SEPARAZIONE DIVORZIO ASSEGNO DI MANTENIMENTO AFFIDO FIGLI ASSEGNAZIONE CASA CONIUGALE BOLOGNA

31 Marzo 2016 armaroli 0 Comments

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AS15

infondato perché nella determinazione dell’assegno da parte del primo giudice è stata valutata la titolarità da parte della M. della casa di abitazione. Non autosufficienti sono invece le deduzioni relative alla percezione di rendite finanziarie da parte della M. , non caratterizzate peraltro dal carattere della continuatività, e alla reale entità dei redditi netti percepiti dal C. mentre, come si è detto, la Corte di appello ha esplicitamente tenuto conto delle condizioni di salute del ricorrente.

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Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza del 21 settembre 2012, n. 16090

Svolgimento del processo

Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Roma, investita del gravame avverso la sentenza del Tribunale di Roma del 29 maggio 2008, che aveva pronunciato sulle richieste di entrambi i coniugi, C.A. e M.A. , di modifica dell’assegno divorzile spettante alla M. e dell’assegno di mantenimento della figlia C.C. , ha confermato la riduzione a 1.000 Euro mensili dell’assegno divorzile e ha ripristinato l’assegno di mantenimento (di Euro 800 mensili) a favore di C.C. , tornata a convivere con la madre dopo la fine della convivenza di fatto con il suo compagno che aveva indotto il Tribunale a escludere la persistenza dell’obbligo di mantenimento a carico del padre.

Ricorre per cassazione C.A. affidandosi a cinque motivi di ricorso.

Si difende con controricorso M.A. e propone a sua volta ricorso incidentale basato su due motivi di impugnazione.

C.A. si difende con controricorso al ricorso incidentale e deposita memoria difensiva.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso principale si deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 5 comma sesto e nono della legge n. 898/1970 e successive modificazioni per avere omesso l’esame del parametro dell’adeguatezza dei mezzi nel caso concreto e in particolare la comparazione delle situazioni economiche dei due ex coniugi.

Il motivo è infondato perché la Corte di appello ha effettuato una comparazione delle condizioni patrimoniali e reddituali degli ex coniugi pervenendo alla conclusione per cui, da un lato, lo svolgimento di attività lavorativa da parte della M. non è tale da consentirle di conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e quindi giustifica la conservazione di un assegno di mantenimento in suo favore mentre, dall’altro, il lieve decremento reddituale del C. , la patologia da lui sofferta e il fatto di essere gravato dal contributo per il mantenimento della figlia inducono a confermare la disposta riduzione dell’assegno divorzile alla somma di Euro mille mensili.

Con il secondo motivo di ricorso principale si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sull’elevata capacità e potenzialità lavorativa della M. e sulla inesistenza di una situazione di inadeguatezza dei suoi mezzi economici dipendente da ragioni oggettive.

Il motivo appare infondato laddove denuncia una mancata valutazione da parte del giudice di appello sulle possibilità per il C. di conservare analogo tenore di vita rispetto a quello goduto nel corso della convivenza matrimoniale. Affermazione che si scontra con il chiaro riferimento della motivazione alla necessità di garantire un tendenziale ripristino della ripartizione reddituale pregressa al fine di ristabilire l’equilibrio delle condizioni economiche dei due ex coniugi. È invece inammissibile laddove richiede un riesame dell’intera posizione reddituale della M. al fine di tenere adeguatamente in conto le sue possibilità e potenzialità. Tale indagine costituisce infatti un compito del giudice di merito che contrariamente alle deduzioni di parte ricorrente è stato compiuto prendendo in considerazione la documentazione prodotta dalle parti.

Con il terzo motivo di ricorso principale si deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 5 comma sesto e nono della legge n. 898/1970 e successive modificazioni e dell’art. 115 c.p.c. per aver omesso l’esame di tutti i parametri previsti dalla norma citata, disattendendo le prove che sono state raccolte nel processo. Omessa motivazione sul punto. In particolare il ricorrente lamenta che la Corte di appello non abbia adeguatamente valutato le risultanze istruttorie relative al godimento da parte della M. di rendite finanziarie e del lussuoso appartamento adibito a sua abitazione. Inoltre fa rilevare l’errore di valutazione nella stima del suo reddito da lavoro indicato nella somma percepita come stipendio ma al lordo delle imposte. Infine fa rilevare il ricorrente la mancata considerazione delle sue condizioni dì salute tali da renderlo parzialmente inabile al lavoro.

Il motivo è infondato perché nella determinazione dell’assegno da parte del primo giudice è stata valutata la titolarità da parte della M. della casa di abitazione. Non autosufficienti sono invece le deduzioni relative alla percezione di rendite finanziarie da parte della M. , non caratterizzate peraltro dal carattere della continuatività, e alla reale entità dei redditi netti percepiti dal C. mentre, come si è detto, la Corte di appello ha esplicitamente tenuto conto delle condizioni di salute del ricorrente.

