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30 Maggio 2019 Sergio Armaroli 0 Comments

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RISARCIMENTO MORTE DEL PEDONE - AVVOCATO CIVILISTA BOLOGNA - AVVOCATI BOLOGNA
RISARCIMENTO MORTE DEL PEDONE – AVVOCATO CIVILISTA BOLOGNA – AVVOCATI BOLOGNA

In tema di investimento stradale, se pure il conducente del veicolo investitore non abbia fornito la prova idonea a vincere la presunzione di colpa che l’articolo 2054, primo comma, c.c., pone nei suoi confronti, non è preclusa l’indagine, da parte del giudice di merito, in ordine al concorso di colpa del pedone investito, con la conseguenza che, allorquando siano accertate la pericolosità e l’imprudenza della condotta del pedone, la colpa di questi concorre, ai sensi dell’articolo 1227, primo comma, c.c., con quella presunta del conducente (Cass. 8 agosto 2007, n. 17397).

ale rilasciamento viene riconosciuto sulla base di una valutazione equitativa che deve tenere conto dell’importanza del legame di solidarietà familiare e delle prospettive di reddito professionale. Nella stessa sentenza la Corte di Cassazione fa presente che è legittimo riconoscere anche un risarcimento di danni non patrimoniali “iure hereditatis” perché “in caso di morte della vittima a seguito di sinistro stradale, la brevità del periodo di sopravvivenza alle lesioni, se esclude l’apprezzabilità a fini risarcitori del deterioramento della qualità della vita in ragione del pregiudizio alla salute, ostando alla configurabilità di un danno biologico risarcibile, non esclude viceversa che la medesima abbia potuto percepire le conseguenze catastrofiche delle lesioni subite e patire sofferenza, il diritto al cui risarcimento, sotto il profilo del danno morale, risulta, pertanto, già entrato a far parte del suo patrimonio al momento della morte e può conseguentemente essere fatto valere “iure hereditatis””

 Decesso del pedone: Cassazione, a prossimi congiunti va riconosciuto anche il risarcimento del danno patrimoniale

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RISARCIMENTO MORTE DEL PEDONE

il carattere unitario ormai riconosciuto al danno non patrimoniale (Cass. Sez. Un. n. 26972 del 2008) e l’orientamento più volte espresso da questa stessa sezione, secondo cui (Cass. sez. 3, n. 2557 del 2011 e n. 28423 del 2008) la morte di un prossimo congiunto può causare nei superstiti sia una sofferenza morale per la perdita del rapporto parentale, sia un danno biologico vero e proprio in presenza di una effettiva compromissione dello stato di salute fisica o psichica di chi lo invoca, la quale deve essere specificamente allegata con l’atto introduttivo del giudizio.MORTE DEL PEDONE

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QUALI NORME DEVONO OSSERVARE I PEDONI :

I pedoni, per attraversare la carreggiata, devono servirsi degli attraversamenti pedonali, dei sottopassaggi e dei soprapassaggi. Quando questi non esistono, o distano più di cento metri dal punto di attraversamento, i pedoni possono attraversare la carreggiata solo in senso perpendicolare, con l’attenzione necessaria ad evitare situazioni di pericolo per sè o per altri.

La norma stradale prevede che è vietato ai pedoni attraversare diagonalmente le intersezioni; è inoltre vietato attraversare le piazze e i larghi al di fuori degli attraversamenti pedonali; qualora esistano, anche se sono a distanza superiore a quella indicata precedentemente, agli stessi è vietato sostare o indugiare sulla carreggiata, salvo i casi di necessità; è altresì, vietato, sostando in gruppo sui marciapiedi, sulla banchine o presso gli attraversamenti pedonali, causare intralcio al transito normale degli altri pedoni.

QUANDO VA ESENTE DA RESPONSABILITA’ CHI INVESTE IL PEDONE ?

 il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone, non per il solo fatto che risulti accertato un comportamento colposo (imprudente o in violazione di una specifica regola comportamentale) del pedone (una tale condotta risulterebbe, invero, concausa dell’evento lesivo, penalmente non rilevante per escludere la responsabilità del conducente: cfr. art. 41 c.p., comma 1), ma occorre che la condotta del pedone i configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non i prevista nè prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l’evento (cfr. art. 41 c.p., comma 2). Ciò che può ritenersi, solo allorquando il conducente del veicolo investitore (nella cui condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, vuoi generica vuoi specifica) si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di “avvistare” il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l’incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima.


. Solo in tal caso, infatti, l’incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima.
Condizione quest’ultima certamente insussistente nel caso di specie, quanto meno e in via assorbente per le stesse caratteristiche del luogo, di per sé deputato, come s’è ripetuto, alla presenza e al continuo e non protetto movimento di passeggeri in transito.
6. Deve pertanto pervenirsi al rigetto del ricorso, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

RISARCIMENTO MORTE DEL PEDONE – AVVOCATO CIVILISTA BOLOGNA – AVVOCATI BOLOGNAincidente chiama avvocato Sergio Armaroli 

1. Con sentenza del 17/7/2014 la Corte d’appello di Campobasso, ribadito il giudizio di penale responsabilità, con le già concesse attenuanti generiche considerate prevalenti sulla contestata aggravante, e la diminuente per il rito abbreviato, riduceva a cinque mesi e dieci giorni di reclusione la pena inflitta a .V. Lancieri per il reato di cui all’art. 589 cod. pen. allo stesso ascritto per avere cagionato, per colpa, la morte del pedone F.G.S., investendolo con l’autobus di linea del quale era alla guida

 

AFFERMA LA CORTE :

