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31 Maggio 2015 Sergio Armaroli 0 Comments

 SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA,

OBBLIGO DI FEDELTA’

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OBBLIGO DI FEDELTA?

SE LA MOGLIE NON SI OPPONE ALL’AMANTE DEL MARITO CHE SUCCEDE?

 

MA OGGI NEL MATRIMONIO L’OBBLIGO DI FEDELTA’ E’ ANCORA IMPORTANTE?

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MATRIMONIO OBBLIGO DI FEDELTA’  

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Se stai cercando un avvocato tra gli avvocati a Bologna chiama l’avvocato Sergio Armaroli
In concreto ed in punto di fatto la relazione intrattenuta
dal G. con altra donna, provata per testi, e resa pubblica, causò il fallimento del matrimonio
e precedette di poco il suo allontanamento dalla residenza coniugale, ulteriore atto contrario
ai doveri del matrimonio, cui seguì la non comunicazione alle sue familiari del suo nuovo
recapito. Ha evidentemente fatto buon governo del principio enunciato da questa Corte –
Cass. n. 25618/2007 -, secondo cui la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale,
particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della
convivenza, giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile, a meno che
non risulti che comunque non abbia avuto incidenza causale nel determinare la crisi
coniugale, siccome già preesisteva un menage solo formale (cfr. anche Cass. n. 8512/2006).
La Corte territoriale, come emerge dall’esauriente trama motivazionale che sorregge
l’approdo, ha valutato in questa chiave esegetica il comportamento del G., pacificamente
gravemente lesivo dei suoi obblighi coniugali, e la sua efficacia causale nel provocare la crisi
del suo matrimonio con la F..
Ha sottolineato che la relazione extraconiugale, di cui lo stesso G. aveva diffuso notizia
nell’ambiente degli amici comuni, aveva consolidato una crisi che già effettivamente si era
manifestata, ma aveva anche determinato definitivamente l’intollerabilità della prosecuzione
della convivenza. L’abbandono della casa familiare, che anch’esso di per sè costituisce
 
violazione di un obbligo matrimoniale e sufficiente motivo di addebito della separazione, ha
portato alfine all’impossibilità della convivenza – cfr Cass. n. 17056/2007 -. I fatti, dunque,
determinarono l’impossibilità della prosecuzione del rapporto di coniugio e la fine del
matrimonio.
Il ricorrente, che smentisce tale ricostruzione, avrebbe dovuto provare che il suo
comportamento fosse stato indotto da quello della moglie, ovvero che l’abbandono fosse
intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si era già
verificata, ed in conseguenza di tale fatto. Ma queste evenienze, del cui omesso esame ora si
duole, sono state escluse dalla Corte di merito che ha dato conto, con motivazione adeguata
e puntuale, della ricostruzione della relazione fra i due coniugi, senza affatto trascurare la
valutazione degli addebiti mossi dal G. alla consorte, che ha ritenuto ininfluenti perchè sono
rimasti indimostrati, stante la genericità delle istanze istruttorie all’uopo formulate.
In conclusione, la decisione della Corte romana, che non ha mancato di sottolineare che la
notorietà della relazione di cui si tratta è stata peraltro pregiudizievole per la dignità della F.,
si fonda su valutazione di fatto, esposta con motivazione logica e scevra da errori logico-
giuridici, ed è perciò insindacabile.
Col secondo motivo il ricorrente ascrive ai giudici del gravame error in judicando e
violazione dell’art. 156 c.c. e L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 e art. 100 c.p.c.
 
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella                    –  Presidente   –
Dott. BERNABAI Renato                                –  Consigliere  –
Dott. RAGONESI Vittorio                             –  Consigliere  –
Dott. CULTRERA Maria Rosaria                  –  rel. Consigliere  –
Dott. GIANCOLA Maria Cristina                   –  Consigliere  –
ha pronunciato la seguente:
sentenza
                                        
sul ricorso 15194/2006 proposto da:
G.A.   (c.f.   (OMISSIS)),  elettivamente domiciliato  in  ROMA,  VIA G.B. VICO 1, presso
l’avvocato  PROSPERI MANGILI LORENZO, che lo rappresenta e difende unitamente
all’avvocato PROSPERI MANGILI STEFANO, giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente –
 
