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MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO-adesso

MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO

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BOLOGNA AVVOCATO MATRIMONIALISTA :MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO EX ART 570 CP-AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

Una delle questioni più’ discuss nella separazione è l’abbandono del tetto coniugale cioè s ella moglie o il marito lasciano la casa coniugale per andare a vivere da altra parte prima della separazione. Ovviamente questo non per motivi di lavoro, cioè s lasciano la casa perché non vogliono più’ continuar ella convivenza coniugale. Evidente ce questo rappresenta un problema s non v  bene all’altro coniuge  ,perché nulla vieta a due coniugi di decidere che per motivi di lavoro ad esempio uno abito ani una città e uno abita in un”altra, salvo poi la problematica di assistenza aa eventuali figli

MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO EX ART 570 CP-AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

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MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATOEX ART 570 CO

Si osserva che il primo comma dell’art. 570 c.p. riconduce, anche lessicalmente, l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa.

  • RINUNCIA EREDITA’ COSA E’ ?QUANDO FARLA ? AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA effetti della rinuncia all eredità rinuncia successione conseguenze rinuncia eredità costi rinuncia eredità rinuncia eredità termine rinuncia eredità minorenni rinuncia eredità modulo rinuncia eredità debiti

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    La Cassazione Civile con sentenza numero 2059 del 14.02.2012 ha stabilito che l’abbandono del tetto coniugale prima della domanda di separazione e senza una valida ragione fa scattare automaticamente l’addebito.

  • A maggior ragione se il coniuge che ha rec Si osserva che il primo comma dell’art. 570 c.p. riconduce, anche lessicalmente, l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa.
  • Lasciare l’abitazione familiare prima della separazione è lecito solo se  vi è una consistente crisi coniugale in essere: non basta ad esempio addurre i litigi col consorte. Per non incorrere in una violazione dei doveri coniugali, occorre provare che l’abbandono è dipeso dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto.
    • , l‘abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa. ,

     

    MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO EX ART 570 CP-AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA CONIUGI CHE LITIGANO 3

    MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO EX ART 570 CP-AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

     

     

    • l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa.

     

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    • La Cassazione Civile con sentenza numero 2059 del 14.02.2012 ha stabilito che l’abbandono del tetto coniugale prima della domanda di separazione e senza una valida ragione fa scattare automaticamente l’addebito.

     

     

    • A maggior ragione se il coniuge che ha rec Si osserva che il primo comma dell’art. 570 c.p. riconduce, anche lessicalmente, l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa.
    • Lasciare l’abitazione familiare prima della separazione è lecito solo se  vi è una consistente crisi coniugale in essere: non basta ad esempio addurre i litigi col consorte. Per non incorrere in una violazione dei doveri coniugali, occorre provare che l’abbandono è dipeso dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto.

     

    • Pertanto, in presenza di una grave crisi coniugale, allorchè la convivenza non sia più tollerabile ma non si sia ancora proceduto con la vera separazione, è consigliabile fare un accordo scritto tra coniugi con cui, a fronte del temporaneo allontanamento dalla casa da parte di uno, l’altro presti il suo consenso. Diversamente si rischia l’addebito.

     

    • Ovviamente, in presenza di accordo tra le parti o nel caso in cui la parte o le parti abbiano proceduto al deposito di un ricorso per separazione, l’allontanamento dalla casa coniugale non rappresenta motivo di addebito della separazione

     

    • Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

     

     

    • Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”.

    FOTO AFORIMO 3

     

    • Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza.
MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO EX ART 570 CO

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Una tale ricostruzione non risulta compiuta nella decisione impugnata, che dopo aver dato atto che l’imputato non ha fatto venire meno i mezzi di sussistenza ai figli minori, ritiene, apoditticamente, ingiustificato l’abbandono del domicilio domestico, senza prendere in alcuna considerazione la lettera lasciata alla moglie, in cui lo S. giustifica la sua scelta con riferimento ad una situazione di intenso disagio nei rapporti con il proprio coniuge. In presenza di questo elemento, che sembra deporre per l’esistenza di una situazione di intollerabilità della vita coniugale, la Corte territoriale avrebbe dovuto, a maggior ragione, accertare la presenza di una giusta causa.

AVVOCATI A BOLOGNA-AVVOCATI BOLOGNA

 

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  • MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO, l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa. ,

 

 

 

  • l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa.