– nell’ambito di un controllo da condurre direttamente sul testo del provvedimento impugnato – se questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano dato esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti, se nell’interpretazione del materiale istruttorio abbiano esattamente applicato le regole della logica, le massime di comune esperienza e i criteri legali dettati in tema di valutazione delle prove, in modo da fornire la giustificazione razionale della scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre (cfr. Sez. U, n. 930 del 13/12/1995, dep. 1996, Clarke, Rv. 203428; Sez. 1, n. 12496 del 21/09/1999, Guglielmi, Rv. 214567): il vizio di motivazione denunciabile ex art. 606, comma 1, lett. e) non può, cioè, consistere nella mera deduzione di una valutazione del contesto probatorio ritenuta dal ricorrente più adeguata (Sez. 5, n. 45420 del 04/10/2004, Lebbiati, non mass.), ma deve essere volto a censurare l’inesistenza di un plausibile e coerente apparato argomentativo a sostegno della scelta operata in dispositivo dal giudicante.
Del resto – può incidentalmente osservarsi – ad apparire del tutto implausibile è piuttosto la tesi del ricorrente, secondo cui, pur nell’ipotesi in cui il conducente avesse costantemente prestato attenzione sul suo lato destro, egli potrebbe non essersi accorto dell’anziana donna in quanto proveniente da un imprecisato punto della zona e procedente in linea con il montante destro dell’autobus, tanto da risultare invisibile all’autista.
È infatti da ritenere inverosimile che possa esistere una parte dell’area da cui l’autobus si muove e in particolare di quella posta a destra dello stesso dal quale salgono e scendono i passeggeri che l’autista non possa avere sotto il pieno controllo attraverso parabrezza, finestrini e specchio retrovisore.
A fortiori privo di pregio è poi l’assunto secondo cui il conducente non potesse nell’occorso comunque condursi diversamente da come ha fatto e in particolare non potesse non procedere in avanti, sia pure a passo d’uomo, per liberare la corsia d’uscita dal terminal bus e dare spazio agli altri mezzi in continua entrata e uscita.
È appena il caso di rilevare in proposito che una siffatta esigenza di traffico veicolare è ovviamente del tutto recessiva rispetto a quella di tutela della vita e incolumità delle persone e non potrebbe giustificare di per sé una carenza di attenzione e cautela a garanzia di tali valori primari: essa comunque non avrebbe reso impossibile né pericoloso anche un arresto emergenziale del mezzo nel momento in cui fosse stato avvertito per tempo il pericoloso avvicinarsi alla sede stradale del pedone.
5.

Alla luce delle esposte sussidiane considerazioni appare evidente che le dichiarazioni rese dal conducente non fanno altro che confermare quella che è la più probabile e anzi l’unica logica e plausibile spiegazione dell’accaduto e con essa anche, come detto, la colpa del conducente medesimo, in mancanza di emergenza o allegazione alcuna di una condotta assolutamente abnorme e imprevedibile dell’anziano pedone: abnormità e imprevedibilità anzi nel descritto contesto assai difficilmente ipotizzabile se non anzi da escludere.
Mette conto rammentare al riguardo che il dovere di attenzione del conducente teso all’avvistamento del pedone trova il suo parametro di riferimento (oltre che nelle regole di comune e generale prudenza) nel principio generale di cautela dettato dall’art. 140 cod. strada che informa la circolazione stradale e si sostanzia, essenzialmente, in tre obblighi comportamentali: quello di ispezionare la strada dove si procede o che si sta per impegnare; quello di mantenere un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada e del traffico; quello, infine, di prevedere tutte quelle situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada (in particolare, proprio dei pedoni) (cfr., per riferimenti, Sez. 4, n. 33207 del 02/07/2013, Corigliano, Rv. 255995).

Trattasi di obblighi comportamentali posti a carico del conducente anche per la prevenzione di eventuali comportamenti irregolari dello stesso pedone, vuoi genericamente imprudenti (tipico il caso del pedone che si attarda nell’attraversamento, quando il semaforo, divenuto verde, ormai consente la marcia degli automobilisti), vuoi in violazione degli obblighi comportamentali specifici, dettati dall’art. 190 cod. strada. Il conducente, infatti, ha, tra gli altri, anche l’obbligo di prevedere le eventuali imprudenze o trasgressioni degli altri utenti della strada e di cercare di prepararsi a superarle senza danno altrui (Sez. 4, n. 1207 del 30/11/1992, dep. 1993, Cat Berrò, Rv. 193014).
Ne discende che il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone, non per il solo fatto che risulti accertato un comportamento colposo (imprudente o in violazione di una specifica regola comportamentale) del pedone (una tale condotta risulterebbe, invero, concausa dell’evento lesivo, come anche nella specie ritenuto, penalmente non rilevante per escludere la responsabilità del conducente: cfr. art. 41, comma primo, cod. pen.), ma occorre che la condotta del pedone configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l’evento (cfr. art. 41, secondo comma, cod. pen.).


