame venga suggerita anche dalla lettura dell’art. 148, comma secondo, c.c., laddove si prevede che il presidente del tribunale, in caso di inadempimento di uno dei due coniugi, possa disporre che una quota dei redditi dell’obbligato sia versata all’altro coniuge o a chi sopporta direttamente le spese di mantenimento della prole. Non minor rilievo assume la collocazione sistematica della norma in questione in un contesto normalmente riservato ai coniugi quali parti essenziali del procedimento (vedi Corte Costituzionale, 14 luglio 1986, n. 185).

Deve pertanto ritenersi che, non essendo intervenuta una sostanziale modifica degli assetti normativi che disciplinano gli obblighi di entrambi i genitori nei confronti dei figli, ancorché maggiorenni, la legittimazione del coniuge convivente (definita normalmente “concorrente”, ma anche, da qualche autore, “straordinaria”) ad agire iure proprio nei confronti dell’altro genitore, in assenza di un’autonoma richiesta da parte del figlio, per richiedere tanto il rimborso, prò quota, delle spese già sostenute per il mantenimento del figlio stesso, quanto il versamento di un assegno periodico a titolo di contributo per detto mantenimento, sussista tuttora (Cass., 24 febbraio 2006, n. 4188). Il giudice, laddove investito da una domanda proveniente dal genitore convivente con figlio maggiorenne non autosufficiente, dovrà quindi (sussistendone i presupposti) riconoscere in ogni caso il diritto al contributo fatto valere dal genitore che abbia avanzato la relativa domanda, salva la facoltà di modulare in concreto il provvedimento, prevedendo un “versamento” (termine di per sé maggiormente aderente alla regolamentazione di un mero aspetto attuativo del diritto) nelle sue mani, ovvero direttamente nelle mani del figlio maggiorenne, ovvero in parte all’uno ed in parte all’altro. Assume, quindi, rilievo giuridico l’inerzia del figlio maggiorenne alla percezione dell’assegno di mantenimento, essendo comunque salva la possibilità per lo stesso di iniziare un procedimento ordinario inteso al riconoscimento di quel diritto, in maniera tale da eclissare la legittimazione in capo al genitore convivente (Cass., Sez. I, 24.12.2006, n. 4188; Cass., Sez. I, 16.7.1998, n. 6950; Cass., Sez. I, 10849/1996; Cass. Civ., Sez. I, 12.3.1992, n. 3019; Cass. Civ., Sez. I, 7.11.1981, n. 5874), nonché salvo il diritto del figlio stesso di intervenire nel procedimento relativo alla determinazione e all’attribuzione dell’assegno (Cass., 19 marzo 2012, n. 4296).

4 – Il terzo motivo, con il quale, deducendo “omesso esame di fatti controversi decisivi per il giudizio”, il ricorrente si duole della insufficienza della motivazione circa la propria posizione economica, della contraddittorietà della comparazione dei redditi dei genitori, nonché dell’omesso esame della questione inerente alla dedotta attività lavorativa del figlio è inammissibile, a causa della totale assenza di quel “momento di sintesi”, omologo del quesito di diritto, da formularsi nei termini sopra illustrati, previsto dalla disposizione contenuta nell’art. 366 bis c.p.c., nell’interpretazione datane da questa Corte.

5 – In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con condanna dell’A. al pagamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità, che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 2.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza.

 

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