Con il quarto motivo di ricorso principale si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto decisivo e controverso relativo ai parametri ed elementi regolatori del diritto e della quantificazione dell’assegno divorzile, rispetto al decreto del Tribunale di Roma. Violazione dell’art. 5 della legge 898/1970. In particolare il ricorrente lamenta che il fatto nuovo, emerso nel corso del giudizio di appello, del reddito da lavoro percepito dalla M. non è stato considerato dalla Corte di appello ai fini della valutazione della richiesta riduzione dell’assegno di mantenimento. L’affermazione del ricorrente è infondata per quanto si è detto con riferimento al primo motivo di ricorso.

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Con il quinto motivo di ricorso principale si deduce violazione dell’art. 92 c.p.c. Condanna alle spese del grado di appello e di legittimità. Il motivo è inammissibile quanto alla richiesta di rivalutazione del comportamento processuale della M. e infondato quanto alla pretesa violazione dell’art. 92 c.p.c. che è stato correttamente applicato dalla Corte di appello.

Con il primo motivo di ricorso incidentale si deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 5 comma nono della legge n. 898/1970 e successive modificazioni. La ricorrente incidentale ritiene che la situazione di particolare difficoltà economica in cui versa non sia stata adeguatamente valutata dalla Corte di appello. Il motivo è infondato per considerazioni del tutto speculari a quelle già spese con riferimento ai motivi del ricorso principale. Il godimento della casa di abitazione, la percezione di redditi sia pure non continuativi ma non irrilevanti consente alla M. , secondo il giudizio della Corte di appello, di conservare nella misura del possibile il tenore di vita goduto in corso e ciò esclude la sussistenza della dedotta violazione di legge.

Con il secondo motivo di ricorso incidentale si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai fini della determinazione del parametro dell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente. La ricorrente incidentale lamenta che la Corte di appello non abbia tenuto conto del ritorno presso la casa della madre delle due figlie. Il motivo è infondato in quanto, come si è detto, la Corte di appello ha espressamente tenuto conto delle mutate condizioni della figlia C. nei cui confronti ha ripristinato l’obbligo di corresponsione dell’assegno.

Quanto alle ulteriori circostanze che non hanno costituito oggetto del giudizio di merito non può che rilevarsi la preclusione al loro esame in questa sede.

I ricorsi vanno pertanto respinti e l’esito del giudizio giustifica l’integrale compensazione delle spese fra le parti.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi. Compensa interamente le spese del giudizio di cassazione. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 del d.lgs. n. 196/2003.

Depositata in Cancelleria il 21.09.2012

se il Giudice di merito possa pronunciarsi su una domanda (quella di revoca dell’assegno divorzile), senza che alcuna istanza in tal senso sia stata proposta nell’atto introduttivo del giudizio, o nel termine immediatamente, successivo concesso, o se piuttosto incorra nel vizio di ultrapetizione il giudice che pronunci senza che una domanda in tal senso sia stata avanzata (contraddicendo il disposto di cui all’art. 112 c.p.c. che impone la corrispondenza tra chiesto e pronunciato).”.

L’unico motivo del ricorso incidentale della G. , che in via logico-giuridica esige trattazione prioritaria, è inammissibile.

in tema di diritto alla corresponsione dell’assegno di divorzio in caso di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei coniugi viene meno di fronte alla instaurazione, da parte di questi, di una famiglia, ancorché di fatto, la quale rescinde, quand’anche non definitivamente, ogni connessione con il livello ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, conseguentemente, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile

 

Per giurisprudenza ampiamente consolidata, l’assegno per il coniuge deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, e tuttavia indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi (Cass. n. 2156 del 2010).

AS3

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza  18 novembre 2013, n. 25845

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Reggio Calabria, pronunciato con sentenza non definitiva il divorzio tra i coniugi C.S.F. , ricorrente, e G.M.A. , sposatisi il (omissis) , con successiva sentenza definitiva n. 290/07 del 2 marzo 2007 imponeva al primo di contribuire al mantenimento dei due figli minori della coppia, nati l’uno nel … e l’altra nel …, con il pagamento sia dell’importo mensile di complessivi Euro 1.600,00 annualmente rivalutabili, e sia del 50% delle loro spese straordinarie; rigettava invece la domanda della G. di assegno di divorzio; dichiarava inammissibile ogni ulteriore domanda; confermava nel resto le condizioni della separazione personale omologata con decreto del 4.01.2001, compensando interamente le spese processuali. Con sentenza del 29.01-12.02.2009 la Corte di appello di Reggio Calabria, in parziale accoglimento del gravame interposto dalla G. , le attribuiva l’assegno divorzile di Euro 200,00 mensili, annualmente rivalutabili, e poneva a carico del C. i 2/3 delle spese straordinarie inerenti ai figli, confermando nel resto la sentenza appellata e compensando tra le parti le spese del grado.

