SEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO?

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SEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile

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L’art 156 del Codice Civile (Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi), al comma 1, viene stabilito che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”.

Ebbene si la separazione ha forti conseguenze sul regime patrimoniale della famiglia in quanto determina la cessazione del vincolo coniugale.

Assegno di mantenimento e assegno divorzile: confronto

L’assegno di mantenimento svolge la propria funzione nella separazione legale dei coniugi: il giudice, nel pronunciare la separazione, impone al coniuge che disponga di una migliore condizione economica  di contribuire al mantenimento dell’altro, se privo di adeguati redditi propriSEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile

Dunque, l’assegno di mantenimento a seguito di separazione è disciplinato dall’art. 156 CC, il quale recita testualmente che “il Giudice pronunziando la separazione stabilisce a carico del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia redditi propri”.

 

l’assegno divorzile, il cui fondamento si ravvisa, infatti, nella rottura definitiva del rapporto coniugale e, dunque, nel venir meno di tutti gli effetti propri del vincolo matrimoniale. Anche l’assegno divorzile ha una finalità assistenziale/solidaristica serve cioè a impedire il deterioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole.

Matrimonio – Separazione – Assegno di mantenimento – Decorrenza – Dalla data della domanda – Ammissibilità – Modulazione della misura dell’assegno nel tempo – Possibilità. (Cc, articoli 155 e 156) 
In tema di separazione personale dei coniugi la circostanza che la spettanza degli assegni di cui agli articoli 155 e 156 del Cc decorra fin dalla domanda non esclude il potere del giudice del merito di graduare e differenziare nel tempo la entità dell’assegno di contributo al mantenimento del coniuge e dei figli, modulandola in funzione del complesso dei dati concretamente accertati. Ne segue, pertanto, che la naturale retroattività delle statuizioni assunte in proposito in sede di giudizio di separazione non vuole anche dire necessaria uniformità degli importi fissati in relazione alle varie fasi temporali. 
Cass. Sezione I, sentenza 17 dicembre 2004 n. 23570 ()

Divorzio – Successivo a separazione – Assegno di divorzio – Comportamento di uno dei coniugi – Anteriormente alla separazione – Irrilevanza. (Legge 1° dicembre 1970 n. 898, articoli 3 e 5) 
Il comportamento dei coniugi, anteriore alla separazione, resta superato e assorbito dalla valutazione effettuata al riguardo dal giudice della separazione. Ne deriva, pertanto, che ove questa sia stata pronunciata senza addebito (e con il riconoscimento del diritto a percepire un assegno di mantenimento in favore di uno dei coniugi) nell’accertamento delle ragioni della decisione, ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio può tenersi conto solo del comportamento della parte beneficiaria dell’assegna successivo alla separazione, quando esso si sia rilevato tale da precludere la ricostituzione della comunione spirituale e materiale dei coniugi. 
Cass. Sezione I, sentenza 1° febbraio 2005 n. 1989 (in Giuda al Diritto, Edizione n. 12 del 26 marzo 2005, pagina 52)

 

norma dell’art. 156 cod. civ., il diritto al mantenimento a seguito di separazione personale sorge, in favore del coniuge al quale questa non sia addebitabile, ove egli non fruisca di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante il matrimonio. Nel valutare tale presupposto, tuttavia, il giudice dovrà tenere conto di ogni tipo di reddito disponibile da parte del richiedente, ivi compresi quelli derivanti da elargizioni da parte di familiari che erano in corso durante il matrimonio e che si protraggano in regime di separazione con carattere di regolarità e continuità tali da influire in maniera stabile e certa sul tenore di vita dell’interessato.

Cassazione civile sez. VI  10 giugno 2014 n. 13026  

L’art. 5 della legge n. 898/70 prevede che il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riconosca l’assegno divorzile al coniuge che lo richiede quando quest’ultimo non disponga di mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni obiettive, tenendo conto delle condizioni reddituali di entrambi i coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e patrimoniale, e valutando questi elementi in rapporto alla durata del matrimonio.

In assenza di tale presupposto, la casa in comproprietà non può essere assegnata dal Giudice in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento (di separazione o di divorzio) e resta soggetta alle norme sulla comunione, in ordine all’uso ed alla eventuale divisione (cfr ax multis Cass. 9079/2011; Cass. 6979/2007; Cass. 16398/2007; Cass. 3934/2008; Cass. 387/2012; Cass. 18440/2013; Cass. 12346/2014).

