incidente mortale ravenna cotignola lugo Danno Tanatologico

16 Agosto 2015 Sergio Armaroli 0 Comments

RAVENNA ,COTIGNOLA, LUGO, FAENZA,

GRAVE INCIDENTE-INCIDENTE  MORTALE

DANNO BIOLOGICO DANNO AI CONGIUNTI

avvocato Sergio Armaroli per incidenti mortali
incidente mortale ravenna cotignola lugo Danno Tanatologico

PURTROPPO RAVENNA E’ SEDE DI GRAVISSIMI

INCIDENTI MORTALI, LA STATALE E’ UN PERICOLO CONTINUO

Incidente mortale quali danni chiedere ?
Il primo tipo (ovvero quello patrimoniale) si rivolge ai superstiti: in caso di incidente stradale, da cui deriva la morte di una persona, il danno riguarda i superstiti che avevano rapporti economici attivi con la persona deceduta. Questo avviene indipendentemente dal fatto che essi siano (o meno) gli eredi, e purchè il danno sussista effettivamente.
Il danno morale, invece, spetta per diritto ai parenti prossimi del defunto, e viene valutato in base ad alcune tabelle che sono state pubblicate dai tribunali italiani. Inoltre, il risarcimento viene valutato in base all’età del defunto, al tipo e grado di parentela, in base ad un’eventuale convivenza o sulla presenza di parenti in vita o meno.

La categoria più dibattuta tra quelle concernenti il risarcimento ai parenti della vittima da fatto illecito del terzo è il danno biologico iure hereditatis. Il problema – che appassiona da anni giudici e studiosi di diritto – riguarda la risarcibilità, agli eredi, del “danno alla salute” subito dalla “vittima”, distinguendo tra due ipotesi diverse: la perdita istantanea della vita e le lesioni con successivo esito mortale.

Data la particolarità della sede in cui si tratta, sarebbe fuori luogo esaminare i diversi orientamenti che negli anni si sono succeduti e che tutt’oggi si contrappongono; tenteremo, pertanto, di fare chiarezza in materia seguendo l’iter logico del più recente e consolidato orientamento della Cassazione.

incidente mortale ravenna cotignola lugo Danno Tanatologico
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In particolare, in favore del soggetto attinto dalle lesioni (nonché, per successione, in favore degli eredi) è stato riconosciuto sia il risarcimento del danno biologico, qualora la vittima abbia trascorso un apprezzabile lasso di tempo in condizione di lucida agonia (subendo, quindi, un notevole grado di sofferenza fisica), sia il (solo) danno morale allorché – pur in mancanza di un intervallo di tempo apprezzabile tra le lesioni e la morte – la vittima abbia assistito lucidamente allo spegnersi della propria vita (c.d. danno morale catastrofale).
Non si è, invece, ritenuto configurabile alcun danno risarcibile nel caso in cui la morte intervenga istantaneamente o repentinamente, in modo tale da non consentire alla vittima di rendersene conto, ovvero, qualora quest’ultima, a causa della gravità delle lesioni, abbia trascorso l’intero periodo di agonia (eventualmente anche lungo) in totale stato d’incoscienza o in coma.
La pronuncia in commento si colloca apparentemente nell’ambito del citato consolidato orientamento che disconosce la risarcibilità autonoma del danno tanatologico, attribuendo alla vittima (ancora in vita) ed agli eredi (dopo la morte del de cuius),

 

Danno Tanatologico, danno da morte del congiunto, danno da morte iure hereditatis, danno da morte immediata, danno da morte tabelle milano 2014, danno da morte iure proprio

 

 