 

  • La Cassazione Civile con sentenza numero 2059 del 14.02.2012 ha stabilito che l’abbandono del tetto coniugale prima della domanda di separazione e senza una valida ragione fa scattare automaticamente l’addebito.
  • A maggior ragione se il coniuge che ha rec Si osserva che il primo comma dell’art. 570 c.p. riconduce, anche lessicalmente, l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa.
  • Lasciare l’abitazione familiare prima della separazione è lecito solo se  vi è una consistente crisi coniugale in essere: non basta ad esempio addurre i litigi col consorte. Per non incorrere in una violazione dei doveri coniugali, occorre provare che l’abbandono è dipeso dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto.

 

  • Pertanto, in presenza di una grave crisi coniugale, allorchè la convivenza non sia più tollerabile ma non si sia ancora proceduto con la vera separazione, è consigliabile fare un accordo scritto tra coniugi con cui, a fronte del temporaneo allontanamento dalla casa da parte di uno, l’altro presti il suo consenso. Diversamente si rischia l’addebito.

 

  • Ovviamente, in presenza di accordo tra le parti o nel caso in cui la parte o le parti abbiano proceduto al deposito di un ricorso per separazione, l’allontanamento dalla casa coniugale non rappresenta motivo di addebito della separazione

 

  • Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

 

  • Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”.
  • Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza.

 

 

  • Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito”.
  • A tale precedente espressamente si rifà Cass. 21099/2007, richiamata nella sentenza impugnata e nello stesso ricorso.
  • SECONDO UNA SENTENZA DELLA SUPREMA CORTE DEL 2014
  • Ulteriore conseguenza che l’avere abbandonato la casa coniugale comporta è anche che il genitore che ha “lasciato” la famiglia, perde il diritto di chiedere di essere il genitore collocatario dei figli minorenni, dal momento che, ai fini dell’accoglimento di tale richiesta “è necessario che la convivenza ci sia, nella casa, al momento della separazione”.
  • Lo stabilisce la sentenza della Corte di Cassazione, n.4537, del 26 febbraio 2014, analizzando il caso di una madre che, in sede di separazione giudiziale, aveva chiesto che i figli minorenni venissero collocati presso di lei e, di conseguenza, che le venisse assegnata l’abitazione coniugale, pur non abitando presso la ex casa familiare, al momento della separazione .

  • La Cassazione, quindi, al fine di non dare seguito alla contraddizione che tale madre stava perpetrando, ovverosia, da un lato, il fatto di chiedere di poter vivere, coi figli minorenni, nella ex casa familiare, dall’altro, il fatto di avere già lasciato l’abitazione stessa, ha stabilito che la domanda posta dal genitore di poter essere dichiarato collocatario dei figli minori (e di conseguenza, essere assegnatario dell’abitazione familiare) deve essere corroborata dal fatto di, effettivamente, vivere coi figli minorenni, presso l’abitazione medesima, al momento della separazione.
  • Il ricorrente propone inoltre una ricostruzione dell’istituto dell’addebito del tutto contrastante al dato normativo e alla consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. civ., sezione 1^, n. 10719 dell’8 maggio 2013 secondo cui il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sè sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi, e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata).

 