 

  • all’art. 708 cpc che il presidente “anche d’ufficio, sentiti i coniugi ed i rispettivi difensori, dà con ordinanza i provvedimenti temporanei e

urgenti che reputa opportuni nell’interesse della prole e dei coniugi”

  • − all’art. 155-sexies c.c. che: “prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 155, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla

tutela dell’interesse morale e materiale dei figli

 

Art. 156 c.c. Art. 8 L. divorzio
Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.1. Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.2. L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.3. Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.4. Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.5. La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.6. In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa 1. Il tribunale che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può imporre all’obbligato di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6.2. La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’art. 2818 del codice civile.3. Il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, dopo la costituzione in mora a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento del coniuge obbligato e inadempiente per un periodo di almeno trenta giorni, può notificare il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno ai terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato con l’invito a versargli direttamente le somme dovute, dandone comunicazione al coniuge inadempiente.4. Ove il terzo cui sia stato notificato il provvedimento non adempia, il coniuge creditore ha azione diretta esecutiva nei suoi confronti per il pagamento delle somme dovutegli quale assegno di mantenimento ai sensi degli articoli 5 e 6.5. Qualora il credito del coniuge obbligato nei confronti dei suddetti terzi sia stato già pignorato al momento della notificazione, all’assegnazione e alla ripartizione delle somme fra il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, il creditore procedente e i creditori intervenuti nell’esecuzione, provvede il giudice dell’esecuzione.6. Lo Stato e gli altri enti indicati nell’art. 1 del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180, nonché gli altri enti datori di lavoro cui sia stato notificato il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno e l’invito a pagare direttamente al coniuge cui spetta la corresponsione periodica, non possono versare a
venga versata direttamente agli aventi diritto.7. Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti. quest’ultimo oltre la metà delle somme dovute al coniuge obbligato, comprensive anche degli assegni e degli emolumenti accessori.7. Per assicurare che siano soddisfatte o conservate le ragioni del creditore in ordine all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato a somministrare l’assegno. Le somme spettanti al coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno di cui al precedente comma sono soggette a sequestro e pignoramento fino alla concorrenza della metà per il soddisfacimento dell’assegno periodico di cui agli articoli 5 e 6.
Somma sequestrabile: nessun limite Somma sequestrabile: fino alla metà
Ordinanza-ingiunzione di pagamento Azione diretta esecutiva verso il terzo, a seguito della messa in mora stragiudiz.

Articolo 155. Il giudice che pronunzia la separazione dichiara a quale dei coniugi i figli sono affidati e adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa.

In particolare il giudice stabilisce la misura e il modo con cui l’altro coniuge deve contribuire al mantenimento, all’istruzione e all’educazione dei figli, nonché le modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con essi.

Il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi. Il coniuge cui i figli non siano affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.

L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli.

Il giudice dà inoltre disposizioni circa l’amministrazione dei beni dei figli e, nell’ipotesi che l’esercizio della potestà sia affidato ad entrambi i genitori, il concorso degli stessi al godimento dell’usufrutto legale.

In ogni caso il giudice può per gravi motivi ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona o, nella impossibilità, in un istituto di educazione (Cod. Proc. Civ. 710).

Nell’emanare i provvedimenti relativi all’affidamento dei figli e al contributo al loro mantenimento, il giudice deve tener conto dell’accordo fra le parti: i provvedimenti possono essere diversi rispetto alle domande delle parti o al loro accordo, ed emessi dopo l’assunzione di mezzi prova dedotti dalle parti o disposti d’ufficio dal giudice.

I coniugi hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potestà su di essi e le disposizioni relative alla misura e alle modalità del contributo.

Separazione personale dei coniugi – Determinazione dell’assegno di mantenimento – Contestazioni – Ricorso da parte del giudice alla polizia tributaria – Ammissibilità. (Legge 898/1970, articolo 5) 
L’articolo 5, comma 9, della legge 898/1970, nel testo novellato dall’articolo 10 della legge 74/1987, il quale, in tema di riconoscimento e determinazione dell’assegno divorzile, stabilisce che “in caso di contestazioni, il tribunale dispone indagini sui redditi e patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria”, deve ritenersi applicabile in via analogica, stante l’identità di ratio, anche in materia di separazione di coniugi, con riguardo all’assegno di mantenimento. L’esercizio di detto potere, che costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, e non può essere considerato anche come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche. Esiste, tuttavia, un limite a tale discrezionalità, da rinvenire nella circostanza che il giudice, potendosi avvalere di detto potere, non può rigettare le istanze delle parti relative al riconoscimento e alla determinazione dell’assegno sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano, facendo capo in tal caso allo stesso l’obbligo di disporre accertamenti di ufficio.
Cass. Sezione I, sentenza 17 maggio 2005 n. 10344 (in Giuda al Diritto, Edizione n. 25 del 25 giugno, pagina 42)