  1. Quanto al c.d. danno tanatologico, si deve tenere conto, nel quantificare la somma dovuta in risarcimento dei danni morali, “anche della sofferenza psichica subita dalla vittima di lesioni fisiche alle quali sia seguita dopo breve tempo la morte, che sia rimasta lucida durante l’agonia, in consapevole attesa della fine”;……..sì da evitare “….il vuoto di tutela determinato dalla giurisprudenza di legittimità che nega…. il risarcimento del danno biologico per la perdita della vita” (Cass. S.U. n. 26972/2008, cit., 4.9; Cass. civ. S.U. n. 26973/2006, 2.14).
  1. Il giudice deve cioè personalizzare la liquidazione dell’unica somma dovuta in risarcimento dei danni morali, tenendo conto anche del c.d. tanatologico, ove i danneggiati ne facciano specifica e motivata richiesta e le circostanze del caso concreto ne giustifichino la rilevanza.
  1. Nella specie la Corte di appello, in contrasto con i suddetti principi, ha del tutto negato ai ricorrenti il risarcimento, a titolo ereditario, dei danni morali subiti dalla vittima, a causa delle gravi sofferenze che hanno preceduto la morte.
  1. La somma liquidata in risarcimento dei danni morali risulta infatti quantificata con esclusivo riferimento al compenso spettante ai superstiti per i danni morali subiti iure proprio, a causa della perdita del rapporto parentale.
  1. – Il quinto motivo, con cui i ricorrenti lamentano che l’appello incidentale degli eredi P. avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile per carenza di legittimazione passiva degli stessi, avendo essi rinunciato all’eredità, è inammissibile per carenza di interesse, avendo la Corte di appello disposto per l’appunto in questo senso, nella motivazione (cfr. pag. 6, terza riga, della sentenza).
  1. – In accoglimento del sesto e del settimo motivo di ricorso la sentenza impugnata deve essere cassata, limitatamente al capo relativo alla mancata liquidazione delle somme richieste a titolo di risarcimento del danno morale subito dal defunto (erroneamente definito come danno biologico) e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa può essere decisa nel merito.
incidente mortale ravenna cotignola lugo Danno Tanatologico
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  1. La domanda di risarcimento dei danni morali subiti dalla vittima nel tempo che ha preceduto la morte, proposta dagli odierni ricorrenti a titolo ereditario, deve essere accolta, sulla base delle argomentazioni e della diversa qualificazione di cui sopra (cfr. Cass. civ. Sez. 3^, 28 novembre 2008 n. 28423; Cass. civ. Sez. 3^, 30 settembre 2009 n. 20949; Cass. civ. Sez. 3^, 19 gennaio 2010 n. 702), ed alle somme già liquidate dalla Corte di appello in risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dalle ricorrenti iure proprio, deve essere aggiunta una somma a compenso dei danni morali, loro spettante “iure haereditario”, somma che si ritiene di quantificare nel medesimo importo di Euro 90.000,00, già liquidato dal Tribunale come danno biologico.

DOMANDE E RISPOSTE

1)DOMANDA Cosa fare per
risarcimento incidente stradale mortale?

 

RISPOSTA Resta una delle cose piu’ terribili della vita quando un famigliare muore in un incidente, purtroppo se per la vita del defunto noi umani nulla possiamo fare, possiamo invece preoccuparci del risarcimento se vi sono le condizioni!

Occorre in primo luogo verificare la responsabilità ,il danno è dovuto solo se per le norme della strada il defunto aveva ragione nel sinistro!!

 

2DOMANDA come viene calcolato il danno del defunto ai prossimi congiunti?

 

RISPOSTA il calcolo risarcimento danni incidente stradale mortale avviene secondo le  tabelle del Tribunale di Melano adottate in tutta italia

3DOMANDA QUALI SONO I TEMPI DEL RISARCIMENTO?

RISPOSTA Non brevissimi, occorre seguir el’istruttoria penale che spesso segue a un incidente mortale, e occorre individuare la compagnia assicurativa del responsabile a cui subito fare richiesta danni

4DOMANDA quanto vinee pagato un famigliare stretto per la morte di un congiunto in incidente?

RISPOSTA Attualmente, un risarcimento morale medio per la morte di un figlio o di un genitore si quantifica in circa 200.000 – 300.000 euro.

Ovviamente va sempre considerata la particolare situazione e la personalizzazione del danno in relazione a fattori meno “rigorosi” quali ad esempio l’essere un figlio unico

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5DOMANDA con quali criteri si viene pagati se un congiunto muore in incidente stradale?