  • Più in generale deve ribadirsi che può sussistere l’addebito della separazione non quando il legame si rompe senza una giusta causa (sul punto si veda fra le altre la sentenza della I sezione della Corte di Cassazione n. 18853 del 15 settembre 2011 secondo cui il vigente diritto di famiglia è contrassegnato dal diritto di ciascun coniuge, a prescindere dalla volontà o da colpe dell’altro, di separarsi e divorziare, in attuazione di un diritto individuale di libertà riconducibile all’art. 2 Cost.) ma quando l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza dipende dalla violazione da parte di uno dei coniugi dei doveri derivanti dal matrimonio
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 civ. sez. VI, 27 gennaio 2014, n. 1696Fatto
  • FATTO E DIRITTO 
Rilevato che in data 22 ottobre 2013 è stata depositata relazione ex art. 380 bis che qui si riporta:
 Il Tribunale di Pescara con sentenza del 22 febbraio – 7 marzo 2005 ha dichiarato la separazione personale dei coniugi F. G. e G.G. addebitando a quest’ultima la separazione e ponendo a carico del F. un assegno mensile di 400 Euro a titolo di contributo al mantenimento dei due figli V. e L..
2. Ha proposto appello la G. contestando la dichiarata responsabilità della separazione e chiedendo che la stessa venisse invece posta a carico del F.. Ha insistito per la imposizione di un assegno di mantenimento in suo favore e ha chiesto altresì che fosse aumentato l’assegno di mantenimento in favore dei figli.
3. L’appello è stato accolto dalla Corte di appello de L’Aquila, con sentenza del 18 luglio 2006, limitatamente alla misura del contributo al mantenimento dei figli.
4. Ha proposto ricorso per cassazione la G. e la Corte di Cassazione, con ordinanza n. 4540 del 24 febbraio 2011, ha accolto il ricorso ribadendo il principio secondo cui, ai fini della pronuncia di addebito, non è sufficiente la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi dall’art. 143 c.c., ma occorre verificare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, cosicchè in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, tenuto da uno o da entrambi i coniugi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito (cfr. fra le molte Cass. civ. 1^ sezione n. 8512 del 12 aprile 2006 e n. 9074 del 20 aprile 2011). La Corte di Cassazione ha anche censurato la motivazione della Corte di appello rilevando che l’intollerabilità della convivenza che cagiona tale violazione (consistita nella specie nell’allontanamento dalla residenza familiare attuato unilateralmente senza il consenso dell’altro coniuge) non deve manifestarsi in atti di violenza essendo sufficiente un contesto di vicendevole intolleranza.
5. Hanno riassunto la causa davanti alla Corte di appello de L’Aquila sia il F. che la G. insistendo nelle richieste di addebito e quest’ultima anche nella richiesta di attribuzione di un assegno di mantenimento di 250 Euro mensili o della misura ritenuta equa dalla Corte territoriale.
6. La Corte di appello con la sentenza n. 3/2013 ha respinto le richieste di addebito e ha posto a carico del F. un assegno di mantenimento in favore della G. in misura di 150 Euro mensili.
7. Ricorre per cassazione il F. affidandosi a due articolati motivi di impugnazione con i quali deduce: a) violazione e falsa applicazione dell’art. 151 c.c., comma 2, in relazione all’art. 143 c.c., comma 2; omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione; c) vizio di falsa applicazione dell’art. 156 c.c..
8. Si difende con controricorso la G..
Ritenuto che:
9. Il ricorso appare inammissibile o comunque palesemente infondato in quanto ripropone le stesse considerazioni di merito già valutate nei precedenti gradi di giudizio senza addurre alcuna valida argomentazione circa la pretesa violazione delle norme indicate e senza cogliere alcun vizio di insufficienza o incongruità logica della motivazione.
La Corte condivide pienamente tale relazione e rileva, anche in considerazione di quanto ripetuto, da parte della difesa del ricorrente, nella memoria difensiva, che il ricorso ripropone un’antagonista versione dei fatti, che dovrebbero condurre alla cassazione della pronuncia di rigetto della richiesta di addebito della separazione, senza individuare se non con asserzioni meramente apodittiche l’insufficienza e illogicità della motivazione laddove in base al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, applicabile ratione temporis alla controversia, la ricorribilità per cassazione è limitata all’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Il ricorrente propone inoltre una ricostruzione dell’istituto dell’addebito del tutto contrastante al dato normativo e alla consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. civ., sezione 1^, n. 10719 dell’8 maggio 2013 secondo cui il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sè sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi, e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata). Più in generale deve ribadirsi che può sussistere l’addebito della separazione non quando il legame si rompe senza una giusta causa (sul punto si veda fra le altre la sentenza della I sezione della Corte di Cassazione n. 18853 del 15 settembre 2011 secondo cui il vigente diritto di famiglia è contrassegnato dal diritto di ciascun coniuge, a prescindere dalla volontà o da colpe dell’altro, di separarsi e divorziare, in attuazione di un diritto individuale di libertà riconducibile all’art. 2 Cost.) ma quando l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza dipende dalla violazione da parte di uno dei coniugi dei doveri derivanti dal matrimonio. Nella specie la Corte di appello ha accertato, basandosi, in particolare, sulle stesse dichiarazioni dell’odierno ricorrente e sulla deposizione del figlio L., che il rapporto era da tempo entrato in crisi e che lo stesso F. aveva proposto alla G. la separazione e il suo allontanamento dalla casa coniugale e conseguentemente ha ritenuto che non sussistono i presupposti per la richiesta addebitabi1ita della separazione alla G.. Per quanto riguarda la contestazione della imposizione al F. di un assegno di mantenimento la Corte vi è pervenuta con una quantificazione del tutto modesta a seguito di una valutazione del tenore di vita familiare, della sperequazione dei redditi, non contestati, delle parti a favore del F. e della necessità per la G. di prendere in locazione un immobile a residenza propria e dei figli.
Il ricorso va pertanto respinto con condanna del ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo del contributo dovuto.
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PQM
  • Q.M. 
La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in 2.500 Euro di cui 200 per esborsi in favore della controricorrente. Da atto della sussistenza dei presupposti, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 quater, per il versamento da parte del ricorrente F.G. dell’ulteriore importo del contributo dovuto. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 17 dicembre 2013.
Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2014

MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO EX ART 570 CP-AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE-MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 31 maggio – 11 settembre 2012, n. 34562

(Presidente Milo – Relatore Fidelbo)

Ritenuto in fatto

1. Con la decisione in epigrafe indicata la Corte d’appello di Catania ha confermato la sentenza del 6 ottobre 2006 con cui la Sezione distaccata di Giarre aveva condannato S.G. alla pena di Euro 900,00 di multa in ordine al reato di cui all’art. 570 comma 1 c.p., per essersi sottratto agli obblighi di assistenza inerenti la potestà genitoriale e alla qualità di coniuge.

2. L’imputato, tramite il proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione con cui ha dedotto i seguenti motivi:

– nullità della notifica dell’avviso di deposito dell’estratto contumaciale, eseguita presso il difensore anziché presso il domicilio eletto in Riposto;
- omessa motivazione in ordine al motivo dedotto in appello e riguardante la violazione dell’art. 465 c.p.p., per avere il giudice di primo grado ammesso i testimoni indicati dalla parte civile nella lista depositata prima della costituzione stessa;
- vizio di motivazione ed erronea applicazione dell’art. 570 c.p., in quanto la Corte territoriale ha giustificato la colpevolezza dell’imputato in relazione alla condotta di abbandono del domicilio domestico, senza considerare, anche per una mera confutazione, i motivi addotti per giustificare un tale comportamento. Peraltro, si evidenzia come la giurisprudenza di legittimità ha in più occasioni ritenuto che l’abbandono del domicilio coniugale può integrare il reato di cui all’art. 570 c.p. solo In assenza di una giusta causa, che può essere integrata anche da ragioni di carattere interpersonale tra i coniugi che non consentano la prosecuzione della vita in comune;
- vizio di motivazione e violazione dell’art. 62-bis c.p., lamentando la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche.

Considerato in diritto

GR SEPARAZIONE3. Il ricorso è fondato con riferimento al terzo motivo proposto.

La Corte d’appello, con motivazione sintetica, ha ritenuto sussistente il reato di cui all’art. 570 comma 1 c.p. per l’allontanamento dell’imputato dall’abitazione coniugale.

Si osserva che il primo comma dell’art. 570 c.p. riconduce, anche lessicalmente, l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa.

Ne consegue che il giudice non può esaurire il proprio compito nell’accertamento del fatto storico dell’abbandono, ma deve ricostruire la situazione in cui esso s’è verificato, onde valutare la presenza di cause di giustificazione, per impossibilità, intollerabilità o estrema penosità della convivenza.

Una tale ricostruzione non risulta compiuta nella decisione impugnata, che dopo aver dato atto che l’imputato non ha fatto venire meno i mezzi di sussistenza ai figli minori, ritiene, apoditticamente, ingiustificato l’abbandono del domicilio domestico, senza prendere in alcuna considerazione la lettera lasciata alla moglie, in cui lo S. giustifica la sua scelta con riferimento ad una situazione di intenso disagio nei rapporti con il proprio coniuge. In presenza di questo elemento, che sembra deporre per l’esistenza di una situazione di intollerabilità della vita coniugale, la Corte territoriale avrebbe dovuto, a maggior ragione, accertare la presenza di una giusta causa.

A tanto dovrà dunque provvedere il giudice del rinvio.

Pertanto, la sentenza deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Catania per nuovo giudizio, che tenga conto di quanto sopra indicato.

4. La altre doglianze devono intendersi assorbite dall’accoglimento del motivo esaminato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Catania per nuovo giudizio.

AVVOCATI A BOLOGNA-AVVOCATI BOLOGNA

MARITO ABBANDONA TETTO CONIUGALE REATO EX ART 570 CP-AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

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