contro
 
 
F.V.   (c.f.   (OMISSIS)), elettivamente domiciliata  in  ROMA, VIA C. MONTEVERDI
20, presso l’avvocato  ASCHI DANIELA,  che la rappresenta e difende, giusta procura a
margine  del controricorso;
– controricorrente –
avverso  la  sentenza  n. 1339/2005 della CORTE  D’APPELLO  di  ROMA, depositata il
23/03/2005;
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 30/06/2010 dal
Consigliere Dott. CULTRERA Maria Rosaria;
udito,  per  il  ricorrente, l’Avvocato STEFANO PROSPERI  M.  che  ha chiesto
l’accoglimento del ricorso;
Udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. FEDELI Massimo che
ha concluso per il rigetto del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
 
In accoglimento della domanda proposta con ricorso dell’11 febbraio 1999 da F.V. nei
confronti del coniuge G. A., il Tribunale di Roma, con sentenza 4.4.2003, ha dichiarato la
separazione con addebito al G. per violazione del dovere di fedeltà, nonchè di assistenza e
solidarietà familiare, ed ha posto a suo carico assegno di mantenimento della F. e per
ciascuna delle figlie maggiorenni ma non ancora autosufficienti rispettivamente in Euro
2.000,00 ed Euro 1.100,00 mensili, oltre rivalutazione.
Di entrambe le statuizioni il G. si è doluto con appello proposto innanzi alla Corte d’appello
di Roma. In ordine all’addebito ha lamentato omessa ammissione delle prove da lui
articolate, reiterandone la richiesta. Ha dedotto che la pretesa infedeltà ascrittagli dalla
moglie non aveva trovato il necessario riscontro probatorio; che il suo comportamento
infedele andava collocato in un momento successivo alla separazione di fatto; che
comunque il fallimento dell’unione coniugale si era già verificato a causa della condotta della
moglie che da tempo non gli aveva più prestato affetto né solidarietà morale e spirituale.
Ha chiesto ridursi l’importo del contributo di mantenimento, lamentando che il primo
giudice lo aveva stabilito sulla base di emolumento di dipendente del Ministero degli affari
esteri comprensivo d’indennità di missione da lui percepita solo in caso di impiego della sua
opera all’estero.
Con sentenza n. 1339 depositata il 23 maggio 2005 la Corte territoriale ha confermato la
precedente decisione dando atto della cessazione della materia del contendere a far tempo
dal 2 novembre 2004 in ordine alle condizioni economiche della separazione, tenuto conto
della fissazione dell’assegno di mantenimento nell’udienza presidenziale, celebratasi
nell’incardinata causa di divorzio.
G.A. ha impugnato questa decisione con ricorso per cassazione affidato a cinque motivi, cui
ha resistito l’intimata con controricorso.
 