La Corte territoriale, premesso anche che all’esito dell’udienza presidenziale fissata per la comparizione dei coniugi, udienza in cui la G. non era comparsa ed il C. aveva insistito per l’accoglimento del suo ricorso, il Presidente del tribunale aveva stabilito in via provvisoria che il ricorrente versasse alla moglie Euro 1.400,00, di cui Euro 800,00 per la stessa, ed Euro 300,00 per ciascun figlio, osservava e riteneva in merito all’impugnato diniego di assegno divorzile che:

infondato era il primo motivo dell’appello della G. , con cui la stessa aveva sostenuto che detto diniego era affetto dal vizio di ultra o extrapetizione, in quanto implicante la revoca dell’assegno divorzile già concordato in sede separatizia, revoca non tempestivamente richiesta dalla controparte, che aveva solo instato affinché fosse determinata la quota di spettanza di ciascun beneficiario in rapporto all’importo unitario stabilito in quella sede per il mantenimento sia della moglie che dei figli. L’impugnata statuizione si correlava infatti alla domanda di assegno divorzile proposta dalla G. con la comparsa di costituzione e risposta nel primo grado del presente giudizio e d’altra parte, stante anche la diversità dell’assegno separatizio di mantenimento rispetto a quello di divorzio, questo non avrebbe potuto esserle riconosciuto in sede di separazione consensuale;

fondato, invece, era il secondo motivo dell’appello, con cui la G. , assumendo pure di avere dimostrato il suo stato di disoccupata, aveva censurato il diniego di assegno divorzile sotto il diverso profilo dell’erronea valutazione delle risultanze probatorie inerenti al miglioramento delle sue condizioni economiche per effetto della provata convivenza more uxorio con altro uomo, con il quale aveva anche generato un figlio. Il diritto all’assegno divorzile non poteva, infatti, essere automaticamente negato in ragione di tale convivenza, che però poteva influire sulla misura dell’assegno se migliorativa delle condizioni economiche dell’avente diritto. Tuttavia il C. , gravato del relativo onere, non aveva fornito la prova del mutamento in melius delle condizioni economiche della G. , sicché doveva esserle attribuito l’assegno in questione da quantificare in Euro 200,00 mensili, considerando anche la differenza di capacità reddituale e patrimoniale esistente tra le parti ed il fatto che lei aveva ammesso di avere ricevuto continui contributi economici dal suo convivente, senza i quali non avrebbe potuto mantenersi.

Avverso questa sentenza il C. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, il terzo dei quali implicante questione di legittimità costituzionale, e notificato il 29.04.2009 alla G. , che ha resistito con controricorso e proposto ricorso incidentale fondato su un motivo. Il C. ha anche depositato memoria.

Motivi della decisione

A sostegno del ricorso principale il C. denunzia:

  1. “Falsa applicazione dell’art. 5, 6 comma della L. 898/70 e successive modificazioni.”.

Formula conclusivamente il seguente quesito ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis “Dica la Ecc.ma Corte di Cassazione se la Corte di Appello di Reggio Calabria avrebbe potuto affermare il diritto della resistente sig.ra G.M. A. (già appellante) all’assegno divorzile senza previamente valutare e quindi affermare ex professo la sussistenza del presupposto indicato nell’art. 5 comma 6 L. 898/70 (nella formulazione vigente) e cioè che il coniuge divorziato richiedente non abbia mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

  1. “Falsa applicazione dell’art. 5, 6 comma L. 898/70 (nella formulazione vigente) in relazione all’art. 2697 c.c.”.

Formula il seguente quesito “se avrebbe potuto la C.A. di Reggio Calabria affermare il diritto della G. all’assegno divorzile onerando il C. della prova del mutamento in melius delle condizioni economiche dell’avente diritto a seguito di un contributo al suo mantenimento ad opera del convivente, omettendo invece del tutto di accertare previamente la insussistenza di mezzi adeguati in capo alla G. e la ricorrenza delle ragioni oggettive che impedivano alla stessa di procurarseli, gravando la G. medesima dell’onere della relativa allegazione e dimostrazione”.