Ciò che può ritenersi solo allorquando il conducente del veicolo investitore (nella cui condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, vuoi generica vuoi specifica) si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l’incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima.
Condizione quest’ultima certamente insussistente nel caso di specie, quanto meno e in via assorbente per le stesse caratteristiche del luogo, di per sé deputato, come s’è ripetuto, alla presenza e al continuo e non protetto movimento di passeggeri in transito

RISARCIMENTO MORTE DEL PEDONE – AVVOCATO CIVILISTA BOLOGNA – AVVOCATI BOLOGNA

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ECCO LA SENTENZA 

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 17/7/2014 la Corte d’appello di Campobasso, ribadito il giudizio di penale responsabilità, con le già concesse attenuanti generiche considerate prevalenti sulla contestata aggravante, e la diminuente per il rito abbreviato, riduceva a cinque mesi e dieci giorni di reclusione la pena inflitta a .V. Lancieri per il reato di cui all’art. 589 cod. pen. allo stesso ascritto per avere cagionato, per colpa, la morte del pedone F.G.S., investendolo con l’autobus di linea del quale era alla guida.
Secondo quanto accertato in giudizio la mattina del (OMISSIS), verso le ore 9,00, il L., alla guida dell’autobus, intento ad uscire a bassissima velocità dal Terminal bus di Via Martiri della Resistenza in Termoli diretto verso Piazza del Papa, giunto in prossimità dello svincolo di accesso alla predetta via, investiva -prima con la parte anteriore destra del proprio veicolo e successivamente con la ruota anteriore destra – la F., la quale, benché subito soccorsa, decedeva poche ore dopo per grave shock emorragico conseguente alle lesioni subite.
L’evento era ascritto a colpa generica e specifica del L., quest’ultima per aver violato l’art. 140 cod. strada, perché, pur accortosi di persone ferme lungo il marciapiede destro della sua corsia all’interno del terminal predetto, non aveva arrestato la propria marcia.
A fondamento del confermato giudizio di penale responsabilità rilevava la Corte che il L. aveva spontaneamente dichiarato che, mentre procedeva a bassissima velocità, incanalato nella corsia che consente l’uscita dal terminal, aveva notato sul marciapiede alla sua destra, diverse persone. Dopo aver dato un colpo di clacson, aveva dunque rivolto il suo sguardo anche alla sua sinistra, dove c’erano altre autovetture in manovra, al fine di ottenere la precedenza per poter uscire. Nel corso di tale manovra veniva improvvisamente bloccato da un urlo che lo faceva frenare e, in tale circostanza, notava delle persone che gli facevano cenno di indietreggiare.

 

 

 

Pur non comprendendone il motivo, faceva retromarcia per qualche metro e solo allo scendere dal mezzo si accorgeva che a terra si trovava una donna che sanguinava. Specificava che non si era accorto di nulla al momento dell’investimento e che non era in grado di riferire se la signora investita fosse o meno sul marciapiede insieme alle persone che aveva avvistato prima di prendere la marcia, ma indicava con certezza che ella non proveniva dalla sua sinistra.
Da ciò i giudici molisani desumevano che l’imputato era talmente impegnato a guardare alla sua sinistra – nella preoccupazione di ottenere la precedenza che gli competeva rispetto ad altri veicoli inopinatamente presenti in quell’area – da avere il proprio sguardo puntato decisamente in quella sola direzione nel momento del sinistro, in tal modo distraendolo dal lato destro, tanto da neppure accorgersi dell’impatto a cose avvenute, essendone allertato solo dalle urla provenienti dall’esterno.
L’assunto difensivo secondo cui nella circostanza il conducente aveva osservato persino un maggior grado di prudenza, avendo guardato prima a destra e poi a sinistra, era disatteso dalla Corte sulla base del rilievo che in realtà egli non poteva pretendere di tenere contemporaneamente sotto costante controllo, mentre continuava a marciare sia pure a bassa velocità, tanto il suo lato destro che quello sinistro.

 

 

La regola cautelare avrebbe piuttosto imposto in quel contesto – particolarmente pericoloso per la mancanza di transenne ai marciapiedi e la presenza di passeggeri di ogni età in movimento, circostanza di cui lo stesso imputato era consapevole per sua stessa ammissione – di arrestare il mezzo e verificare che almeno uno dei due lati fosse sgombro e libero da pericoli per poter concentrare, allora sì, la sua costante attenzione sull’altro lato.


 

 

 

Per lo stesso motivo escludeva che la condotta della vittima, bensì colposa e concorrente nella dinamica del sinistro, potesse assumere efficacia interruttiva del nesso causale con la condotta ascritta all’imputato, non potendo essa considerarsi causa eccezionale, atipica, non prevista e non prevedibile, da sola sufficiente a produrre l’evento.
In proposito la Corte giudicava irrilevante accertare se la vittima fosse o meno con gli altri passeggeri ad aspettare sul marciapiede o stesse piuttosto camminando nella sede stradale parallelamente al marciapiede stesso, così come riteneva non condivisibile il rilievo, pur avvalorato dai carabinieri verbalizzanti e dal consulente del PM, secondo cui la vittima per la sua bassa statura (1,64 m) non avrebbe potuto essere vista dall’autista del bus neppure se avesse tenuto costantemente puntato il proprio sguardo verso destra; in senso contrario rilevava infatti che, se il L. avesse mantenuto costante attenzione verso il lato destro, soprattutto ad autobus in movimento, egli si sarebbe certamente avveduto della presenza della donna che procedeva appiedata sul marciapiede o nella sede stradale, provenendo da tergo, ben prima del punto e del momento dell’impatto, e avrebbe pertanto avuto tutto il tempo di prendere le contromisure che la prudenza del caso imponeva.
2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato, per mezzo del proprio difensore, sulla base di due motivi.
2.1.

 

 

 

Con il primo deduce inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità per avere la Corte d’appello erroneamente ritenuto utilizzabili le dichiarazioni rese dall’imputato contra se a fondamento del giudizio di responsabilità.
Rilevava che tali dichiarazioni erano state rese da esso ricorrente ai carabinieri in fase di sommarie informazioni senza l’assistenza del difensore e senza la formulazione degli avvisi previsti dagli artt. 63, 64 ss. e 350 cod. proc. pen., come sarebbe stato necessario avendo egli assunto fin dall’inizio la qualità di persona sottoposta alle indagini.
Rileva che, diversamente da quanto indicato dai verbalizzanti, tali dichiarazioni non potevano essere considerate spontanee, ma bensì acquisite ai sensi e per gli effetti dell’art. 350 cod. proc. pen., senza però il rispetto degli obblighi posti a garanzia e tutela dell’indagato.

