Separazione giudiziale Bologna , avvocato Sergio Armaroli,domande su separazioneSeparazione giudiziale Bologna ,

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Le fondamentali domande

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COSA E’ LA SEPARAZIONE GIUDIZIALE ?

SE NELLE SEPARAZIONI NON E’ POSSIBILE ARRIVARE A UN ACCORDO PER LA SEPARAZIONE CONSENSUALE SI ARRIVA NECESSARIAMENTE ALLA GIUDIZIALE

Per ottenere la separazione giudiziale è indispensabile l’assistenza di un legale diverso per ciascun coniuge.Il presidente del tribunale fissa una prima udienza, alla quale i coniugi dovranno comparire personalmente e in cui sarà tentata la riconciliazione.

La procedura di separazione giudiziale implica il sorgere di un contenzioso ordinario che ha inizio quando uno dei coniugi deposita per primo in Tribunale la richiesta di separazione.

A differenza della separazione consensuale, la separazione giudiziale implica l’instaurarsi di una vera e propria lite giudiziale.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e solo se ciò sia richiesto da uno dei coniugi o da entrambi, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

Peculiarità della separazione giudiziale, è pertanto la possibilità dell’addebito della separazione ad uno dei coniugi.

L’art. 151 del codice civile prevede come presupposto del ricorso per la separazione giudiziale l’intollerabilità della convivenza, oppure il verificarsi di fatti tali da arrecare un grave pregiudizio per l’educazione dei figli.

Fatto il ricorso e notificato alla controparte cioè l’altro coniuge si attende la prima udienza di solito dopo alcuni mesi e il giudice dara’ i provvedimenti urgenti come per l’affido figli o per l’assegno di mantenimento o per la casa

Emessa l’ordinanza presidenziale, si da avvio al procedimento vero e proprio nel quale sono previsti, per ciascuna dei coniugi, termini per il deposito di memorie difensive a cui segue la fase, cosiddetta istruttoria, nel corso della quale vengono sentiti i testimoni indicati da ciascuna delle parti, previa valutazione di opportunità da parte del Giudice.

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ARTICOLO 151 CC

Separazione giudiziale

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

 

“Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici. Sono i premurosi giardinieri che fanno fiorire la nostra anima.”

 

MARCEL PROUST

Separazione giudiziale

 

Art. 156 c.c. Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.

Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.

La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto.

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti.

LA NUOVA CONVIVENZA STABILE DELL’EX MOGLIE FA VENIR MENO L’OBBLIGO ASSEGNO DI MANTENIMENTO

Quando la famiglia di fatto è qualcosa di serio, dunque, la Cassazione riconosce che «il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale non può che venir meno di fronte all’esistenza di una vera e propria famiglia, ancorché di fatto». Ma quando la famiglia di fatto diventa stabile? Quando i conviventi elaborano «un progetto e un modello di vita in comune». Magari con figli. «E non si deve dimenticare che obblighi e diritti dei genitori nei confronti dei figli sono assolutamente identici in abito matrimoniale e fuori dal matrimonio

Il Tribunale di Brindisi, con sentenza non definitiva in data 3/7/2006, dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Con sentenza definitiva in data 31/05/2010, poneva a carico del ______ assegno divorzile di €. 1.000,00 mensili a favore della moglie, con decorrenza dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza.

Proponeva appello la _______ chiedendo una decorrenza anteriore dell’assegno. Costituitosi il contraddittorio, il ________ chiedeva rigettarsi il gravame e, in via di appello incidente e, l’esclusione di ogni assegno.