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In caso di tradimento, non basta assegnare l’addebito al coniuge fedifrago, che dovrà anche rifondere i danni all’altro perchè «il desiderio di libertà e felicità» cercato all’esterno «comporta la disgregazione della famiglia» passibile di danni.

La cassazione dice che non basta l’addebito in caso di corna ma deve essere riconosciuto un quid pluris cioè un risarcimento per il tradimento.

atortaSCRITTA

Lo ha stabilito la Cassazione (sentenza 8862/12) accogliendo il ricorso di una moglie tradita.

COSA E’ IL DANNO DA CORNA E PERCHE’ VIENE SANZIONATO?

 

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Il danno da corna provoca una frattura nella coppia,se il coniuge viene tradito .

 

In questo modo, la Prima sezione civile – sentenza 8862 – ha accolto il ricorso di una moglie tradita di Macerata, che chiedeva appunto i ‘danni da tradimento’.

Era accaduto che la Corte d’appello di Ancona, il 16 aprile 2010, addebitasse la colpa del fallimento nuziale al marito, disponendo l’affidamento congiunto delle figlie minorenni con collocamento dalla madre, escludendo il risarcimento dei danni da tradimento. Il ragionamento seguito dai giudici di merito muoveva dal presupposto che la condotta dell’uomo “non sarebbe antigiuridica” e che la domanda di risarcimento del danno “contrasterebbe con il diritto del coniuge di perseguire le proprie scelte personali, soprattutto in conseguenza della legge che ha eliminato il carattere illecito dell’adulterio”. Un ragionamento che la Cassazione non ha condiviso, facendo notare che dire che il tradimento è già sanzionato con l’addebito della separazione “non tiene conto dell’evoluzione giurisprudenziale di questi anni”

La Corte d’appello di Ancona addebita la colpa del fallimento nuziale al marito, disponendo l’affidamento congiunto delle figlie minorenni con collocamento dalla madre, escludendo il risarcimento dei danni da tradimento.

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A fronte dell’adulterio, il richiedente l’addebito ha assolto all’onere della prova su di lui gravante, non essendo egli onerato anche della dimostrazione dell’efficienza causale dal medesimo svolta; spetta, di conseguenza, all’altro coniuge di provare, per evitare l’addebito, il fatto estintivo e cioè che l’adulterio sopravvenne in un contesto familiare già disgregato, al punto che la convivenza era mero simulacro; ne deriva parimenti che, una volta accertato l’adulterio, la sentenza che su tale premessa fonda la pronuncia di addebito è sufficientemente motivata (così ancora la citata Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059).

Dall’altro lato, l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà non è stata positivamente accertata dalla corte del merito, la quale, dopo attento esame di tutti gli elementi della fattispecie emersi nel corso del giudizio, ha infine escluso che nel caso concreto i fatti dalla responsabile allegati (litigi e l’abitudine di dormire in camere separate) fossero indizi concludenti ed inequivoci della pregressa situazione di intollerabilità della convivenza e della natura di mero simulacro ed apparenza della medesima, posto che comunque essi non impedirono la prosecuzione anche dei rapporti fra di loro.

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 23 maggio 2014, n. 11516

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FORTE Fabrizio – Presidente –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 27217/2012 proposto da:

M.A. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA, LUNGOTEVERE FLAMINIO 28, presso l’avvocato IOANNUCCI MATTIA, rappresentata e difesa dall’avvocato MARTINI Marisa, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

V.A., elettivamente domiciliato in ROMA, Via CRESCENZIO 20, presso l’avvocato LABELLA VALERIA, rappresentato e difeso dall’avvocato SCACCHETTI Maria Grazia, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1166/2012 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 23/08/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/04/2014 dal Consigliere Dott. LOREDANA NAZZICONE;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato SANDRA AROMOLO, con delega, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per il controricorrente, l’Avvocato MARIA GRAZIA SCACCHETTI che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilità, o in subordine rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Con sentenza del 23 agosto 2012, la Corte d’appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Modena, ha dichiarato l’addebito della separazione ad M.A., escludendone il diritto all’assegno di mantenimento e dichiarando inammissibile la domanda di alimenti proposta dalla medesima, per il resto confermando la sentenza di primo grado.