 

 

Lamenta che sul punto la Corte d’appello nulla osserva, omettendo così una necessaria verifica su di essa incombente anche d’ufficio secondo costante giurisprudenza di legittimità.
2.2. Con il secondo motivo deduce vizio di motivazione in relazione all’affermazione di penale responsabilità.
Lamenta che i giudici del merito hanno completamente trascurato gli atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria e gli accertamenti svolti dallo stesso consulente del PM, in sede di accertamento tecnico preventivo, preferendo accreditare la relazione del perito di parte civile.
Censura come illogica e contraddittoria la motivazione offerta al riguardo dalla Corte territoriale secondo cui le conclusioni dei carabinieri e del perito del P.M. sarebbero frutto di una analisi della vicenda erroneamente limitata all’aspetto statico della stessa; osserva che di contro appare più logico pensare che la donna fosse giunta da una direzione assolutamente e tragicamente in linea con il montante destro dell’autobus, tanto da risultare invisibile all’autista.
Sotto altro profilo rileva che erroneamente i giudici del merito hanno considerato la manovra posta in essere dall’autista inosservante della regola cautelare possa dall’art. 140 cod. strada. Assume che, al contrario, quella condotta, oltre a essere stata osservante, era anche l’unica logicamente possibile, rimarcando in particolare che egli non avrebbe potuto arrestare la marcia ma anzi era costretto ad uscire dal terminal, come evidenziato anche dal perito del P.M..

Considerato in diritto

3. È infondato il primo motivo di ricorso.
L’art. 350, comma 7, cod. proc. pen. consente che le “dichiarazioni spontanee” rese alla polizia giudiziaria dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini siano pienamente utilizzate nella fase delle indagini preliminari (v. Sez. U, n. 1150 del 25/09/2008, dep. 2009, Correnti, Rv. 241884) e anche nel giudizio abbreviato, attesa la natura peculiare dello stesso, caratterizzato dallo svolgimento allo stato degli atti, implicando la relativa richiesta la rinuncia a sollevare eccezioni sulla ritualità degli atti in base ai quali è documentato, anche se trattasi di atti compiuti dalla polizia giudiziaria che non sarebbero di per sé utilizzabili in eventuale accertamento dibattimentale (v. e pluribus Sez. 5, n. 44829 del 12/06/2014, Fabbri, Rv. 262192; Sez. 5, n. 6346 del 16/01/2014, Pagone, Rv. 258961; Sez. 4, n. 1554 del 31/01/1997, Pedullà, Rv. 207872).


È bensì vero che, trattandosi di norma che fa eccezione alle disposizioni più generali poste dai commi precedenti – e, in particolare, a quelle secondo cui le notizie assunte sul luogo o nella immediatezza del fatto da persona nei cui confronti vengono svolte indagini senza la presenza del difensore possono essere utilizzate solo ai fini della immediata prosecuzione delle indagini mentre ne è vietata ogni documentazione e ogni altra utilizzazione (commi 5 e 6) oltre che al principio generale posto dagli artt. 63 e 64 cod. proc. pen. (ed al principio generale del nemo tenetur se detegere) – essa è di stretta interpretazione e come tale richiede una rigorosa verifica officiosa della ricorrenza in concreto dell’elemento che la giustifica, ossia della effettiva spontaneità delle dichiarazioni, le quali dunque non debbono risolversi sostanzialmente in risposte a domande della polizia, salvo naturalmente che si tratti domande volte ad ottenere precisazioni su fatti spontaneamente dichiarati (v. Sez. 3, n. 2627 del 19/11/2013, dep. 2014, Cuberi, Rv. 258368; Sez. 3, n. 36596 del 07/06/2012, Osmanovic, Rv. 253575).
Nel caso di specie, tuttavia, non emergono elementi, né sono stati concretamente dedotti, idonei a porre in dubbio che una tale verifica non sia stata compiuta o che lo sia stata con esiti manifestamente illogici: elementi, cioè, che possano indurre a smentire la qualificazione data dagli operanti – e accreditata dai giudici di merito – alle dichiarazioni rese nell’immediatezza dall’odierno ricorrente, come spontanee.
In tal senso non può risultare sufficiente la sola circostanza che tali dichiarazioni non siano state rese nell’immediatezza del fatto ma a distanza di alcune ore negli uffici del Comando Compagnia Carabinieri di Termoli, non ricavandosi comunque dal verbale (al cui esame questa

Corte ha diretto accesso trattandosi di censura di natura processuale), né lo stesso ricorrente avendo affermato, che egli vi si sia presentato perché convocato, né essendovi motivo alcuno di sospettare che si sia trattato di dichiarazioni rese in risposta a richieste dei verbalizzanti o, comunque, da questi sollecitate.
4. Rimane assorbito l’esame del secondo motivo di ricorso dal momento che la condotta descritta dallo stesso ricorrente, con le richiamate dichiarazioni, evidenzia un indubbio profilo di colpa causalmente efficiente nella determinazione del sinistro, rappresentato dall’aver distolto lo sguardo dal lato destro dell’autobus, mentre lo stesso era in movimento, pur nella consapevolezza della presenza in quel lato di passeggeri di ogni età in attesa sul marciapiede non protetto: situazione questa che rendeva certamente prevedibile il rischio di movimenti o incursioni, ancorché avventate o imprudenti, di pedoni nella sede stradale.
Può comunque rilevarsi che, pur indipendentemente dal superiore rilievo, anche la seconda censura, in sé considerata, si appalesa destituita di fondamento.