RISPOSTA l rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto ,ad esempio i genitori il coniuge e i figli sono clore che hanno il maggior danno, inferiore  molto inferiore è il danno al fratello

Come la cassazione ha anno avuto modo di affermare nel 2008, il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (così Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26975), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c..

A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale va dunque sempre allegato e provato, in quanto, come osservato anche in dottrina, l’onere della prova non dipende invero dalla relativa qualificazione in termini di “danno-conseguenza”, tutti i danni extracontrattuali dovendo essere provati da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, e la prova può essere data con ogni mezzo (v., in particolare, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., 1/7/2009, n. 15405).

Trattandosi di pregiudizio (non biologico) a bene immateriale, particolare rilievo assume invero la prova presuntiva (v. Cass., Sez. Un., 15/1/2009, n. 794; Cass., 19/12/2008, n. 29832).

Il giudice, si è in argomento precisato, attraverso il ricorso alle presunzioni (nonché l’esplicazione, se del caso, dei poteri istruttori attribuitigli dall’art. 421 c.p.c.) può sopperire alla carenza di prova, ma non anche al mancato esercizio dell’onere di allegazione,, concernente sia l’oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda (cfr. Cass., Sez. Un., 6 marzo 2009, n. 6454).

La prova del danno non patrimoniale da uccisione o da lesione (v. oltre) dello stretto congiunto può essere dunque data anche a mezzo di presunzioni (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828; Cass., 19/08/2003, n. 12124; Cass., 15/07/2005, n. 15022; Cass., 12/6/2006, n. 13546), che in argomento assumono anzi “precipuo rilievo” (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).

Le presunzioni valgono invero a sostanzialmente facilitare l’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova contraria (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Come anche in dottrina posto in rilievo, la presunzione semplice o hominis si caratterizza perché il fatto che la fonda va provato in giudizio, mentre nella presunzione legale è stabilito dalla legge che, attraverso lo schema logico della presunzione, non vuole imporre conclusioni indefettibili, ma introduce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell’operata riconduzione, in base a regole (elastiche) di esperienza, del fatto ignoto da quello noto; mentre, quando queste regole si irrigidiscono, assumendo consistenza di normazione positiva, si ha un fenomeno qualitativamente diverso e dalla praesumptio hominis si trapassa nel campo della presunzione legale (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546. E già Cass., 16 marzo 1979, n. 1564; Cass., 7 luglio 1976, n. 2525).

Una volta che la presunzione semplice si sia tuttavia formata, e sia stata rilevata (cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova), essa ha la medesima efficacia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, in quanto l’una e l’altra trasferiscono a colui contro il quale esse depongono l’onere della prova contraria (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546; Cass., 27/11/1999, n. 13291. Diversamente v. peraltro Cass., 16/3/1979, n. 1564).

A tale stregua, la presunzione solleva la parte che ex art. 2697 c.c. sarebbe onerata di provare il fatto previsto, che, come posto in rilievo in dottrina, deve considerarsi provato ove provato il “fatto base” (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Quando ammessa, la presunzione, in assenza di prova contraria, impone al giudice di ritenere provato il fatto previsto senza consentirgli la valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c. (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Anche nella giurisprudenza di legittimità si è con riferimento alla prova per presunzioni semplici sottolineato che, nel dedurre dal fatto noto quello ignoto il giudice di merito incontra il solo limite del principio di probabilità (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Non occorre cioè che i fatti su cui la presunzione si fonda siano tali da far apparire la esistenza del fatto ignoto come l’unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessità assoluta ed esclusiva (in tal senso v. peraltro Cass., 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088), ma è sufficiente che l’operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza (v. Cass., 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026), basate sull’id quod plerumque accidit (v. Cass., 30/11/2005, n. 6081; Cass., 6/6/1997, n. 5082).