  1. “Questione di legittimità costituzionale dell’art. 5 comma 10 L. 8/70 (nella formulazione vigente) in relazione agli artt. 2, 3 e 29 Cost.” nella parte in cui non subordina la perdita dell’assegno di divorzio da parte del coniuge beneficiano che contrae nuove nozze alla condizione che con il nuovo matrimonio abbia acquistato mezzi adeguati e ciò in relazione all’irragionevole disparità di trattamento che il principio applicato dai giudici d’appello introdurrebbe tra il coniuge divorziato che contrae un nuovo matrimonio e quello che invece instaura una convivenza more uxorio. Con il ricorso incidentale la G. deduce “Violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.p. (c), 166 c.p.c. e 183 c.p.c.”. Sostiene che la Corte d’Appello ha erroneamente affermato che il Tribunale non era incorso nel vizio di ultrapetizione ed ha errato altrettanto nell’affermare che questo motivo redatto e sollevato davanti alla stessa Corte era destituito di fondamento.

Formula il seguente quesito “se il Giudice di merito possa pronunciarsi su una domanda (quella di revoca dell’assegno divorzile), senza che alcuna istanza in tal senso sia stata proposta nell’atto introduttivo del giudizio, o nel termine immediatamente, successivo concesso, o se piuttosto incorra nel vizio di ultrapetizione il giudice che pronunci senza che una domanda in tal senso sia stata avanzata (contraddicendo il disposto di cui all’art. 112 c.p.c. che impone la corrispondenza tra chiesto e pronunciato).”.

L’unico motivo del ricorso incidentale della G. , che in via logico-giuridica esige trattazione prioritaria, è inammissibile.

La ricorrente propone generici ed apodittici interrogativi, avulsi dalle ragioni poste dai giudici d’appello a sostegno dell’impugnata conclusione, secondo le quali il primo giudice non era incorso nei denunciati vizi di ultra ed extrapetizione in quanto aveva respinto la domanda di assegno divorzile proposta dalla medesima G. e non invece revocato, pur in assenza di domanda della controparte, tale assegno, la cui attribuzione non poteva essere intervenuta in sede separatizia né correlata ai provvedimenti solo temporanei ed urgenti assunti in sede presidenziale ai sensi dell’art. 4 co. 8 legge div., presupponendo essa oltre alla domanda dell’avente diritto, il nuovo status delle parti dipendente dalla pronuncia costitutiva del giudice del divorzio (in tema cfr, tra le altre, cass. n. 7117 del 2006; 24991 del 2010. n. 7620 del 2011).

Il secondo motivo del ricorso principale del C. è, invece, fondato nei sensi in prosieguo precisati; al relativo accoglimento segue anche l’assorbimento del primo motivo nonché l’irrilevanza della questione di costituzionalità involta dal terzo motivo del medesimo ricorso.

In questa sede di legittimità è stato anche di recente reiteratamente ed argomentatamente ribadito (cfr cass. n. 17195 del 2011; n. 3923 del 2012) il risalente principio (cfr tra le altre, cass. nn. 5560 e 11975 del 2003; nn. 3074 e 4765 del 2002) secondo cui in tema di diritto alla corresponsione dell’assegno di divorzio in caso di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei coniugi viene meno di fronte alla instaurazione, da parte di questi, di una famiglia, ancorché di fatto, la quale rescinde, quand’anche non definitivamente, ogni connessione con il livello ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, conseguentemente, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile. A questo condiviso orientamento, al quale va data continuità, risulta essersi attenuto anche il giudice di primo grado sul presupposto, rimasto incontroverso, dei connotati di stabilità e continuità assunti dalla convivenza instaurata dalla G. con altro uomo, con il quale ha anche generato un figlio.

Conclusivamente si deve accogliere il secondo motivo del ricorso principale, con conseguente assorbimento del primo motivo ed irrilevanza della prospettata questione di costituzionalità, dichiarare inammissibile l’unico motivo del ricorso incidentale, quindi cassare l’impugnata sentenza e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, respingere, con decisione di merito assunta ai sensi dell’art. 384 c.p.c., la domanda di assegno divorzile proposta dalla G. .

Giusti motivi, desunti anche dalla natura delle controversia, giustificano l’integrale compensazione delle spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo del ricorso principale, dichiara assorbito il primo motivo del medesimo ricorso ed inammissibile il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito, rigetta la domanda di assegno divorzile proposta dalla G. . Compensa le spese dell’intero giudizio.