L’adesione prestata dai giudici di merito alla ricostruzione dell’accaduto operata dal consulente tecnico della parte civile (secondo cui questo può spiegarsi solo per il fatto che il conducente dell’autobus per colpevole distrazione abbia omesso di vigilare con la dovuta attenzione i movimenti pedonali nell’area della stazione posta a destra del mezzo, posto che, invece, ove tale costante attenzione fosse stata prestata, egli avrebbe ben potuto notare i pur inconsulti e imprudenti movimenti della vittima, se non nella sua tragica traiettoria finale almeno nelle fasi antecedenti) risulta adeguatamente motivata all’esito di una attenta considerazione anche della contrapposta tesi del consulente del PM (secondo cui la vittima non era invece visibile perché di bassa statura e nascosta dal montante destro), la quale infatti viene espressamente disattesa in ragione del rilievo, in sé del tutto plausibile e non specificamente contrastato in ricorso, che questa in realtà è valutazione riferita solo alla parte finale del percorso seguito dalla vittima.


Trattasi pertanto di valutazione tipicamente di merito come tale insindacabile in questa sede, poiché congruamente motivata e non manifestamente illogica.
Giova rammentare al riguardo che la Cassazione non è giudice delle prove, non deve sovrapporre la propria valutazione a quella che delle stesse hanno fatto i giudici di merito, ma deve stabilire – nell’ambito di un controllo da condurre direttamente sul testo del provvedimento impugnato – se questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano dato esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti, se nell’interpretazione del materiale istruttorio abbiano esattamente applicato le regole della logica, le massime di comune esperienza e i criteri legali dettati in tema di valutazione delle prove, in modo da fornire la giustificazione razionale della scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre (cfr. Sez. U, n. 930 del 13/12/1995, dep. 1996, Clarke, Rv. 203428; Sez. 1, n. 12496 del 21/09/1999, Guglielmi, Rv. 214567): il vizio di motivazione denunciabile ex art. 606, comma 1, lett. e) non può, cioè, consistere nella mera deduzione di una valutazione del contesto probatorio ritenuta dal ricorrente più adeguata (Sez. 5, n. 45420 del 04/10/2004, Lebbiati, non mass.),

ma deve essere volto a censurare l’inesistenza di un plausibile e coerente apparato argomentativo a sostegno della scelta operata in dispositivo dal giudicante.
Del resto – può incidentalmente osservarsi – ad apparire del tutto implausibile è piuttosto la tesi del ricorrente, secondo cui, pur nell’ipotesi in cui il conducente avesse costantemente prestato attenzione sul suo lato destro, egli potrebbe non essersi accorto dell’anziana donna in quanto proveniente da un imprecisato punto della zona e procedente in linea con il montante destro dell’autobus, tanto da risultare invisibile all’autista.
È infatti da ritenere inverosimile che possa esistere una parte dell’area da cui l’autobus si muove e in particolare di quella posta a destra dello stesso dal quale salgono e scendono i passeggeri che l’autista non possa avere sotto il pieno controllo attraverso parabrezza, finestrini e specchio retrovisore.

A fortiori privo di pregio è poi l’assunto secondo cui il conducente non potesse nell’occorso comunque condursi diversamente da come ha fatto e in particolare non potesse non procedere in avanti, sia pure a passo d’uomo, per liberare la corsia d’uscita dal terminal bus e dare spazio agli altri mezzi in continua entrata e uscita.


È appena il caso di rilevare in proposito che una siffatta esigenza di traffico veicolare è ovviamente del tutto recessiva rispetto a quella di tutela della vita e incolumità delle persone e non potrebbe giustificare di per sé una carenza di attenzione e cautela a garanzia di tali valori primari: essa comunque non avrebbe reso impossibile né pericoloso anche un arresto emergenziale del mezzo nel momento in cui fosse stato avvertito per tempo il pericoloso avvicinarsi alla sede stradale del pedone.
5.

Alla luce delle esposte sussidiane considerazioni appare evidente che le dichiarazioni rese dal conducente non fanno altro che confermare quella che è la più probabile e anzi l’unica logica e plausibile spiegazione dell’accaduto e con essa anche, come detto, la colpa del conducente medesimo, in mancanza di emergenza o allegazione alcuna di una condotta assolutamente abnorme e imprevedibile dell’anziano pedone: abnormità e imprevedibilità anzi nel descritto contesto assai difficilmente ipotizzabile se non anzi da escludere.
Mette conto rammentare al riguardo che il dovere di attenzione del conducente teso all’avvistamento del pedone trova il suo parametro di riferimento (oltre che nelle regole di comune e generale prudenza) nel principio generale di cautela dettato dall’art. 140 cod. strada che informa la circolazione stradale e si sostanzia, essenzialmente, in tre obblighi comportamentali: quello di ispezionare la strada dove si procede o che si sta per impegnare; quello di mantenere un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada e del traffico; quello, infine, di prevedere tutte quelle situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada (in particolare, proprio dei pedoni) (cfr., per riferimenti, Sez. 4, n. 33207 del 02/07/2013, Corigliano, Rv. 255995).