La corte territoriale ha ritenuto, per quanto ancora rileva, che l’addebito della separazione derivasse dalla prova documentale della violazione del dovere di fedeltà, acquisita mediante la relazione investigativa ed i tabulati telefonici depositati in atti, i quali palesavano la relazione della moglie in epoca anteriore alla sua domanda di separazione; nè questa aveva provato l’anteriorità della crisi coniugale, posto che i generici litigi fra i coniugi, dalla stessa dedotti, rappresentano accadimenti fisiologici nella vita di coppia inidonei da soli a configurare l’intollerabilità della convivenza, mentre la circostanza dell’uso di camere separate non appariva giustificata dalla dedotta ragione della esistenza di una convivenza solo formale.

Ha aggiunto che, all’udienza di precisazione delle conclusioni in primo grado del 10 novembre 2011, la M. non aveva ripetuto la domanda di addebito della separazione al marito, nè le istanze istruttorie, da ritenersi quindi implicitamente rinunciate, anche tenuto conto della concorde rinuncia operata al deposito delle comparse conclusionali.

Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione M. A., affidato a sette motivi. Resiste V.A. con controricorso, nel quale deduce la nullità della procura per il giudizio, per la sua numerazione non consecutiva rispetto alla pagina precedente e successiva. La parte ricorrente ha, altresì, depositato la memoria di cui all’art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione

1. – Con il primo motivo, la ricorrente deduce la violazione ed errata applicazione degli art. 189, 345 e 356 c.p.c., ed il vizio di motivazione, per non avere la corte d’appello ammesso i mezzi istruttori circa l’addebito della crisi al marito, in quanto rinunciati per il mancato richiamo di essi nelle conclusioni formulate.

Con il secondo motivo, deduce la violazione ed errata applicazione dell’art. 143 c.c., comma 2, art. 151 c.c., comma 2 e art. 2697 c.c., nonchè il vizio di motivazione, per avere la sentenza impugnata addebitato la separazione alla moglie, violando il principio secondo cui la pronuncia di addebito non può fondarsi solo sulla violazione dei doveri coniugali, dovendosi invece accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, e censurando la decisione stessa per avere ritenuto provato tale nesso.

Con il terzo motivo, lamenta la violazione ed errata applicazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c., ed il vizio di motivazione, per avere la corte d’appello ritenuto provata la violazione del dovere di fedeltà sulla base della relazione investigativa e dei tabulati telefonici, documenti tuttavia tempestivamente contestati ed inidonei a provare la circostanza.

Con il quarto motivo, deduce la violazione dell’art. 146 c.c., comma 25, art. 151 c.c., comma 2, art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., oltre al vizio di motivazione, per avere ritenuto provato il nesso causale fra il tradimento e l’intollerabilità della convivenza, ritenendo sussistente la pregressa situazione di serenità del rapporto coniugale e la durata adeguatamente lunga dell’infedeltà, fondandosi unicamente sulle affermazioni del V., e non considerando invece altri elementi cagione di quella intollerabilità, quali la frequentazione di locali notturni da parte del marito, il disinteresse sessuale della moglie, la sua depressione.

Con il quinto motivo, deduce ancora la violazione ed errata applicazione dell’art. 146 c.c., comma 2, art. 151 c.c., comma 2, art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., oltre al vizio di motivazione, per non avere la sentenza impugnata ritenuto la crisi coniugale anteriore al presunto tradimento.

Con il sesto motivo, lamenta la violazione degli artt. 115 e 244 c.p.c., art. 2704 c.c. ed il vizio di motivazione, in quanto la relazione investigativa era stata redatta da un terzo su incarico del marito, dunque senza le garanzie del contraddittorio, laddove l’investigatore aveva narrato una serie di fatti giungendo a conclusioni del tutto personali, e quindi non poteva costituire una prova piena, neanche in ordine alle date dei fatti fotografati.

Con il settimo motivo, denunzia il vizio di motivazione, per avere la sentenza impugnata affermato che il primo giudice, senza essere censurato sul punto dall’appellata, avesse comunque ravvisato la prova dell’infedeltà, pur giungendo ad escludere l’addebito.