CREDITO DEL CONIUGE PER ASSEGNO MANTENIMENTO NON PAGATO E PRESCRIZIONE

In effetti, il trattamento indifferenziato delle ipotesi concernenti la prescrizione di diritti di natura post-matrimoniale e di azioni esercitate fra coniugi separati trova la sua giustificazione nel fatto che in entrambi i casi i diritti e le azioni esercitate non solo scaturiscono dalla crisi coniugale, ma trovano di regola il loro fondamento in pronunce giurisdizionali conclusive di controversie già intercorse fra le stesse parti. Prescindendo dall’ormai superata ed anacronistica “ratio” concernente le azioni reali, e consistente nella finalità di evitare, attraverso l’usucapione, che fosse aggirato il divieto, ormai insussistente, di donazione fra coniugi, appare comunque contrad-dittorio rinvenire la stessa “ratio” nelle diverse ipotesi delle azioni esercitabili fra coniugi non separati e non, in quanto, mentre nel primo caso appare giustificata la riluttanza ad esperire azioni giudiziarie nei confronti del coniuge convivente, così turbando l’armonia familiare, nel secondo, non solo all’armonia – laddove si prescinda da una eventuale riconciliazione, in realtà abbastanza rara – è subentrata una situazione di crisi conclamata, ma, proprio nell’ambito di essa, sono state necessariamente esperite le azioni giudiziarie correlate alla crisi coniugale. Deve anzi porsi in evidenza come negli ultimi anni l’evoluzione del quadro normativo e l’elaborazione giurisprudenziale (si pensi alla responsabilità endo-familiare) abbiano favorito l’accrescersi delle azioni giudiziarie relative alla soluzione di controversie correlate alla crisi familiare, cui ha fatto riscontro, anche sotto il profilo procedurale, un significativo processo di unificazione dei termini e delle modalità di esperimento delle azioni relative alla separazione personale e allo scioglimento del matrimonio o alla cessazione dei suoi effetti civili.

 

 

Suprema Corte di Cassazione I Sezione Civile
Sentenza 4 luglio 2013 – 4 aprile 2014, n. 7981 
Presidente Carnevale – Relatore Campanile

Svolgimento del processo

1 – Con atto di precetto notificato in data 10 gennaio 2003 V.M.T. intimava al proprio coniuge B.C. , dal quale si era separata consensualmente nell’anno 1980, il pagamento della somma di Euro 48.842,55, corrispondente alla differenza fra quanto dovuto e quanto versato a titolo di mantenimento proprio (dall’aprile 1980 fino al settembre 2002) e del figlio A. , limitatamente al periodo compreso fra l’aprile del 1980 e il gennaio 1985. A tale atto faceva seguito il pignoramento, nelle forme dell’espropriazione presso terzi, con riferimento alla pensione erogata dall’INPS.

1.1 – Il B. proponeva opposizione all’esecuzione, eccependo in primo luogo di aver esattamente adempiuto alla propria obbligazione, e, in via subordinata, la prescrizione dei diritti vantati dalla moglie, per prescrizione del termine decennale. Sosteneva che, in ogni caso, la prescrizione non poteva ritenersi sospesa per quanto riguardava la quota del mantenimento relativa al figlio A. , divenuto maggiorenne nell’anno 1982. Affermava ancora l’opponente che la propria pensione, non essendo egli titolare di altri redditi, non poteva essere assoggettata ad esecuzione forzata nella quota di un terzo e chiedeva, quindi, che il pignoramento venisse ridotto alla percentuale di un quinto.

1.2 – Con sentenza depositata in data 15 gennaio 2005 il Tribunale di Torino rigettava la proposta opposizione, rilevando in primo luogo l’infondatezza dell’eccezione di prescrizione, il cui decorso era sospeso dal rapporto di coniugio ai sensi dell’art. 2941 c.c., e osservando, nel merito, che le contestazioni del B. , il quale, in quanto titolare di altri redditi, non aveva diritto alla riduzione del pignoramento, non trovavano riscontro nelle risultanze processuali.

1.3 – Avverso tale decisione interponeva appello il B. , il quale riproponeva le questioni già sollevate in primo grado, ribadendo, in particolare, l’eccezione di prescrizione.
Si costituiva la V. , contestando la fondatezza del gravame e proponendo appello incidentale in merito alla liquidazione delle spese processuali.

1.4 – Con sentenza non definitiva depositata in data 23 marzo 2007 la Corte di appello di Torino accoglieva l’eccezione di prescrizione sollevata dal B. in relazione all’intero credito vantato dalla moglie, in primo luogo richiamando talune pronunce di questa Corte (nn. 12333/1998 e 6975/2005) nelle quali si era affermato – tanto in relazione al divorzio, quanto alla separazione personale dei coniugi – che la prescrizione del diritto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento non decorre dalla data della sentenza di separazione o di divorzio, bensì dalle singole scadenze di pagamento. Tali arresti, ad avviso della Corte territoriale, pur non esaminando specificamente il problema della sospensione della prescrizione fra coniugi separati, avevano posto le premesse logiche per il superamento dell’indirizzo tradizionale secondo cui la separazione personale, creando soltanto un’attenuazione del vincolo, non osta alla sospensione della prescrizione. Sotto tale profilo si osservava che la ratio della disposizione contenuta nell’art. 2941 c.c., intesa ad evitare che la riluttanza a convenire in giudizio il coniuge debitore si risolva in un vantaggio per il medesimo, non ricorre nell’ipotesi del coniuge separato, in quanto in tal caso l’unità familiare è già entrata in crisi e sì è già verificato un intervento giudiziale nel momento della pronuncia della separazione.