In presenza di tale allegazione il giudice deve quindi ritenere, sulla base della presunzione fondata essenzialmente sulla base della tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo statistico, provati gli effetti che da tale fatto normalmente derivano, avendo riguardo ad una “apparenza” basata sul tipico decorso degli avvenimenti.

Incombe alla parte a cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria idonea a vincerla, con valutazione al riguardo spettante al giudice di merito (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Costituendo un mezzo di prova di rango non inferiore agli altri, in quanto di grado non subordinato nella gerarchia dei mezzi di prova e dunque non “più debole” della prova diretta o rappresentativa, ben possono le presunzioni assurgere anche ad unica fonte di convincimento del giudice (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572, Cass., 12/6/2006, n. 13546, Cass., 6/7/2002, n. 9834), costituendo una “prova completa” (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546. E già Cass., 22 luglio 1968, n. 2643).

6DOMANDA COME VIENE STABILITA LA RESPONSABILITA’ IN UN INCIDENTE MORTALE?

RISPOSTA :DAI VERBALI DELL’AIUTORITA’ DAI TESTI , DALLA CINEMATICA A VOLTE DISPOSTA DAL PM O DA UNA CINEMATICA PRIVATA

COSA E’ UN A PERZIA CINEMATICA ?

E’ UNA PERIZIA FATTA DA UN TECNICO CHE INDIVIDUA IL PUNTO D’URTO LE RESPONSABILITà LA VELOCITA’ I COMPORTAMENTI DEIU OCNDUCENTI NELL’INCIDENTE

7DOMANDA TEMPI DI PRESCRIZIOONE DEL RISARCIMENTO DEL DANNO I CONGIUNTI

RISPOSTA Vi sono infatti alcune importanti eccezioni, e particolare rilevanza assume la possibilità per la quale se il fatto che ha cagionato il danno è configurabile come reato, si applicherà il più lungo termine di prescrizione previsto per il reato stesso.
Tuttavia il terzo comma dell’art. 2947 c.c. prevede che, qualora l’evento lesivo sia conseguenza di un reato, in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna intervenuta nel processo penale il diritto al risarcimento si prescriverà nel più breve termine di due anni; a decorrere però dalla data in cui tale sentenza diviene irrevocabile, e non già dalla data in cui è avvenuto il fatto lesivo.

8 DOMANDA COSA E’ IL DANNO TANATOLOGICO ?

risposta Come la Suprema Corte ha anche di recente ribadito (v. Cass. n. 23183/2014), laddove la liquidazione del danno biologico terminale può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, in relazione al danno cd. catastrofale la natura peculiare del pregiudizio comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro, che tenga conto della “enormità” del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto da esitare nella morte. Secondo gli approdi giurisprudenziali citati il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. è connotato da tipicità, in quanto risarcibile solo nei casi determinati dalla legge e nei casi di lesione di un interesse costituzionalmente tutelato. La distinzione tra le varie voci di danno (biologico, morale ed esistenziale) adottata dalle su menzionate sentenze gemelle del 2003 e dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 233/2003 deve dunque essere intesa come mera sintesi descrittiva. Il catalogo dei diritti risarcibili non costituisce numero chiuso e la tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell’apertura dell’art. 2 cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complesso sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana. Ne consegue, secondo le parole della Suprema Corte, che “il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici. Ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale” (C. Cass. n. 26972/2008).

DOMANDA :QUALI ELEMENTI PER IL CALCOLO MORTE DEL CONGIUNTO?

Il fattore più significativo è certamente il grado di parentela con la vittima; più è stretto tale rapporto maggiore sarà il risarcimento.

Vengono considerati pe ril calcolo anche l’età della vittima e del congiunto. In questo caso quanto è minore l’età, maggiore sarà l’entità del danno parentale, in quanto tale danno è destinato a protrarsi per un lasso di tempo maggiore.