2. – E’ infondata l’eccezione di difetto di procura in capo al difensore della ricorrente, in quanto essa, come risulta dall’originale dell’atto, è stata spillata al ricorso e reca una collocazione anteriore alla relata di notifica, situazione che rende irrilevante l’errore materiale dell’apposizione su pagina recante il numero “38”, sebbene posta fra il numero “40” ed il numero “41”.

Infatti il requisito della materiale congiunzione tra il foglio separato, con il quale la procura sia stata rilasciata, e l’atto a cui essa accede, non si sostanzia nella necessità di una cucitura meccanica, ma ha riguardo ad un contesto di elementi che consentano, alla stregua del prudente apprezzamento di fatti e circostanze, di conseguire una ragionevole certezza in ordine alla provenienza dalla parte del potere di rappresentanza ed alla riferibilità della procura stessa al giudizio di cui si tratta (cfr. Cass. 12 gennaio 2012, n. 336 e 19 dicembre 2008, n. 29785, fra le molte).

Nel caso di specie il prudente apprezzamento di fatti e circostanze consente di conseguire una ragionevole certezza in ordine alla riferibilità della procura stessa al giudizio di cui si tratta: attesa la materiale congiunzione della procura al ricorso, prima della relazione di notificazione.

ACHI33. – Il primo motivo è infondato.

La corte d’appello ha ritenuto non riproposte, all’udienza di precisazione delle conclusioni in primo grado del 10 novembre 2011, la domanda di addebito della separazione e le istanze istruttorie, dunque implicitamente rinunciate, argomentando anche dalla contestuale concorde rinuncia al deposito delle comparse conclusionali, dimostrazione dell’intento delle parti di tenere ferme le conclusioni già formulate e, in particolare, per la M., la domanda di affido condiviso del figlio, la collocazione del medesimo presso di sè e l’assegno di mantenimento di Euro 1.200,00.

Essendo incontestato il mancato richiamo di quelle domande ed istanze all’udienza, la corte d’appello ha fatto corretta applicazione del principio consolidato, e da cui non vi è ragione di discostarsi, secondo cui “la mancata riproposizione della domanda (o eccezione) nella precisazione delle conclusioni comporta l’abbandono della stessa, assumendo rilievo solo la volontà espressa della parte, in ossequio al principio dispositivo che informa il processo civile, con conseguente irrilevanza della volontà rimasta inespressa” (ad esclusione del caso di pregiudizialità tecnico-giuridica tra le domande, ove solo sussiste la presunzione di persistenza della domanda pregiudiziale non reiterata, salvo che la parte interessata espressamente non vi rinunci e sempre che non sia necessario, per legge, decidere la questione pregiudiziale con efficacia di giudicato: da ultimo, Cass. 5 luglio 2013, n. 16840; Cass. 29 gennaio 2013, n. 2093; quanto alla rilevanza della non riproposizione delle istanze istruttorie, cfr. Cass. 27 giugno 2012, n. 10748).

4. I rimanenti motivi del ricorso, che possono essere trattati congiuntamente in quanto intimamente connessi, mirano a censurare la decisione di addebito della separazione alla moglie (da cui la conseguente esclusione del diritto all’assegno di mantenimento ex art. 156 c.c.).

Essi non possono trovare accoglimento.

La corte d’appello ha ritenuto: a) provata la relazione extraconiugale della M., e b) che tale relazione fu la causa della definitiva rottura del rapporto personale fra i coniugi.

4.1. – Sotto il primo profilo, la ricorrente si duole del fatto che la corte territoriale abbia fondato il proprio convincimento su di una relazione investigativa redatta da persona incaricata dal marito, sulle fotografie in essa contenute e su alcuni tabulati telefonici dal medesimo prodotti.

Quanto all’utilizzo della relazione investigativa redatta da tecnico incaricato da una delle parti del giudizio, la liceità di tale condotta è stata da questa Corte reiteratamente affermata: così, nell’ambito dei rapporti di lavoro, ove è consentito al datore di incaricare un’agenzia investigativa al fine di verificare condotte illecite da parte dei dipendenti (fra le altre, Cass. 22 novembre 2012, n. 20613; Cass. 8 giugno 2011, n. 12489; Cass. 14 febbraio 2011, n. 3590; Cass. 22 dicembre 2009, n. 26991, quest’ultima discorrendo della facoltà del datore di ricorrere ai mezzi necessari ad assicurare la stessa sopravvivenza dell’impresa contro attività fraudolente; Cass. 9 luglio 2008, n. 18821; Cass. 7 giugno 2003 n. 9167).