Si rilevava, ancora, che i rapporti patrimoniali fra coniugi separati non si atteggiano in maniera diversa rispetto ai coniugi già divorziati, per i quali la prescrizione non viene sospesa: conseguentemente anche nel primo caso deve ritenersi inoperante la disposizione contenuta nell’art. 2941, n. 1, c.c..

Veniva, pertanto, dichiarata la prescrizione quinquennale, ai sensi dell’art. 2948, n. 4, c.c., del credito azionato dalla V. con riferimento al periodo anteriore al 10 gennaio 1998.

Dichiarato inammissibile il motivo di appello inerente alla riduzione del pignoramento, si disponeva, con separata ordinanza, in merito alla prosecuzione del giudizio, allo scopo di verificare la fondatezza o meno dell’eccezione di adempimento sollevata dal B. .

1.5 – Con sentenza definitiva depositata in data 15 luglio 2008 la Corte territoriale determinava, sulla base dei conteggi eseguiti dal consulente tecnico d’ufficio, l’ammontare del credito relativo al periodo non interessato dalla prescrizione, e, ritenuto assorbito l’appello incidentale, regolava le spese dell’intero giudizio sulla base dell’esito complessivo della lite, ponendole, previa compensazione nella restante parte. a carico dell’appellante principale nella misura del cinquanta per cento.

1.6 – Per la cassazione di entrambe le decisioni la V. ha proposto ricorso, deducendo due motivi. La parte intimata non svolge attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. – Con il primo motivo, denunciandosi, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c., violazione degli artt. 99, 112, 342 e 345 c.p.c., la ricorrente si duole dell’omessa declaratoria di inammissibilità dell’eccezione di prescrizione del credito relativo al contributo per il mantenimento della stessa V. , in quanto sollevata per la prima volta in grado di appello.

2.1 – Viene in proposito formulato il seguente que-sito di diritto:
“Dica l’Ecc.ma Corte se la Corte di appello, dichiarando l’intervenuta prescrizione dell’intero credito in accoglimento dell’eccezione di prescrizione e della corrispondente domanda proposta dall’appellante, in una situazione nella quale:
a) nel primo grado del giudizio la prescrizione era stata opposta limitatamente alle somme dovute per il mantenimento del figlio e non anche per il mantenimento della coniuge, e la pronuncia di rigetto dell’opposizione era stata emessa con specifico riferimento all’eccezione e alla domanda così come proposta;
b) con l’atto di appello era stata formulata dall’appellante domanda di accertamento e dichiarazione di “avvenuta estinzione per prescrizione” della totalità del credito vantato dalla coniuge “in proprio e per conto ” del figlio, eccependosi la prescrizione per la totalità del credito;
c) l’appellata aveva eccepito l’inammissibilità per novità dell’eccezione e della domanda relative alla quota del credito imputata alla coniuge, sia incorsa nella violazione dell’art. 345, 1 e 2 comma c.p.c. in relazione all’art. 2938 c.c., 99, 112 e 342 c.p.c., in applicazione dei quali avrebbe invece dovuto dichiarare l’inammissibilità per novità dell’eccezione per il mantenimento della coniuge e della relativa domanda.

2.2 – La censura è infondata, in quanto le premesse in base alle quali la doglianza, ed il relativo quesito di diritto, sono articolate, non corrispondono alla reale situazione processuale come correttamente interpretata dalla corte distrettuale. Risulta invero dall’esame degli atti processuali, consentito dalla natura processuale del vizio dedotto, che l’eccezione di prescrizione sollevata dall’opponente a precetto nel primo grado del giudizio riguardava l’intero credito vantato dall’odierna ricorrente.

Invero, evidentemente prefigurandosi il B. il rilievo inerente alla sospensione di cui all’art. 2941 c.c., aveva precisato che detta sospensione -per altro rilevabile anche d’ufficio – “in ogni caso” non era destinata ad operare per la quota di mantenimento del figlio: detta puntualizzazione acquista significato soltanto ove si acceda alla tesi, recepita dalla Corte di appello nel delimitare l’ambito di operatività dell’eccezione sollevata dall’opponente sin nel primo grado di giudizio, secondo cui la dedotta fattispecie estintiva riguardava l’intero credito vantato dalla V. . Nessuna violazione dell’art. 345 c.p.c. è pertanto ravvisabile nella mera riproposizione, in grado di appello, di un’eccezione ritualmente sollevata – con la medesima estensione qualitativa e quantitativa – già nel corso del primo grado del giudizio.

3 – Con il secondo motivo si sostiene che l’accoglimento dell’eccezione di prescrizione del credito vantato dalla V. , in quanto moglie separata del debitore, sarebbe avvenuta in violazione dell’art. 2941, n. 1 c.c..