 

RISARCIMENTO DANNI-INCIDENTE STRADALE-DANNO PATRIMONIALE DANNO NON PATRIMONIALE –DANNO ESISTENZIALE

 

La prima questione è inammissibile, risolvendosi nella prospettazione di una diversa interpretazione di un fatto ritenuto provato, con congrua motivazione, dal Tribunale.
1.2.- Anche la seconda questione è inammissibile. Secondo il Tribunale (pag. 6) il contratto abilitava Aurora a svolgere tentativi di bonario componimento. Di tale ratio decidendi non vi è traccia nel motivo.
2.- Con il secondo motivo, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente prospetta un difetto di interpretazione dell’art. 45 delle Condizioni generali di polizza.
2.1.- Il secondo motivo è inammissibile, in quanto si risolve in una diversa interpretazione dell’art. 45 delle Condizioni Generali di polizza piuttosto che in un errore nei criteri di interpretazione. Comunque il ricorrente non dimostra che l’art. 45, lett. b), delle condizioni di polizza gli desse la facoltà, nella specie, di gestire il sinistro.
3.- Con il terzo motivo, sotto i profili della violazione di legge, della nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole del rigetto della domanda di risarcimento dei danni morali, assumendo che egli «(…) meglio avrebbe dovuto indicarli quali danni esistenziali (…)».
3.1.- Il terzo motivo è infondato. Le Sezioni Unite di questa Corte, nella sentenza n. 26972 del 2008, hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi “previsti dalla legge”, e cioè, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ.: (a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale; (b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato (ad es., nel caso di illecito trattamento dei dati personali o di violazione delle norme che vietano la discriminazione razziale); in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento dei danno non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento (quali, rispettivamente, quello alla riservatezza od a non subire discriminazioni); (c) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge, ma dovranno essere selezionati caso per caso dal giudice.
I pregiudizi lamentati dal ricorrente non rientrano in alcuna di tali categorie, e quindi non potevano essere risarciti.
4.- Con il quarto motivo, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole della omessa condanna della controparte ex art. 89 cod. proc. civ.
4.1.- Il quarto motivo è inammissibile. Questa Corte ha infatti più volte affermato che il risarcimento del danno ex art. 89 cod. proc. civ. costituisce esercizio di un potere discrezionale non censurabile in cassazione.
5.- Il ricorso va quindi rigettato, con la condanna del ricorrente alle spese, liquidate in € 1.800, di cui € 1.600 per compenso, oltre accessori di legge.

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RISARCIMENTO DANNI-INCIDENTE STRADALE-DANNO PATRIMONIALE DANNO NON PATRIMONIALE –DANNO ESISTENZIALE

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza  16 giugno 2014, n. 13670