Afferma il giudice a quo che, una relazione more uxorio rileva ai fini della determinazione dell’assegno a carico dell’ex coniuge nei limiti in cui tale relazione “incida sulla reale e concreta situazione economica della donna, risolvendosi in una condizione e fonte, effettiva e non alleatoria, di reddito”.
Questa Corte, con giurisprudenza ormai consolidata, (tra le altre, Cass. N. 17195 del 2011), ha chiarito che l’espressione “famiglia di fatto” non consiste soltanto nel convivere come coniugi, ma indica prima di tutto una “famiglia”, portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli. In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell’individuo, ai sensi dell’art. 2 Cost.
Ove tale convivenza assuma dunque i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio): come già si diceva, potenziamento reciproco della personalità dei conviventi, e trasmissione di valori educativi ai figli (non si deve dimenticare che obblighi e diritti dei genitori nei confronti dei figli sono assolutamente identici, ai sensi dell’art. 30 Cost. , in ambito matrimoniale e fuori dal matrimonio, e tale identità di posizione è oggi pienamente ribadita e assicurata dalla recente riforma della filiazione del 2012/2013). la mera convivenza si trasforma in una vera e propria “famiglia di fatto”.
A quel punto, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner, non può che venir meno di fronte all’esistenza di una vera e propria famiglia, ancorchè di fatto. Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso, pur dovendosi ribadire che non vi è né identità, né analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all’assegno, e la fattispecie in esame che necessita di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale.
E’ consapevole il Collegio, che anche nell’ambito della giurisprudenza sopra indicata ormai nettamente maggioritaria, talora si è affermato ( Cass. N. 17195 del 2011, predetta) che il fenomeno andrebbe spiegato con una sorta di “quiescenza” del diritto all’assegno, che potrebbe riproporsi, in caso di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, com’è noto effettuabile ad nutum, ed in assenza di una normativa specifica, ancora estranea al nostro ordinamento, che non prevede garanzia alcuna per l’ex familiare di fatto, salvo eventuali accordi economici stipulati tra i conviventi stessi.
Tuttavia, riesaminandosi la questione, sembra a questo Collegio assai piu coerente, rispetto alle premesse sopra indicate, affermare che una famiglia di fatto, espressione di una scelta esistenziale,libera e consapevole, da parte del coniuge, eventualmente potenziata dalla nascita di figli (ciò che dovrebbe escludere ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge) dovrebbe essere necessariamente caratterizzata dalla assunzione piena di un rischio, in relazione alle vicende successive della famiglia di fatto, mettendosi in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra conviventi ( ferma restando evidentemente la permanenza di ogni obbligo verso i figli).
Va per di piu’ considerata la condizione del coniuge , che si vorrebbe nuovamente obbligato e che , invece, di fronte alla costituzione di una famiglia di fatto tra il proprio    coniuge e un altro partner, necessariamente stabile e duratura, confiderebbe, all’evidenza, nell’esonero definitivo da ogni obbligo.
Nella specie, il giudice a quo ritiene pacifica ( anche perché già oggetto di esame sia nel corso del giudizio di separazione che del primo grado del presente giudizio di divorzio, la “convivenza more uxorio ” instaurata dalla _____ con _________    da cui erano nati due figli ,uno dei quali morto alla nascita

DIVORZIO SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato in data 11/11/2004, _____ chiedeva dichiararsi, nei confronti della moglie ______ la cessazione degli effetti civili del matrimonio, con esclusione dell’assegno divorzile.

Costituitosi il contraddittorio, la _____ dichiarava di non opporsi al
divorzio, e chiedeva assegno per sé.

Il Tribunale di Brindisi, con sentenza non definitiva in data 3/7/2006, dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Con sentenza definitiva in data 31/05/2010, poneva a carico del ______ assegno divorzile di €. 1.000,00 mensili a favore della moglie, con decorrenza dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza.

Proponeva appello la _______ chiedendo una decorrenza anteriore dell’assegno. Costituitosi il contraddittorio, il ________ chiedeva rigettarsi il gravame e, in via di appello incidente e, l’esclusione di ogni assegno.

La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza 03/07/ 2011, in parziale accoglimento dell’appello principale, disponeva la decorrenza dell’assegno dal mese di ottobre del 2006 ( passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio); rigettava l’appello incidentale del marito.