 
MOTIVI DELLA DECISIONE
 
Il ricorrente, denunciando col primo motivo violazione dell’art.151 c.c. e vizio di omessa,
illogica e contraddittoria motivazione, si duole della pronuncia d’addebito della separazione
a suo carico.
Assumendo l’esigenza di imprescindibile nesso di causalità tra il comportamento contrario ai
doveri coniugali tenuto da uno dei coniugi e la crisi coniugale, sostiene che la relativa prova
non può attingersi da mere presunzioni tratte da fonti indirette. Violando tale principio,
consacrato nella giurisprudenza richiamata, la decisione impugnata omette accertamento ed
esposizione dei fatti che diano conto del nesso tra il suo comportamento e il fallimento del
matrimonio, ed affida la sua conclusione a mere presunzioni ed a prova indiretta. Non tiene
conto altresì del facto che egli anche dopo l’allontanamento dalla casa coniugale ha devoluto
a favore dei familiari quasi per l’intero il suo stipendio e si è autodeterminato ad
un’elargizione in loro favore di L. 54 milioni quattro mesi prima del suo allontanamento
dalla casa coniugale. La controricorrente ne deduce infondatezza rilevando che la sentenza
conferma ricostruzioni ermeneutiche di assoluto fondamento giuridico, alla cui stregua ha
valutato nel merito le risultanze istruttorie, da cui è emersa la condotta infedele del G. e la
sua incidenza nel determinare la crisi coniugale. Il motivo è inammissibile.
La decisione, presupposta l’esigenza in jure dell’accertamento del nesso di causalità tra
violazione dei doveri coniugali e crisi dell’unione familiare, asserisce che l’aver instaurato
relazione extraconiugale deve presumersi causa efficiente di situazione d’intollerabilità della
convivenza, nè vale ad escluderne la rilevanza la sua possibile qualificazione in termini di
reazione a comportamenti dell’altro coniuge, non essendo possibile la compensazione di
responsabilità nei rapporti familiari. In concreto ed in punto di fatto la relazione intrattenuta
dal G. con altra donna, provata per testi, e resa pubblica, causò il fallimento del matrimonio
e precedette di poco il suo allontanamento dalla residenza coniugale, ulteriore atto contrario
ai doveri del matrimonio, cui seguì la non comunicazione alle sue familiari del suo nuovo
recapito. Ha evidentemente fatto buon governo del principio enunciato da questa Corte –
Cass. n. 25618/2007 -, secondo cui la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale,
particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della
convivenza, giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile, a meno che
non risulti che comunque non abbia avuto incidenza causale nel determinare la crisi
coniugale, siccome già preesisteva un menage solo formale (cfr. anche Cass. n. 8512/2006).
La Corte territoriale, come emerge dall’esauriente trama motivazionale che sorregge
l’approdo, ha valutato in questa chiave esegetica il comportamento del G., pacificamente
gravemente lesivo dei suoi obblighi coniugali, e la sua efficacia causale nel provocare la crisi
del suo matrimonio con la F..
Ha sottolineato che la relazione extraconiugale, di cui lo stesso G. aveva diffuso notizia
nell’ambiente degli amici comuni, aveva consolidato una crisi che già effettivamente si era
manifestata, ma aveva anche determinato definitivamente l’intollerabilità della prosecuzione
della convivenza. L’abbandono della casa familiare, che anch’esso di per sè costituisce
 
violazione di un obbligo matrimoniale e sufficiente motivo di addebito della separazione, ha
portato alfine all’impossibilità della convivenza – cfr Cass. n. 17056/2007 -. I fatti, dunque,
determinarono l’impossibilità della prosecuzione del rapporto di coniugio e la fine del
matrimonio.
Il ricorrente, che smentisce tale ricostruzione, avrebbe dovuto provare che il suo
comportamento fosse stato indotto da quello della moglie, ovvero che l’abbandono fosse
intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si era già
verificata, ed in conseguenza di tale fatto. Ma queste evenienze, del cui omesso esame ora si
duole, sono state escluse dalla Corte di merito che ha dato conto, con motivazione adeguata
e puntuale, della ricostruzione della relazione fra i due coniugi, senza affatto trascurare la
valutazione degli addebiti mossi dal G. alla consorte, che ha ritenuto ininfluenti perchè sono
rimasti indimostrati, stante la genericità delle istanze istruttorie all’uopo formulate.
In conclusione, la decisione della Corte romana, che non ha mancato di sottolineare che la
notorietà della relazione di cui si tratta è stata peraltro pregiudizievole per la dignità della F.,
si fonda su valutazione di fatto, esposta con motivazione logica e scevra da errori logico-
giuridici, ed è perciò insindacabile.
Col secondo motivo il ricorrente ascrive ai giudici del gravame error in judicando e
violazione dell’art. 156 c.c. e L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 e art. 100 c.p.c.. Censura la
sentenza impugnata per avere dichiarato cessata la materia del contendere in ordine alle
disposizioni di carattere economico a seguito del provvedimento presidenziale che,
nell’incardinata causa di divorzio, ha fissato l’assegno divorzile ed il contributo di
mantenimento per le figlie.
Assume che le misure economiche sono di natura diversa, sicchè il contributo di divorzio
non elimina l’interesse alla modifica dell’assegno di separazione che perde efficacia solo con
la sentenza di divorzio.
La resistente replica al motivo deducendo carenza d’interesse alla pronuncia. Il motivo è
privo di fondamento.
Com’è noto, la L. n. 898 del 1970, art. 4, anche nell’attuale formulazione, conferisce al
presidente del tribunale, in caso di infruttuosità del tentativo di conciliazione, il potere di
adottare i provvedimenti temporanei ed urgenti che ritenga opportuni nell’interesse dei
coniugi e della prole. Non è peraltro dubitabile che, attenendo detto potere anche ai
rapporti patrimoniali ed essendo in atto al momento dell’intervento del presidente in sede di
giudizio di divorzio il regime di separazione, la norma in esame comporti l’attribuzione a
detto giudice della facoltà di incidere sui rapporti patrimoniali della separazione,
introducendo in via provvisoria quelle misure che si rendano indispensabili per la tutela del
coniuge più debole ed autorizzando la liquidazione medio tempore di un emulumento
mensile in suo favore, indipendentemente dal fatto che le clausole della separazione non lo
prevedano o lo prevedano in misura diversa (v. sul punto Cass. 1991 n. 12034).
Il provvedimento presidenziale che stabilisce in via provvisoria la spettanza e la misura
dell’assegno divorzile non si cumula pertanto con il titolo formato in sede di separazione,
ma si sovrappone ad esso e si fonda su criteri di determinazione autonomi e distinti.
 