3.1 – Viene indicato il seguente quesito di diritto:
“Dica l’Ecc.ma Corte, vista la fattispecie, nella quale il coniuge separato ha spiegato opposizione all’azione esecutiva avviata dalla consorte per il pagamento di crediti per il contributo al mantenimento posto a suo carico con verbale di separazione consensuale, proponendo eccezione di prescrizione, e la creditrice ha controeccepito la sospensione della prescrizione ex art. 2941 n. 1 c.c., e nella quale la Corte di appello d Torino ha dichiarato prescritto il credito ritenendo inapplicabile l’art. 2941 n. 1 c.c., se costituisca violazione dell’art. 113 c.p.c. in relazione all’art. 2941, n. 1 c.c. l’assunto della Corte di appello secondo cui l’operatività della sospensione per i crediti per mantenimento sarebbe da escludere in caso di separazione, sostenuto dalle seguenti ragioni:
a) essere l’art. 2941 n. 1 c.c. preordinato alla tutela dell’unità familiare allo scopo di impedire l’acquisto per usucapione per conseguire il risultato vietato dall’art. 781 c.c. ormai non più in vigore;
b) essere i rapporti obbligatori derivanti dalla separazione equiparabili a quelli derivanti dal divorzio, e perciò non assistibili dall’art. 2941 n. 1 c.c., siccome originati dalla crisi familiare e dall’intervento giudiziale, contrastante, quest’ultimo, con le normali dinamiche famigliari;
c) essere contraddittorio ricondurre le obbligazioni derivanti dalla separazione, in quanto fonte di reciproche obbligazioni, a una disciplina (la sospensione della prescrizione) concepita invece a tutela dell’unita familiare, mentre, ad avviso della ricorrente, l’applicabilità dell’art. 2941 n. 1 avrebbe dovuto essere riconosciuta in applicazione del dettato normativo che prevede la sospensione della prescrizione tra coniugi senza fare eccezione per il caso di separazione”.

3.2 – La censura è infondata, ragion per cui deve rispondersi negativamente al proposto quesito di diritto.

3.3 – L’orientamento invocato dalla ricorrente risale alla nota pronuncia della Corte costituzionale n. 35 del 1976 e alla decisione di questa Corte del 23 agosto 1985, n. 4502, sostanzialmente fondate sul tenore letterale della norma di cui all’art. 2941 n. 1 c.c. e sul rilievo che il regime di separazione dei coniugi comporta una mera attenuazione e non l’elisione del vincolo scaturente dal matrimonio. In particolare, è stato posto in evidenza, da un lato, il dato formale, da interpretarsi in maniera rigorosa, dall’altro, il “favor matrimoni”, con il quale la sospensione della prescrizione ben si armonizzerebbe, consentendo ai coniugi “di attendere il raffreddamento delle tensioni, senza esasperarle co la proposizione di domande giudiziarie sotto la spada di Damocle della prescrizione”.

Per il vero, nella stessa decisione, pur relegandole in una prospettiva “de iure condendo”, si rilevava che le osservazioni della parte ricorrente, la quale sosteneva che la “ratio” della sospensione in parola fosse compatibile unicamente con la pienezza del vincolo coniugale, in qualche misura corrispondessero alle emergenze della realtà sociale, in base alle quali poteva affermarsi che la separazione fosse diventata “l’anticamera del divorzio più che un momento di riflessione e ripensamento prima di riprendere la vita di coppia”.

3.4 – A giudizio della Corte l’evoluzione del quadro normativo e della stessa coscienza sociale consentono di confermare la tesi sostenuta dalla Corte territoriale.

3.5 – Deve in primo luogo osservarsi che l’esistenza di una chiara formulazione grammaticale della norma non è sufficiente per limitare l’interpretazione all’elemento letterale, occorrendo altresì che il senso reso palese dal significato proprio delle parole, secondo la loro connessione, non si ponga in contrasto con argomentazioni logiche sull’intenzione del legislatore (Cass., 5 aprile 1979, n. 1549).

Deve anzi aggiungersi che, essendo da tempo divenuto del tutto desueto il noto canone “in claris non fit interpretatio”, l’art. 12 delle disp. prel. al cod. civ., laddove stabilisce che nell’applicare la legge non si può attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e dall’intenzione del legislatore, non privilegia il criterio interpretativo letterale, poiché evidenzia, attraverso il riferimento “all’intenzione del legislatore” un essenziale riferimento alla coerenza della norma e del sistema.