Trattasi di obblighi comportamentali posti a carico del conducente anche per la prevenzione di eventuali comportamenti irregolari dello stesso pedone, vuoi genericamente imprudenti (tipico il caso del pedone che si attarda nell’attraversamento, quando il semaforo, divenuto verde, ormai consente la marcia degli automobilisti), vuoi in violazione degli obblighi comportamentali specifici, dettati dall’art. 190 cod. strada. Il conducente, infatti, ha, tra gli altri, anche l’obbligo di prevedere le eventuali imprudenze o trasgressioni degli altri utenti della strada e di cercare di prepararsi a superarle senza danno altrui (Sez. 4, n. 1207 del 30/11/1992, dep. 1993, Cat Berrò, Rv. 193014).


Ne discende che il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone, non per il solo fatto che risulti accertato un comportamento colposo (imprudente o in violazione di una specifica regola comportamentale) del pedone (una tale condotta risulterebbe, invero, concausa dell’evento lesivo, come anche nella specie ritenuto, penalmente non rilevante per escludere la responsabilità del conducente: cfr. art. 41, comma primo, cod. pen.), ma occorre che la condotta del pedone configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l’evento (cfr. art. 41, secondo comma, cod. pen.).


Ciò che può ritenersi solo allorquando il conducente del veicolo investitore (nella cui condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, vuoi generica vuoi specifica) si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l’incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima.
Condizione quest’ultima certamente insussistente nel caso di specie, quanto meno e in via assorbente per le stesse caratteristiche del luogo, di per sé deputato, come s’è ripetuto, alla presenza e al continuo e non protetto movimento di passeggeri in transito.
6. Deve pertanto pervenirsi al rigetto del ricorso, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

Articolo 589 Codice PenaleOmicidio colposo

Chiunque cagiona per colpa [43] la morte di una persona è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.
Se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la pena è della reclusione da due a sette anni.
Si applica la pena della reclusione da tre a dieci anni se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale da:
1) soggetto in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni;
2) soggetto sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope.
Nel caso di morte di più persone, ovvero di morte di una o più persone e di lesioni di una o più persone [582], si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni quindici

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RISARCIMENTO MORTE DEL PEDONE – AVVOCATO CIVILISTA BOLOGNA – AVVOCATI BOLOGNA

Suprema Corte di Cassazione Sezione III Civile
Sentenza 3 febbraio – 10 aprile 2015, n.7191
Presidente Segreto – Relatore Lanzillo)
Svolgimento del processo
A seguito di un sinistro stradale occorso in Terracina il 15 giugno 2006 è deceduto A. M. R., di nazionalità rumena, trasportato su di un autocarro coinvolto in un tamponamento.
I congiunti ed eredi del defunto,, hanno convenuto davanti al Tribunale di Roma GDC, S.S:e la s.a.s. Top Trans di S.S,, conducenti e proprietari dei due autocarri, nonché i loro assicuratori, s.p.a. Milano Assicurazioni e s.p.a. La Nuova Tirrena (oggi s.p.a. Groupama), per sentirli condannare al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti. I convenuti hanno resistito ed, esperita l’istruttoria anche tramite CTU, con sentenza n. 6933/2009 il Tribunale di Milano ha dichiarato i due conducenti responsabili in ugual misura del sinistro ed ha condannato tutti i convenuti in via solidale al risarcimento dei soli danni morali, quantificati in E 15.000,00 per la moglie, in somme maggiori per la madre e per i due figli, ed in E 22.000,00 per il fratello.
Proposto appello principale dai danneggiati e incidentale da Groupama, a cui hanno resistito gli appellati, con sentenza 3 -16 febbraio 2011 n. 282 la Corte di appello di Milano, in riforna della sentenza di primo grado, ha quantificato in E 150.000,00 per ciascuno la somma spettante in risarcimento alla vedova, ad ognuno dei figli ed alla madre, confermato la somma già attribuita in primo grado al fratello. Ha respinto l’appello incidentale ed ha posto a carico degli appellati le spese del grado.
I R. propongono due motivi di ricorso per cassazione. Resiste con controricorso Groupama.
Milano Ass.ni ha depositato memoria di costituzione per partecipare alla discussione.

 

 

Motivi della decisione
1.- Con il primo motivo i ricorrenti lamentano omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione quanto alla liquidazione dei danni non patrimoniali, adducendo che la somma di E 150.000,00 attribuita a moglie, figli e madre, corrisponde alla somma minima di cui alle tabelle del Tribunale di Milano e che la Corte di appello ha giustificato l’applicazione dei minimi per il fatto che gli attori non hanno offerto alcuna prova del permanere dei rapporti familiari e affettivi, nonostante il fatto che l’infortunato si fosse allontanato dalla famiglia.
Assumono i ricorrenti che, trattandosi di famiglia legittima, non vi è necessità di dimostrare alcunché.
1.1.- La Corte di appello ha rilevato che nulla i danneggiati hanno dimostrato (e neppure dedotto) a prova dei danni; che “si ignora non solo da quando la vittima si era allontanata dalla famiglia, ma anche il tipo di relazioni e contatti intrattenuti con i familiari durante la permanenza in Italia, vale a dire la qualità ed intensità della relazione affettiva e familiare con questi ultimi.
La circostanza che si trattava di famiglia legittima da un lato ha giustificato l’attribuzione della somma non irrilevante di C 150.000,00 per ciascuno. Dall’altro lato non è necessariamente significativa, ben potendo anche nell’ambito della famiglia legittima sopraggiungere separazione personale, legale o di fatto: quanto meno la dimostrazione che, nonostante la lontananza, la vittima intratteneva rapporti con la moglie e con i figli, avrebbe dovuto essere offerta.
Né i ricorrenti dimostrano di avere quanto meno dedotto il peculiare danno subìto dai figli in relazione alla giovane età, al fine di graduare in proporzione l’entità del risarcimento, sì da poter giustificare le censure rivolte in questa sede alla sentenza impugnata, per non avere tenuto conto di tale circostanza.
La motivazione della sentenza impugnata non è quindi suscettibile di censura.
2.- Parimenti infondato è il secondo motivo, che denuncia violazione degli art. 2043, 2056 e 1226 cod. civ., 237 d.l. 209/2005, quanto al rigetto della domanda di liquidazione dei danni patrimoniali. Assumono i ricorrenti che il danno avrebbe dovuto essere quantificato quanto meno con riferimento al triplo della pensione sociale, in base ai dati desumibili dalla comune esperienza.
2.2.- Il motivo non è fondato.
Anche a tal proposito la Corte di appello ha rilevato che nulla i danneggiati hanno dimostrato quanto al fatto che il (omissis) lavorasse in Italia, che disponesse di un reddito e che contribuisse al mantenimento della famiglia.
3.- Il ricorso è respinto.
P.Q.M.