Nel contesto della materia familiare, parimenti il ricorso all’ausilio di un investigatore privato è ammesso da questa Corte, laddove ne ha soltanto dichiarato la non ripetibilità delle spese (Cass. 12 aprile 2006, n. 8512; Cass. 24 febbraio 1975, n. 683).

Nella specie, la corte d’appello ha ritenuto che la violazione del dovere di fedeltà, comprovata da tali documenti, fosse poi anteriore (estate 2003) alla domanda di separazione (novembre 2003), sulla base delle date risultanti dai tabulati telefonici e dalle fotografie:

dunque, essa ha attribuito rilievo a dati del tutto oggettivi, non alle mere deduzioni dell’investigatore privato incaricato.

Tale accertamento in fatto, essendo adeguatamente motivato, non si presta pertanto ad alcuna censura da parte di questa Corte.

4.2. – Sotto il secondo profilo, la ricorrente si duole altresì del convincimento, raggiunto dalla sentenza impugnata, secondo cui proprio tale adulterio fu la causa efficiente di cessazione della tollerabilità della convivenza.

La corte del merito ha ritenuto l’idoneità causale della relazione extraconiugale della M. ad incidere sul rapporto coniugale, mentre non ha ravvisato la prova dell’anteriorità della crisi del medesimo: ha evidenziato, da un lato, la durata e l’intensità della relazione adulterina e, dall’altro lato, la non concludenza dei dati offerti dalla responsabile circa i precedenti litigi dei coniugi e l’uso di camere separate.

Tali argomentazioni non si prestano a censure, sotto il profilo del vizio di motivazione che solo può dedursi, al riguardo, in questa sede, alla luce del principio secondo cui, in tema di separazione giudiziale dei coniugi, si presume che l’inosservanza del dovere di fedeltà, per la sua gravità, determini l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, giustificando così, di per sè, l’addebito al coniuge responsabile, salvo che questi dimostri che l’adulterio non sia stato la causa della crisi familiare, essendo questa già irrimediabilmente in atto, sicchè la convivenza coniugale era ormai meramente formale (da ultimo, Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059; Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618).

Ciò vuol dire che, a fronte dell’adulterio, il richiedente l’addebito ha assolto all’onere della prova su di lui gravante, non essendo egli onerato anche della dimostrazione dell’efficienza causale dal medesimo svolta; spetta, di conseguenza, all’altro coniuge di provare, per evitare l’addebito, il fatto estintivo e cioè che l’adulterio sopravvenne in un contesto familiare già disgregato, al punto che la convivenza era mero simulacro; ne deriva parimenti che, una volta accertato l’adulterio, la sentenza che su tale premessa fonda la pronuncia di addebito è sufficientemente motivata (così ancora la citata Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059).

Dall’altro lato, l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà non è stata positivamente accertata dalla corte del merito, la quale, dopo attento esame di tutti gli elementi della fattispecie emersi nel corso del giudizio, ha infine escluso che nel caso concreto i fatti dalla responsabile allegati (litigi e l’abitudine di dormire in camere separate) fossero indizi concludenti ed inequivoci della pregressa situazione di intollerabilità della convivenza e della natura di mero simulacro ed apparenza della medesima, posto che comunque essi non impedirono la prosecuzione anche dei rapporti fra di loro.

Nella vicenda in esame, in conclusione, la corte non ha ritenuto provati, con argomentazioni immuni da vizi motivazionali, elementi idonei a retrodatare la situazione di intollerabile crisi a data anteriore all’infedeltà della moglie.

5. – Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come nel dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite, liquidate nella misura di Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese forfetarie ed accessori, come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 23 maggio 2014

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EREDE LESIONE LEGITTIMA QUANDO UNA VENDITA NASCONDE UNA DONAZIONE
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Tanto premesso gli attori chiedevano:
che fosse dichiarata la simulazione assoluta degli atti di vendita su menzionati;
in subordine, accertarsi che il primo di detti contratti tra il de cuius e (OMISSIS) integrava una donazione indiretta ed era pertanto soggetto a collazione ex articolo 737 c.c., con conseguente condanna del convenuto a conferirlo all’eredita’ paterna;
in via ulteriormente subordinata, chiedevano dichiararsi che il secondo contratto, intercorso tra il de cuius e la (OMISSIS) srl, era nullo poiche’ costituiva una donazione priva dei requisiti formali e sostanziali richiesti dalle legge, con conseguente condanna di detta societa’ a restituire gli immobili che erano oggetto dell’eredita’ dello stesso

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Conviene per ragioni di priorita’ logica esaminare anzitutto il secondo motivo di ricorso, con il quale, denunciando violazione dell’articolo 110 c.p.c. e articolo 457 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), si censura la statuizione della sentenza impugnata che ha riconosciuto la legittimazione processuale degli odierni controricorrenti a proporre appello quali eredi di (OMISSIS), ritenendo all’uopo sufficiente la documentazione prodotta dai medesimi, vale a dire la denuncia di successione, l’atto notorio relativo agli eredi legittimi e la pubblicazione del testamento olografo della dante causa degli odierni resistenti.
Il motivo e’ infondato.
La Corte territoriale ha infatti ritenuto l’idoneita’ della documentazione prodotta ai fini della prova della legittimazione processuale degli appellanti odierni resistenti, rilevando la mancanza di specifica contestazione sulla documentazione suddetta, ad eccezione della contestazione sull’autenticita’ della sottoscrizione del testamento olografo di (OMISSIS) che istituiva eredi i figli (OMISSIS) e (OMISSIS).
In relazione al testamento, peraltro, la Corte ha correttamente rilevato l’inidoneita’ della procedura di disconoscimento e verificazione della sottoscrizione della scrittura privata, proposta dagli appellati ed odierno ricorrenti, trattandosi di rimedio che non e’ esperibile in relazione a documenti provenienti da un soggetto terzo; nel caso di specie, ai fini della contestazione della validita’ della sottoscrizione del testamento, quale presupposto della legittimazione processuale degli eredi istituiti, gli odierni ricorrenti avrebbero dovuto invece esperire querela di falso, azione che non e’ stata proposta nel presente giudizio.
Quanto poi a (OMISSIS), non menzionato nel testamento, incontroversa la qualita’ di coniuge della dante causa, giova richiamare il pacifico principio del cumulo tra successione testamentaria e successione legittima.
Cio’ premesso, si osserva che la stessa proposizione della presente controversia, diretta ad accertare la nullita’ di determinati atti di disposizione del de cuius al fine di sottoporre i relativi beni a collazione ex articoli 737 c.c. e ss. implica accettazione tacita dell’eredita’.