Ricorre per cassazione il _________

Resiste, con controricorso, la ________________ che pure deposita memoria per l’udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 5, sesto comma, L. n° 898/1970, nonché vizio di motivazione, non avendo tenuto conto la Corte di merito della stabile convivenza, che aveva la dato luogo ad una vera e propria famiglia di fatto, della _____________ con altro uomo, ciò che dovrebbe escludere la corresponsione i assegno divorzile a carico del coniuge, anche se tale convivenza venisse a cessare.
Con il secondo, violazione dell’art. 4, decimo comma, L. 898/1970 nonché contraddittoria motivazione in ordine alla decorrenza dell’assegno divorzile.
Afferma il giudice a quo che, una relazione more uxorio rileva ai fini della determinazione dell’assegno a carico dell’ex coniuge nei limiti in cui tale relazione “incida sulla reale e concreta situazione economica della donna, risolvendosi in una condizione e fonte, effettiva e non alleatoria, di reddito”.
Questa Corte, con giurisprudenza ormai consolidata, (tra le altre, Cass. N. 17195 del 2011), ha chiarito che l’espressione “famiglia di fatto” non consiste soltanto nel convivere come coniugi, ma indica prima di tutto una “famiglia”, portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli. In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell’individuo, ai sensi dell’art. 2 Cost.
Ove tale convivenza assuma dunque i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio): come già si diceva, potenziamento reciproco della personalità dei conviventi, e trasmissione di valori educativi ai figli (non si deve dimenticare che obblighi e diritti dei genitori nei confronti dei figli sono assolutamente identici, ai sensi dell’art. 30 Cost. , in ambito matrimoniale e fuori dal matrimonio, e tale identità di posizione è oggi pienamente ribadita e assicurata dalla recente riforma della filiazione del 2012/2013). la mera convivenza si trasforma in una vera e propria “famiglia di fatto”.
A quel punto, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner, non può che venir meno di fronte all’esistenza di una vera e propria famiglia, ancorchè di fatto. Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso, pur dovendosi ribadire che non vi è né identità, né analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all’assegno, e la fattispecie in esame che necessita di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale.
E’ consapevole il Collegio, che anche nell’ambito della giurisprudenza sopra indicata ormai nettamente maggioritaria, talora si è affermato ( Cass. N. 17195 del 2011, predetta) che il fenomeno andrebbe spiegato con una sorta di “quiescenza” del diritto all’assegno, che potrebbe riproporsi, in caso di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, com’è noto effettuabile ad nutum, ed in assenza di una normativa specifica, ancora estranea al nostro ordinamento, che non prevede garanzia alcuna per l’ex familiare di fatto, salvo eventuali accordi economici stipulati tra i conviventi stessi.
Tuttavia, riesaminandosi la questione, sembra a questo Collegio assai piu coerente, rispetto alle premesse sopra indicate, affermare che una famiglia di fatto, espressione di una scelta esistenziale,libera e consapevole, da parte del coniuge, eventualmente potenziata dalla nascita di figli (ciò che dovrebbe escludere ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge) dovrebbe essere necessariamente caratterizzata dalla assunzione piena di un rischio, in relazione alle vicende successive della famiglia di fatto, mettendosi in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra conviventi ( ferma restando evidentemente la permanenza di ogni obbligo verso i figli).
Va per di piu’ considerata la condizione del coniuge , che si vorrebbe nuovamente obbligato e che , invece, di fronte alla costituzione di una famiglia di fatto tra il proprio    coniuge e un altro partner, necessariamente stabile e duratura, confiderebbe, all’evidenza, nell’esonero definitivo da ogni obbligo.
Nella specie, il giudice a quo ritiene pacifica ( anche perché già oggetto di esame sia nel corso del giudizio di separazione che del primo grado del presente giudizio di divorzio, la “convivenza more uxorio ” instaurata dalla _____ con _________    da cui erano nati due figli ,uno dei quali morto alla nascita. Aggiunge il giudice a
quo che la relazione stabile tra __________    e _____________    e dunque anche l’apporto economico di questo alla famiglia di fatto, era venuto meno dal gennaio 2003. Ma tale circostanza, come si diceva, non potrebbe costituire titolo per ottenere l’assegno divorzile.
Accolto il primo motivo del ricorso, rimane assorbito il secondo.
Va cassata la sentenza impugnata.
Può decidersi nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., non essendo
necessari ulteriori accertamenti di fatto.
Va rigettata la domanda di assegno divorzile, proposta dalla
La novità della questione trattata richiede la compensazione delle
spese per tutti i gradi del procedimento.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata; decidendo nel merito, rigetta la domanda di assegno divorzile; compensa le spese tra le parti per tutti i gradi del procedimento.
In caso di diffusione, omettere generalità ed altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.
Roma, 22 gennaio 2015
Depositato in cancelleria il 3 Apr 2015

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