La Corte di cassazione rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione.

CORTE DI CASSAZIONE

SEZ. III CIVILE

SENTENZA 22 marzo 2007, n.6946

(Pres. Fiduccia – est. Petti)

Svolgimento del processo

Con citazione del 4 ottobre 2000, R. V., in proprio e quale legale rappresentante dei figli minori G. e G. P., conveniva, dinanzi al tribunale di Torre Annunziata, C.M.G., quale conducente (proprietaria assicurata dell’autoveicolo) e l’assicuratrice Sara e ne chiedeva la condanna in solido al risarcimento di tutti i danni conseguenti alla morte del marito P. F.
L’attrice sosteneva che l’incidente stradale, avvenuto in Poggiomarino il 12 gennaio 2000, era avvenuto per la responsabilità esclusiva della C., la quale, a bordo di una Lancia Y aveva invaso l’opposta corsia, venendo a collisione con la Ford Fiesta ivi condotta da F.P., che riportava lesioni mortali, decedendo nella stessa giornata.

Si costituiva l’assicurazione, resistendo alla domanda; restava contumace la conducente convenuta.
Il Tribunale di Torre Annunziata, con sentenza del 13 febbraio 2002, ritenuta la colpa esclusiva della C., la condannava in solido con la Sara, al pagamento in favore della vedova e dei figli minori, della somma complessiva di lire 1.220.000.000, oltre interessi e spese di lite.
Contro la decisione proponeva appello la Sara, in punto di concorso di colpa e di eccessiva liquidazione dei danni morali e patrimoniali; restava contumace la C. Sicostituiva la R., in proprio e nella qualità, proponendo appello incidentale sempre in punto di ridotta od omessa liquidazione dei danni.

La Corte di appello di Napoli, con sentenza depositata il 30 ottobre 2002 così decideva: in parziale riforma ripartisce le colpe, nella misura dell’80% a carico della C. e per il restante 20% a carico del defunto P.

La Corte procedeva quindi (v:amplius in dispositivo) alla rideterminazione delle varie voci di danno, condannando in solido la Sara e la C. alla rifusione dei 2/3 delle spese di primo grado, compensando tra le parti le spese dello appello.

Contro la decisione ricorre R. V., in proprio e nella qualità, deducendo cinque motivi di ricorso. Resiste la Sara con controricorso.

Motivi della decisione

Il ricorso merita accoglimento in relazione al primo ed al quarto motivo, assorbito il secondo ed il quinto, rigettandosi nel resto, per le seguenti considerazioni.

Preliminare è la considerazione del primo motivo che attiene alla ricostruzione della dinamica dell’incidente e delle condotte dei conducenti antagonisti, alla luce delle regole di cui al primo e secondo comma dell’articolo 2054 Cc.

Deduce il ricorrente: l’error in iudicando in relazione alla applicazione della regola di cui al primo comma, in relazione alla ricostruzione del fatto storico non controversa per la dinamica dello scontro degli automezzi ed in ordine alle prove di aver fatto, il defunto coniuge, tutto il possibile per evitare il danno. Il motivo è dotato di ampia autosufficienza, indicando le fonti di prova ed in particolare il rapporto dei carabinieri con descrizione del sinistro e dello stato dei luoghi e le foto che illustrano la posizione terminale dei mezzi. Deduce la difesa della ricorrente che l’incidente avvenne per la invasione della corsia, imprevedibile ed improvvisa, e che il P. teneva rigorosamente la destra, procedendo a velocità moderata e che non aveva avuto il tempo tecnico materiale per porre manovre dirette ad evitare il terribile impatto.

Censura poi il passo della sentenza (ff 7 ed 8) dove la Corte dichiara di applicare alla fattispecie un principio di diritto affermato da questa Corte in un caso simile (invasione di semicarreggiata) (cfr Cassazione 3726/94), per sostenere che nella specie il conducente che ha subito l’invasione non aveva dato la prova di aver fatto di tutto il possibile per evitare l’evento, e stabilire, in concreto un nuovo riparto delle colpe, addossando una compartecipazione minima al F.P.