L’impossibilità logica e giuridica di coesistenza di due diversi regimi patrimoniali tra i
coniugi in relazione al medesimo arco temporale e per altro aspetto la natura cautelare del
provvedimento presidenziale adottato in sede di divorzio comportano che detto
provvedimento e quelli successivi pronunciati nel corso del procedimento costituiscono
dalla data della loro emissione l’unica disciplina regolatrice dei rapporti tra i coniugi. La
decisione impugnata si colloca in questo tracciato ed è quindi corretta.
Il terzo motivo denuncia vizio di motivazione in ordine alla quantificazione dell’assegno di
mantenimento a favore della moglie fino alla indicata data del 2 novembre 2004,
lamentando omesso esame della sua effettiva capacità reddituale, desumibile dalla
comprovata proprietà di due appartamenti in (OMISSIS), l’uno in (OMISSIS), l’altro in
comunione col fratello in Via (OMISSIS) di notevole valore, di cinque appezzamenti di
terreno in (OMISSIS), di un appartamento in palazzo (OMISSIS), il cui valore si era chiesto
di provare a mezzo C.T.U.. Deduce omesso riferimento al fatto che uno solo dei fondi ha
fruttato un capitale di Euro 220.000,00 desumibile dal preliminare in atti, nonchè al fatto
che la denuncia fiscale prodotta dalla moglie indica terreni del valore di circa Euro
500.300,00, ed infine ad un lascito testamentario di cui ella ha beneficiato in Euro
103.000,00. Il motivo è inammissibile.
La Corte territoriale ha sostenuto che le circostanze di fatto evidenziate – nuda proprietà
della casa di Via (OMISSIS), proprietà dei cinque terreni in (OMISSIS), e lascito
testamentario – rappresentano circostanze sopravvenute valutabili al più in sede di modifica
delle condizioni della separazione ex art. 710 c.p.c.. Tale conclusione è evidentemente
affetta da errore di diritto.
La domanda di revisione prevista dalla citata disposizione processuale è infatti
improponibile anteriormente al passaggio in giudicato della sentenza che pronunci la
separazione stessa, poichè mancherebbe la stessa statuizione da modificare, ed il giudizio
sarebbe privo di oggetto, difettando del suo presupposto – v. S.U. n. 8389/1993, Cass. n.
5861/2002, n. 16398/2007 -. Inerisce alla natura ed alla funzione dei provvedimenti diretti a
regolare i rapporti economici tra i coniugi in conseguenza della separazione la possibilità di
correlare l’ammontare del contributo alle condizioni patrimoniali o reddituali emergenti in
corso di giudizio, “anche, eventualmente, di modularne la misura secondo diverse
decorrenze riflettenti il verificarsi di dette variazioni nel rispetto del principio di disponibilità
e di quello generale della domanda”. Ciò impone al giudice di prendere in considerazione
tutte le circostanze sopravvenute nelle more del giudizio, per tutto il corso del giudizio, sino
alla sua conclusione con sentenza definitiva. Per quel che rileva, ciò imponeva alla Corte di
merito di esaminare ogni elemento che potesse incidere sulla misura dell’assegno, sino alla
data in cui è stato assunto il provvedimento presidenziale nel giudizio di divorzio. Questo
errore non è stato censurato. La doglianza in esame indirizza critica al tessuto motivazionale
che sorregge l’esame delle emergenze istruttorie, mirando peraltro palesemente ad una
rivisitazione nel merito delle circostanze riferite, il cui apprezzamento si contesta