Il dualismo, irrisolto dall’art. 12 delle citate disp. prel., tra lettera “significato proprio delle parole secondo la connessione di esse” e spirito, o “ratio” “intenzione del legislatore” è stato invero sciolto dalla dottrina e dalla giurisprudenza dominanti attraverso la “svalutazione” del primo criterio, rilevandosi l’inadeguatezza della stessa idea di interpretazione puramente letterale. Sotto altro profilo, mette conto di richiamare come l’interpretazione della legge debba e possa avere anche una funzione evolutiva ed adeguatrice, nel cui ambito ben può realizzarsi un risultato di tipo restrittivo, nel senso di ritenere, con riferimento al caso in esame, che la norma contenuta nell’art. 2941, n. 1, c.c., si riferisca alla vincolo coniugale pienamente inteso, con esclusione del regime della separazione personale.

3.6 – Di tale esigenza adeguatrice questa Corte si è già resa interprete in due decisioni, opportunamente richiamate dalla Corte territoriale, nelle quali, pur non affrontandosi espressamente il tema della sospensione del termine prescrizionale, esplicitamente si afferma che “In tema di separazione dei coniugi e di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il diritto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento, in quanto avente ad oggetto più prestazioni autonome, distinte e perio-diche, si prescrive non a decorrere da un unico termine rappresentato dalla data della pronuncia della sentenza di separazione o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, bensì dalle singole scadenze di pagamento, in relazione alle quali sorge, di volta in volta, l’interesse del creditore a ciascun adempimento” (Cass., 4 aprile 2005, n. 6975; Cass., 5 dicembre 1998, n. 12333).

3.7 – In effetti, il trattamento indifferenziato delle ipotesi concernenti la prescrizione di diritti di natura post-matrimoniale e di azioni esercitate fra coniugi separati trova la sua giustificazione nel fatto che in entrambi i casi i diritti e le azioni esercitate non solo scaturiscono dalla crisi coniugale, ma trovano di regola il loro fondamento in pronunce giurisdizionali conclusive di controversie già intercorse fra le stesse parti. Prescindendo dall’ormai superata ed anacronistica “ratio” concernente le azioni reali, e consistente nella finalità di evitare, attraverso l’usucapione, che fosse aggirato il divieto, ormai insussistente, di donazione fra coniugi, appare comunque contrad-dittorio rinvenire la stessa “ratio” nelle diverse ipotesi delle azioni esercitabili fra coniugi non separati e non, in quanto, mentre nel primo caso appare giustificata la riluttanza ad esperire azioni giudiziarie nei confronti del coniuge convivente, così turbando l’armonia familiare, nel secondo, non solo all’armonia – laddove si prescinda da una eventuale riconciliazione, in realtà abbastanza rara – è subentrata una situazione di crisi conclamata, ma, proprio nell’ambito di essa, sono state necessariamente esperite le azioni giudiziarie correlate alla crisi coniugale. Deve anzi porsi in evidenza come negli ultimi anni l’evoluzione del quadro normativo e l’elaborazione giurisprudenziale (si pensi alla responsabilità endo-familiare) abbiano favorito l’accrescersi delle azioni giudiziarie relative alla soluzione di controversie correlate alla crisi familiare, cui ha fatto riscontro, anche sotto il profilo procedurale, un significativo processo di unificazione dei termini e delle modalità di esperimento delle azioni relative alla separazione personale e allo scioglimento del matrimonio o alla cessazione dei suoi effetti civili.

3.8 – Laddove, poi, veniva richiamata la mera attenuazione, nel regime di separazione, del vincolo matrimoniale, non sembra che si sia considerato come, al tenue filo della speranza di una riconciliazione, siano da contrapporre effetti di natura giuridica che in realtà depongono nel senza di una sostanziale esautorazione dei principali effetti del vincolo stesso.
Non rileva, invero, soltanto il venir meno della convivenza, circostanza già di per sé non ostativa all’instaurazione fra coniugi separati di azioni giudiziarie, che di certo, come già rilevato, non possono determinare una crisi familiare già conclamata, quanto la sopravvenienza alla separazione di rilevanti conseguenze di natura giuridica, tali da consentire una sostanziale assimilazione alla situazione che caratterizza gli ex coniugi, come il venir meno della presunzione di paternità ove la nascita di un figlio intervenga dopo il decorso di trecento giorni, ovvero la sospensione degli obblighi della fedeltà (Cass., 17 luglio 1997, n. 6566) e di collaborazione.
In generale, deve rilevarsi che l’interpretazione che qui viene accolta della norma contenuta nell’art. 2941, n. 1, sia da inquadrarsi nel generale e progressivo fenomeno di valorizzazione delle posizioni individuali dei membri della famiglia rispetto al principio della conservazione dell’unità familiare che per lungo periodo si è imposta come elemento fondante dell’interpretazione delle norme e dell’individuazione dei principi posti a fondamento del diritto di famiglia.

4 – Al rigetto del ricorso non consegue alcuna statuizione in merito al regolamento delle spese processuali, non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza.

 

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