Il ragionamento del giudice del riesame non appare plausibile e neppure giuridicamente fondato, posto che emerge, dalla ricostruzìone del fatto storico, la condotta imprudente ed imperita della C. che con il proprio mezzo ha invaso la corsia, ponendo in essere una gravissima situazione di pericolo, con ciò applicandosi il criterio della causalità esclusiva nella produzione dello evento lesivo (incidente stradale con lesioni mortali), e per contro è dato rilevare una semplice congettura in ordine ad una corresponsabilità minima del P., non suffragata da alcun elemento fattuale di riscontro. come evidenziato dalla obbiettiva ricostruzione fatta dal personale specializzato dell’Arma e dal suo rapporto: mentre a tal fine restava incombente l’indagine circa la esigibilità, da parte del conducente antagonista, per la imprevedibilità e la improvvisa situazione di pericolo, di una manovra di emergenza adeguata, e comunque il riscontro di un suo profilo di colpa

La attribuzione della responsabilità esclusiva, già esattamente considerata del primo giudice, e la illogica applicazione dì una presunzione di colpa a carico del conducente che ha subito l’evento, senza il rilievo di eventuali possibili manovre di emergenza, rendono dunque evidente il fondamento della indicata prima censura sotto i due rilievi dell’error in iudicando per la applicazione di un principio di presunzione semplice,superabile dalla prova contraria (articolo 2054 primo comma Cc) e del difetto di motivazione in ordine alla valutazione comparativa delle condotte dei conducenti antagonisti, secondo una dinamica non controversa in atti.
L’accoglimento del primo motivo determina la necessaria riliquidazione dei danni consequenziali all’evento lesivo, che è plurioffensivo e dunque riverbera i suoi effetti sugli stretti congiunti della vittima.
Venendo pertanto all’esame dei restanti motivi, per chiarezza sarà seguito l’ordine di deduzione:
nel secondo motivo si deduce l’error in iudicando ed il vizio della motivazione sul quantum liquidato ai congiunti come danno patrimoniale emergente e futuro, lamentandosi la irragionevole riduzione compiuta dal giudice di appello anche in relazione alla asserita ascrivibilità del concorso di colpa.

Il motivo resta assorbito, per il quantum, dalla esclusione della ascrivibilità del concorso di colpa e dunque il danno sarà liquidato per l’intero, tenendosi conto della durata prevedibile della attività lavorativa e delle chances di tale attività, e delle condizioni peculiari del nucleo familiare composto dalla moglie e dai due piccoli figli minori, in ordine al dovere di solidarietà per il mantenimento di tale nucleo (cfr:Cassazione 22593/04 per utile riferimento).

Nel terzo motivo si denuncia l’error in iudicando per la negazione della trasmissibilità iure hereditatis del danno biologico da morte, e per la negazione del danno psichico subito e subendo dai figli minori per la perdita della presenza paterna.

Il motivo contiene due diverse censure, che tuttavia risultano infondate per difetto di specificità la prima, e per difetto di prove, anche in via presuntiva le seconde.

Quanto alla prima censura, si osserva che il P. era rimasto in vita, lucido di mente, nelle due ore necessarie per l’arrivo dell’ambulanza, decedendo solo durante il trasporto. Il danno biologico consequenziale alla lesione mortale, come lesione della integrità fisica, riguarda un lasso di tempo troppo breve quantificabile, ancorché si debba ammettere che il relativo credito sia stato potenzialmente conseguito dalla parte lesa mentre era in vita. La giurisprudenza di questa Corte è consolidata sul punto, nel senso di escluderne la risarcibilità, come danno reale, trasmissibile íure hereditatis (cfr:come incipit,Corte Costituzionale, sentenza 372/94, 2450/95, 4991/96, 1704/97, sino a Cassazione 2775/03, 8828/03, 14476/03, 517/06, tra le tante).

Quanto alla seconda censura invece, la giurisprudenza, anche di legittimità, è orientata nel riconoscimento del danno psichico, subito iure proprio dai congiunti, come effetto della perdita dello stretto congiunto (nella specie, il padre), sempre che siano stati forniti, anche in via presuntiva, idonei elementi di prova, in ordine all’influenza della perdita degli affetti e della figura paterna. Ma sul punto la censura non è né specifica né autosufficiente. La censura pertanto, per quanto articolata in due mezzi distinti, è per entrambi infondata.

Merita invece accoglimento il quarto motivo, che concerne la denegata pronuncia in merito al chiesto risarcimento del danno morale subito dal defunto, come danno terminale, avvertito da chi, in condizioni di lucidità mentale, attende soccorsi che ritardano e sente venir meno la propria vita.

Questa Corte in numerose sentenze ha considerato la particolare valenza del danno morale terminale o dello stesso danno biologico terminale sotto il profilo del danno psichico catastrofale.

In questa sede viene in esame solo l’aspetto del danno morale, che è presente nel danno da reato per omicidio colposo, come danno evento, il cui credito matura nel tempo stesso in cui è inferta la lesione mortale.

Conseguentemente ritiene questa Corte di dover aderire ai recenti arresti, costituiti dalle sentenze (Cassazione 11003/03, 3414/03, 11601/05;15760/06), che considerano la autonomia ontologica di tale danno, come lesione della integrità morale della persona, con la stessa valenza costituzionale di inviolabilità, onde la doverosítà dì una adeguata considerazione ai fini del riconoscimento della posta risarcitoria non patrimoniale e della sua trasmissibilità jure hereditatis.

L’accoglimento del motivo determina cassazione con rinvio ed il giudice si atterrà alle indicazioni enunciate negli arresti citati, nella valutazione equitativa, in concreto dell’entità del danno in relazione alla gravità delle lesioni, alle circostanze relative alla lucida attesa della morte, per valutarne in via equitativa la consistenza, onde trasmettere il credito agli eredi.

Resta assorbito il quinto motivo sulla compensazione delle spese in primo grado, dovendo il giudice del rinvio provvedere in ordine a tutte le spese dei vari gradi del giudizio sulla base del principio della soccombenza sostanziale.

L’accoglimento del ricorso, nei limiti e secondo i principi sopraenunciati, determina la cassazione con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Napoli.

P.Q.M.

Accoglie il primo ed il quarto motivo del ricorso, assorbito il secondo ed il quinto, rigetta il terzo,cassa in relazione e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione ad altra sezione della Corte di appello di Napoli

AI

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