confutandone la fondatezza. Non indirizza alcuna censura, in quanto non ne coglie il senso,
alla ratio sottostante che, come si è rilevato, è errata in jure.
Col quarto motivo il ricorrente censura la decisione impugnata per violazione del D.P.R. n.
18 del 1967, art. 170 e art. 156 c.c., comma 2 e si duole del fatto che la Corte territoriale ha
considerato l’indennità di servizio, che non ha natura retributiva, essendo destinata a
sopperire agli oneri derivanti dal servizio all’estero, che è stata percepita solo
successivamente al trasferimento da (OMISSIS), unitamente allo stipendio, quale elemento
determinante la misura dell’assegno per la moglie e le figlie.
La resistente deduce infondatezza del motivo.
Il motivo è infondato.
La questione è stata risolta da questa Corte – Cass. 19527/2003, n. 4531/2010 -, che ha
stabilito che “ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento in favore dei figli e
del coniuge, in sede di separazione personale, tra i redditi del coniuge obbligato si deve
tenere conto dell’indennità di servizio all’estero attribuita ai diplomatici a norma del D.P.R.
5 gennaio 1967, n. 18, art. 171, così come modificato dal D.Lgs. 27 febbraio 1998, n. 62, art.
5, ancorchè non abbia natura retributiva dal punto di vista contributivo e fiscale e abbia lo
scopo di fronteggiare i maggiori oneri derivanti dal servizio prestato all’estero, trattandosi
comunque di un entrata patrimoniale idonea a determinare migliori condizioni di vita sul
piano economico. Al contrario, nessun rilievo riveste l’assegno per oneri di rappresentanza
attribuito mensilmente ai diplomatici, per il servizio all’estero, dal D.Lgs. n. 62 del 1998, art.
171-bis, trattandosi di un contributo forfettario, a natura fissa, assegnato con cadenza
mensile, destinato allo svolgimento delle funzioni di rappresentanza ed assoggettato
all’obbligo di rendiconto e di restituzione per la parte eventualmente non consumata”. A
questo enunciato, che pienamente condiviso s’intende confermare, la decisione impugnata
ha prestato adesione avendo preso in considerazione l’indennità di servizio e non già il
diverso assegno per oneri di rappresentanza. In parte qua, del resto, la decisione non è stata
fatta segno d’impugnazione.
Il motivo deve perciò essere rigettato.
Col quinto motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 155 c.c. e dell’art. 156 c.c. in
relazione all’art. 445 c.c. ed all’art. 3 Cost.. Sostenendo la non retroattività della
determinazione del quantum dell’assegno di mantenimento, censura l’impugnata statuizione
nella parte in cui ha sostenuto la correttezza della decisione di primo grado in ordine alla
modifica della misura dell’assegno disposta dal g.i., rispetto a quella fissata precedentemente
con provvedimento presidenziale.
Il motivo è infondato.
Ed invero la Corte di Appello ha correttamente rilevato che l’incarico del G. a (OMISSIS),
che aveva comportato la percezione di una indennità di missione pari a circa Euro 17.000,00
mensili, risaliva al 15 aprile 2000 e che pertanto legittimamente la sentenza del primo giudice
aveva fatto decorrere la spettanza dell’assegno nella misura complessiva di Euro 4.200,00,
superiore a quella fissata nei provvedimenti interinali, al luglio 2000.
Le considerazioni che precedono comportano il rigetto del ricorso, con condanna del
ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo.
 