Svolgimento del processo

F.P. convenne in giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Roma l’Aurora Assicurazioni deducendo che era stato assicurato per la RCA presso la convenuta; che era stato collocato nella classe di merito 15ma, come da sentenza del G.d.P. di Roma n. 18618/04; che, al 31/12/04, la Compagnia non aveva rinnovato il contratto per eccessiva sinistrosità e che pertanto egli era stato costretto a stipulare un nuovo contratto con la Duomo S.p.A., che lo aveva collocato nella 18ma classe di merito, giusta l’attestato di rischio rilasciatogli dall’Aurora, in conseguenza di un sinistro avvenuto nel 2004 con tale D.R.; che egli aveva contestato la sua responsabilità e negato anche i danni lamentati dal D., chiedendo alla Compagnia di gestire il sinistro a proprio carico e rischio, secondo la previsione dell’art. 45, lett. b), delle condizioni di contratto; che aveva subito un danno dal declassamento pari ad € 751,75, corrispondente alla differenza tra il premio pagato a Duomo S.p.A. per la prima semestralità del 2005 e quanto avrebbe pagato se fosse stato assegnato alla 14ma classe di merito, non essendo stati risarciti altri danni nel 2004; che inoltre aveva riportato danni morali, poiché molte Compagnie di Assicurazione si erano rifiutate di stipulare un contratto con un soggetto assegnato alla 18ma classe di merito e a causa del comportamento irriguardoso della Compagnia nel giudizio dinanzi al G.d.P. conclusosi con la sentenza 18618/04. Tutto ciò premesso il P. svolgeva domanda risarcitoria nei confronti dell’Aurora.
Il G.d.P. disponeva la collocazione del P. nella 17ma classe e condannava l’Aurora al pagamento della differenza di premio ma rigettava le ulteriori domande attrici ed il Tribunale rigettava l’appello del P..
Avverso la sentenza di appello il P. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.
L’Aurora Assicurazioni resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1.- Con il primo, complesso, motivo, il ricorrente prospetta due vizi di motivazione: l’avere il Tribunale affermato, contrariamente al vero, che esso ricorrente avrebbe riconosciuto la sua responsabilità nella causazione del sinistro con il D.; l’avere affidato il proprio convincimento circa l’esistenza del danno lamentato dal D. alla perizia fatta dalla società assicuratrice.
1.1.- La prima questione è inammissibile, risolvendosi nella prospettazione di una diversa interpretazione di un fatto ritenuto provato, con congrua motivazione, dal Tribunale.
1.2.- Anche la seconda questione è inammissibile. Secondo il Tribunale (pag. 6) il contratto abilitava Aurora a svolgere tentativi di bonario componimento. Di tale ratio decidendi non vi è traccia nel motivo.
2.- Con il secondo motivo, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente prospetta un difetto di interpretazione dell’art. 45 delle Condizioni generali di polizza.
2.1.- Il secondo motivo è inammissibile, in quanto si risolve in una diversa interpretazione dell’art. 45 delle Condizioni Generali di polizza piuttosto che in un errore nei criteri di interpretazione. Comunque il ricorrente non dimostra che l’art. 45, lett. b), delle condizioni di polizza gli desse la facoltà, nella specie, di gestire il sinistro.
3.- Con il terzo motivo, sotto i profili della violazione di legge, della nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole del rigetto della domanda di risarcimento dei danni morali, assumendo che egli «(…) meglio avrebbe dovuto indicarli quali danni esistenziali (…)».
3.1.- Il terzo motivo è infondato. Le Sezioni Unite di questa Corte, nella sentenza n. 26972 del 2008, hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi “previsti dalla legge”, e cioè, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ.: (a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale; (b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato (ad es., nel caso di illecito trattamento dei dati personali o di violazione delle norme che vietano la discriminazione razziale); in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento dei danno non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento (quali, rispettivamente, quello alla riservatezza od a non subire discriminazioni); (c) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge, ma dovranno essere selezionati caso per caso dal giudice.
I pregiudizi lamentati dal ricorrente non rientrano in alcuna di tali categorie, e quindi non potevano essere risarciti.
4.- Con il quarto motivo, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole della omessa condanna della controparte ex art. 89 cod. proc. civ.
4.1.- Il quarto motivo è inammissibile. Questa Corte ha infatti più volte affermato che il risarcimento del danno ex art. 89 cod. proc. civ. costituisce esercizio di un potere discrezionale non censurabile in cassazione.
5.- Il ricorso va quindi rigettato, con la condanna del ricorrente alle spese, liquidate in € 1.800, di cui € 1.600 per compenso, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in € 1.800, di cui € 1.600 per compenso, oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione civile, il 23 aprile 2014.

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MORTE INCIDENTE DANNO CATASTROFALE

L’unica distinzione che si registra negli orientamenti giurisprudenziali riguarda la qualificazione, ai fini della liquidazione, del danno da risarcire che, da un orientamento, con “mera sintesi descrittiva” (Cass. n. 26972 del 2008), è indicato come “danno biologico terminale” (Cass. n. 11169 del 1994, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 1704 del 1997, n. 24 del 2002, n. 3728 del 2002, n. 7632 del 2003, n 9620 del 2003, n. 11003 del 2003, n. 18305 del 2003, n. 4754 del 2004, n. 3549 del 2004, n. 1877 del 2006, n. 9959 del 2006, n. 18163 del 2007, n. 21976 del 2007, n. 1072 del 2011) – liquidabile come invalidità assoluta temporanea, sia utilizzando il criterio equitativo puro che le apposite tabelle (in applicazione dei principi di cui alla sentenza n. 12408 del 2011) ma con il massimo di personalizzazione in considerazione della entità e intensità del danno – e,da altro orientamento, è classificato come danno “catastrofale” (con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni).