P.Q.M.
 
La Corte:
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che
liquida in Euro 2.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali ed accessori di
legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile della Corte di
Cassazione, il 30 giugno 2010.
Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2010
 
 
Suprema Corte di Cassazione I Sezione CivileSentenza 15 ottobre 2013 – 14 marzo 2014, n. 6017 Presidente Luccioli – Relatore Bisogni
SE LA MOGLIE TOLLERA L’AMANTE DEL MARITO?
SI HA COMUNQUE ADDEBITO?
 
SE AVESSI L’ AMANTE E NON LA VOGLIO MIA MOGLIE DI SICURO NON LA TOLLERA!!!
 
La Corte di appello ha ricostruito, come si è detto in precedenza, il protrarsi, dopo la scrittura del febbraio 2002, della convivenza come un tentativo di mantenere in vita un vincolo ormai di natura formale e ha descritto l’abbandono del domicilio familiare da parte del P. come la presa d’atto dell’insuccesso di tale tentativo addebitando pertanto la crisi coniugale a fattori preesistenti che avevano determinato da tempo la fine dell’affectio conlugalls. 
19. Il ricorso va pertanto respinto con condanna della ricorrente al
Rilevato che: 
1. Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 1590/2008, ha dichiarato la separazione personale dei coniugi H.M.G. e P.A. rigettando le domande di addebito della separazione e determinando in Euro 4.800 la somma dovuta dal P. a titolo di assegno di mantenimento da corrispondere alla H. a decorrere dal febbraio 2008 e con rivalutazione annuale dal febbraio 2009. 
2. Ha appellato la sentenza P.A. deducendo che le sue condizioni reddituali erano drasticamente peggiorate a seguito della cessazione delle funzioni di ambasciatore a Bratislava e del suo ritorno definitivo presso il Ministero degli Esteri che aveva determinato una forte contrazione dei suoi emolumenti mensili e la perdita di rilevanti benefici connessi all’incarico svolto all’estero. Ha aggiunto di non poter godere, per l’opposizione della H. , della comune abitazione in Roma e di aver appreso, dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, che la H. è titolare di un patrimonio immobiliare e mobiliare all’estero stimabile rispettivamente in circa 2.450.000 e in 500.000 dollari australiani. Ha chiesto pertanto la revoca dell’assegno di mantenimento contestandone i presupposti dato che il suo patrimonio immobiliare, preesistente al matrimonio, non è in grado né di raggiungere il valore di quello della H. né di realizzare una posizione di parità economica. 
3. Si è costituita la H. e ha proposto appello incidentale al fine di ottenere la dichiarazione di addebito della separazione, per avere il P. provocato con una relazione extraconiugale ancora in corso la crisi del matrimonio, nonché l’elevazione dell’ammontare dell’assegno sino a 10.000 Euro mensili in considerazione del reddito accertato in misura ben più cospicua rispetto a quella rappresentata dal P. . 
4. La Corte di appello di Roma ha accolto parzialmente l’appello principale riducendo a Euro 2.500 mensili l’assegno di mantenimento e ha rigettato l’appello incidentale. Ha compensato per un terzo le spese processuali del giudizio di appello ponendo a carico della H. la quota residua mentre ha confermato la integrale compensazione delle spese del giudizio di primo grado. 
5. Ricorre per cassazione H.M.G. affidandosi a cinque motivi di impugnazione. 
6. Si difende con
Fatto e diritto
Rilevato che: 
1. Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 1590/2008, ha dichiarato la separazione personale dei coniugi H.M.G. e P.A. rigettando le domande di addebito della separazione e determinando in Euro 4.800 la somma dovuta dal P. a titolo di assegno di mantenimento da corrispondere alla H. a decorrere dal febbraio 2008 e con rivalutazione annuale dal febbraio 2009. 
2. Ha appellato la sentenza P.A. deducendo che le sue condizioni reddituali erano drasticamente peggiorate a seguito della cessazione delle funzioni di ambasciatore a Bratislava e del suo ritorno definitivo presso il Ministero degli Esteri che aveva determinato una forte contrazione dei suoi emolumenti mensili e la perdita di rilevanti benefici connessi all’incarico svolto all’estero. Ha aggiunto di non poter godere, per l’opposizione della H. , della comune abitazione in Roma e di aver appreso, dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, che la H. è titolare di un patrimonio immobiliare e mobiliare all’estero stimabile rispettivamente in circa 2.450.000 e in 500.000 dollari australiani. Ha chiesto pertanto la revoca dell’assegno di mantenimento contestandone i presupposti dato che il suo patrimonio immobiliare, preesistente al matrimonio, non è in grado né di raggiungere il valore di quello della H. né di realizzare una posizione di parità economica. 