Il danno “catastrofale”, inoltre, per alcune decisioni, ha natura di danno morale soggettivo (Cass. n. 28423 del 2008, n. 3357 del 2010, n. 8630 del 2010, n. 13672 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 19133 del 2011, n. 7126 del 2013, n. 13537 del 2014) e per altre, di danno biologico psichico (Cass. n. 4783 del 2001, n. 3260 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 1072 del 2011).

Ma da tali incertezze non sembrano derivare differenze rilevanti sul piano concreto della liquidazione dei danni perchè, come già osservato, anche in caso di utilizzazione delle tabelle di liquidazione del danno biologico psichico dovrà procedersi alla massima personalizzazione per adeguare il risarcimento alle peculiarità del caso concreto, con risultati sostanzialmente non lontani da quelli raggiungibili con l’utilizzazione del criterio equitativo puro utilizzato per la liquidazione del danno morale.

Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni, invece, si ritiene che non possa essere invocato un diritto al risarcimento dei danno iure hereditatis.

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 Tale orientamento risalente (Cass. sez. un. 22 dicembre 1925, n. 3475: “se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l’esistenza di un subbietto di diritto”) ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 e, come rilevato, anche nella più recente sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 (che ne ha tratto la conseguenza dell’impossibilità di una rimeditazione della soluzione condivisa) e si è mantenuto costante nella giurisprudenza di questa Corte (tra le più recenti, successivamente alla citata sentenza della Corte costituzionale: Cass. n. 11169 del 1994, n. 10628 del 1995, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 3592 del 1997, n. 1704 del 1997, n. 9470 del 1997, n. 11439 del 1997, n. 5136 del 1998, n. 6408 del 1998, n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 1633 del 2000, n. 2134 del 2000, n. 4729 del 2001, 4783 del 2001, n. 887 del 2002, n. 7632 del 2003, n. 9620 del 2003, n. 517 del 2006, n. 3760 del 2007, n. 12253 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 15706 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 2654 del 2012, n. 12236 del 2012, n. 17320 del 2012).

A tale risalente e costante orientamento le sezioni unite intendono dare continuità non essendo state dedotte ragioni convincenti che ne giustifichino il superamento. Certamente tali ragioni non sono state neppure articolate con la sentenza n. 15760 del 2006 (pronunciata su ricorso avente ad oggetto la domanda di risarcimento dei danni da morte di congiunto avanzata iure proprio) che, con affermazione avente dichiarata natura di obiter “sistematico”si è limitata ad auspicare che, in conformità con orientamenti dottrinari italiani ed Europei, sia riconosciuto quale momento costitutivo del credito risarcitorio quello della lesione, indipendentemente dall’intervallo di tempo con l’evento morte causalmente collegato alla lesione stessa.

Ma anche l’ampia motivazione della sentenza n. 1361 del 2014, che ha effettuato un consapevole revirement, dando luogo al contrasto in relazione al quale è stato chiesto l’intervento di queste sezioni unite, non contiene argomentazioni decisive per superare l’orientamento tradizionale, che, d’altra parte, risulta essere conforme agli orientamenti della giurisprudenza Europea con la sola eccezione di quella portoghese.

La premessa del predetto orientamento, peraltro non sempre esplicitata, sta nell’ormai compiuto superamento della prospettiva originaria secondo la quale il cuore del sistema della responsabilità civile era legato a un profilo di natura soggettiva e psicologica, che ha riguardo all’agire dell’autore dell’illecito e vede nel risarcimento una forma di sanzione analoga a quella penale, con funzione deterrente (sistema sintetizzato dal principio affermato dalla dottrina tedesca “nessuna responsabilità senza colpa” e corrispondente alle codificazioni ottocentesche per giungere alle stesse impostazioni teoriche poste a base del codice del ’42).

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