3. Si è costituita la H. e ha proposto appello incidentale al fine di ottenere la dichiarazione di addebito della separazione, per avere il P. provocato con una relazione extraconiugale ancora in corso la crisi del matrimonio, nonché l’elevazione dell’ammontare dell’assegno sino a 10.000 Euro mensili in considerazione del reddito accertato in misura ben più cospicua rispetto a quella rappresentata dal P. . 
4. La Corte di appello di Roma ha accolto parzialmente l’appello principale riducendo a Euro 2.500 mensili l’assegno di mantenimento e ha rigettato l’appello incidentale. Ha compensato per un terzo le spese processuali del giudizio di appello ponendo a carico della H. la quota residua mentre ha confermato la integrale compensazione delle spese del giudizio di primo grado. 
5. Ricorre per cassazione H.M.G. affidandosi a cinque motivi di impugnazione. 
6. Si difende con controricorso P.A. . 
7. Le parti depositano memorie difensive. 
Ritenuto che: 
8. Preliminarmente va rilevato che la pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, operando ex nunc dal momento del passaggio in giudicato, non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione personale che sia iniziato anteriormente e sia tuttora in corso, ove esista l’interesse di una delle parti alla operatività della pronuncia e dei conseguenti provvedimenti patrimoniali (cfr. Cass. civ. sezione I n. 19555 del 26 agosto 2013). Nel caso in esame tale interesse sussiste sino alla data di emissione dei provvedimenti presidenziali temporanei e urgenti nel giudizio di divorzio, introdotto con ricorso del 7 luglio 2009,dato che tali provvedimenti, una volta emessi, non possono essere modificati con una decisione assunta in sede di giudizio di separazione (cfr. Cass. civ. sezione VI-1, ordinanza n. 17825 del 22 luglio 2013); peraltro i provvedimenti presidenziali hanno riprodotto le condizioni economiche fissate in sede di separazione. 
9. Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione dell’art. 342 c.p.c. e la omissione, insufficienza e contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio. La ricorrente ritiene che la Corte distrettuale avrebbe dovuto ritenere inammissibile l’appello perché non basato su una critica adeguata e specifica della decisione impugnata. 
10. Il motivo è infondato. La Corte di appello ha già ampiamente risposto all’eccezione di inammissibilità dell’appello fondata sulle stesse argomentazioni con una motivazione che chiarisce analiticamente quale sia stato il contrasto portato dall’appellante alla motivazione di primo grado, sul quale si è basata la richiesta di esclusione del suo obbligo di contribuzione al mantenimento, e cioè la non adeguata valutazione delle condizioni economiche delle parti risultanti già dalle prove acquisite in primo grado e altresì da ulteriori prove non acquisibili in primo grado perché non disponibili e da circostanze sopravvenute. 
11. Con il secondo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 143, 144, 145, 151 c.c. e 115 c.p.c. e omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio. La ricorrente contesta la mancata dichiarazione di addebito della separazione sia con riferimento alla scrittura privata sottoscritta l’11 febbraio 2002 dai due coniugi e nella quale si dava atto della relazione extra-coniugale di cui era protagonista il P. , sia con riferimento al successivo comportamento consistito nella prosecuzione di tale relazione anche dopo l’inizio del giudizio di separazione e nell’abbandono del domicilio coniugale nel luglio 2002. 
12. Il motivo è inammissibile perché ripropone censure attinenti al merito della decisione in presenza di una motivazione esauriente e priva di vizi logici con la quale la Corte di appello ha ritenuto che la relazione extraconiugale del P. non può essere considerata la causa della crisi coniugale dato che i coniugi erano disposti a proseguire la convivenza e a non chiedere la separazione nonostante fosse ben nota tale relazione, come risulta dalla scrittura privata del febbraio 2002 mentre il successivo allontanamento del P. è stato interpretato dalla Corte distrettuale come la presa d’atto della intollerabilità della convivenza che con la scrittura del mese di febbraio era stata concepita come mera conservazione formale dello status coniugale. Tale valutazione della Corte di appello appare ispirata al rispetto del principio più volte sancito dalla giurisprudenza secondo cui la violazione dei doveri coniugali non è sufficiente a fondare la pronuncia di addebito della separazione se non vi è altresì la prova che tale violazione abbia avuto una specifica efficienza causale nella determinazione della crisi coniugale e della intollerabilità della convivenza (Cass. civ. sez. I, n. 2059 del 14 febbraio 2012) e, relativamente a tale prova, la Corte di appello ha. ritenuto rilevante il contenuto della scrittura da cui ha dedotto un consolidato regime di formale convivenza. 
13. Con il terzo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1321 e 1362 c.c. e omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio. nonché travisamento dei fatti che si traduce in vizio di motivazione ex art. 360 n. 5 c.p.c.. La ricorrente ritiene che la Corte di appello ha male interpretato la scrittura privata più volte citata ritenendo che con essa le parti avessero unicamente manifestato la volontà di “mettere una pietra sopra la relazione extraconiugale”, laddove invece la convenzione si collocava in una posizione di autonomia in quanto non era collegata al regime della separazione e l’intento comune delle parti era quello di regolare i propri rapporti economici senza rivolgersi al giudice. 
14. Il motivo appare inammissibile in quanto non indica le specifiche violazioni dei canoni ermeneutici che imputa alla motivazione e, per altro verso, non coglie la ratio decidendi della decisione impugnata che è stata proprio quella di interpretare la scrittura nel senso che le parti, nel tentativo di conservare il vincolo matrimoniale, vollero regolare i loro rapporti economici non in vista della separazione ma nella prospettiva di una prosecuzione del matrimonio. 
Interpretazione da cui discende l’irrilevanza di tali accordi a seguito della constatazione della non proseguibilità della convivenza e della decisione di intraprendere la separazione. 
15. Con il quarto motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 156 c.c., 115 c.p.c. e 2697 c.c. e omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio. La ricorrente lamenta che la Corte di appello non ha compiuto, ai fini dell’accertamento del suo diritto all’assegno di mantenimento, la ricostruzione concreta delle situazioni patrimoniali di entrambi i coniugi, del tenore di vita familiare durante il matrimonio, dei redditi dei coniugi e della idoneità del reddito della H. ad assicurarle il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. 
16. Il motivo è infondato. La Corte di appello compie nella sua motivazione una ricostruzione del reddito del P. , sino al suo pensionamento avvenuto nell’ottobre 2009, epoca da cui il controricorrente percepisce un reddito di 6.000 Euro mensili, e del reddito medio settimanale della H. di 450 dollari australiani, a fronte di una dichiarazione della stessa H. alla Family Court of Australia da cui risulta tale reddito da investimenti e una consistenza patrimoniale di 2.968.856 dollari australiani. La Corte da inoltre atto della impossibilità per la H. di percepire redditi da lavoro, in considerazione dell’età e della mancanza di una potenzialità lavorativa derivante dalla sua vita pregressa, e da atto, infine, della disponibilità da parte della H. della casa coniugale in XXXX, mentre il P. non dispone di un alloggio di proprietà ed è costretto a prenderlo in locazione. Sulla base di tutti questi elementi e del raffronto con quelli già accertati in primo grado, la Corte di appello è pervenuta a una rideterminazione dell’assegno in 2.500 Euro a partire dall’ottobre 2009 in considerazione della forte diminuzione del reddito da lavoro subita dal P. . 
2 7. Con il quinto motivo di ricorso si deduce ulteriore violazione e falsa applicazione degli artt. 143 e 146 c.c., e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo e controverso del giudizio. La ricorrente contesta l’affermazione della Corte di appello secondo cui l’allontanamento dalla residenza familiare da parte del P. non sia qualificabile come violazione di uno specifico dovere derivante dal matrimonio determinante l’impossibilità della prosecuzione della convivenza. 
18. Il motivo è infondato,. La Corte di appello ha ricostruito, come si è detto in precedenza, il protrarsi, dopo la scrittura del febbraio 2002, della convivenza come un tentativo di mantenere in vita un vincolo ormai di natura formale e ha descritto l’abbandono del domicilio familiare da parte del P. come la presa d’atto dell’insuccesso di tale tentativo addebitando pertanto la crisi coniugale a fattori preesistenti che avevano determinato da tempo la fine dell’affectio conlugalls. 
19. Il ricorso va pertanto respinto con condanna della ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi 3.200 Euro di cui 200 Euro per spese. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003
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