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Ed invero, poiche’ l’accettazione tacita dell’eredita’ puo’ desumersi dall’esplicazione di un comportamento tale da presupporre la volonta’ di accettare l’eredita’, essa puo’ legittimamente reputarsi implicita nell’esperimento, da parte del chiamato, di azioni giudiziarie, che essendo intese alla rivendica o alla difesa della proprieta’ o ai danni per la mancata disponibilita’ di beni ereditari – non rientrino negli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari consentiti dall’articolo 460 c.c., ma travalichino il semplice mantenimento dello stato di fatto quale esistente al momento dell’apertura della successione, e che, quindi, il chiamato non avrebbe diritto di proporre se non presupponendo di voler far propri i diritti successori (Cass. 10060/2018; 13738/2005).
Vanno a questo punto esaminati il primo, quinto e sesto motivo di ricorso, i quali investono la medesima questione circa i limiti della prova della simulazione assoluta.
Il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 1414, 1417 e 2722 c.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), censurando la statuizione della sentenza impugnata che ha affermato che la qualita’ di terzo ai fini della simulazione e’ propria non soltanto di chi agisce in riduzione ex articolo 553 c.c., ma anche dell’erede che agisce in collazione.
Il quinto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 1417, 2724, 2727 e 2729 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), censurando la statuizione della sentenza che ha affermato la possibilita’ per i resistenti di provare la simulazione assoluta del contratto con ogni mezzo, adoperando la prova per testi e quella per presunzioni.
Secondo la prospettazione dei ricorrenti, la Corte ha fondato la prova della simulazione dei due contratti essenzialmente in forza di presunzioni, in assenza dei requisiti stabiliti dalla legge.
Il sesto motivo di ricorso denuncia violazione degli articoli 2727 e 2729 c.c., deducendo la assoluta inidoneita’ degli elementi indiziari indicati dalla Corte territoriale a provare la simulazione, in quanto del tutto privi di significativita’, irrilevanti, non univoci ed arbitrari.
I motivi che precedono, in buona sostanza, censurano la statuizione della Corte territoriale, che, ribaltando la valutazione del primo giudice, ha ritenuto ammissibile, nel caso di specie, la prova testimoniale e quella presuntiva in relazione alla prova della simulazione assoluta dei due rogiti stipulati dal de cuius (OMISSIS), rispettivamente, il 27.3.1996 ed il 5.4.1996, aventi ad oggetto il trasferimento di diversi cespiti immobiliari, il primo a (OMISSIS), e quello successivo alla (OMISSIS) srl;
si censura inoltre la valutazione della Corte territoriale che ha ritenuto raggiunta la prova in via presuntiva della simulazione assoluta sulla base di elementi privi di gravita’, precisione e concordanza, in contrasto con la disposizione dell’articolo 2729 c.c.
Orbene quanto alla valutazione di ammissibilita’ della prova presuntiva, la statuizione della Corte territoriale e’ fondata su due autonome rationes decidendi:
la principale, secondo cui la contestazione dell’ammissibilita’ della prova testimoniale e presuntiva della simulazione assoluta era stata sollevata tardivamente, in quanto era stata fatta valere solo nella comparsa conclusionale del giudizio di primo grado (dalla sola difesa di (OMISSIS)), nonostante l’esplicito riferimento ai dati presuntivi contenuto nell’atto introduttivo del giudizio;
da cio’, in accoglimento dell’impugnazione, la nullita’ della statuizione del primo giudice che aveva escluso l’ammissibilita’ del ricorso alla prova presuntiva in assenza di rituale eccezione della controparte, e la possibilita’ per la Corte di riesaminare la rilevanza probatoria degli indizi, che non era stata effettuata dal primo giudice.
l’altra ratio decidendi, esposta “solo per completezza espositiva”, secondo cui i limiti di prova di cui agli articoli 1417 e 2722 c.c. non sussisterebbero nei confronti dell’erede che agisce in collazione; secondo la corte territoriale anche nel caso di azione ex articolo 737 c.c. l’erede sarebbe in posizione di terzieta’ rispetto al de cuius e potrebbe dunque far valere senza limiti la prova testimoniale e quella per presunzioni.
Orbene la principale ratio decidendi, secondo cui l’eccezione di inammissibilita’ della prova per presunzioni sarebbe stata sollevata tardivamente, non risulta attinta dai ricorrenti, i quali, nel sesto motivo, premessa una dettagliata contestazione degli elementi considerati dal giudice di merito quali elementi presuntivi della simulazione assoluta delle vendite, nella parte finale del motivo (pag. 36 del ricorso) affermano che le conclusioni precedenti, relative alla contestazioni sulla sussistenza dei requisiti di cui agli articoli 2727 e 2729 c.c., “rendono ormai irrilevante la questione circa l’eventuale tardivita’ dell’opposizione per l’uso delle presunzioni (sostenuta ex adverso e negata dagli appellati: cfr comparsa conclusionale pagg.46-48) e non superata a parere degli attuali ricorrenti dalla Corte in sentenza con una motivazione che non appare esauriente e convincente in quanto tautologica

 

 

 

 

CASSAZIONE CIVILE, SENTENZA 11 MARZO 2019, N. 6907

Cassazione civile, sentenza 11 marzo 2019, n. 6907
(…omissis…)
RITENUTO IN FATTO
Con citazione notificata il 7.9.2000 (OMISSIS) e (OMISSIS) convenivano in giudizio (OMISSIS) nonche’ la (OMISSIS) srl, esponendo:
di essere eredi, unitamente al fratello (OMISSIS), del padre (OMISSIS), deceduto in (OMISSIS) senza lasciare testamento;
il de cuius aveva costituito un rilevante patrimonio, comprendente alcuni beni immobili di rilevante valore economico e cospicui depositi bancari, di cui era rimasto titolare esclusivo fino alla fine del 1995-inizio 1996, epoca in cui aveva ceduto gli immobili ed estinto depositi e conto correnti bancari;
in particolare, quanto agli immobili, il de cuius aveva venduto al figlio (OMISSIS), con atto per notar (OMISSIS), in data 27.3.1996, un fondo commerciale per un corrispettivo di Lire 594.000.000 a fronte di un valore reale di Lire 1.300.000.000 ed il 5.4.1996 aveva alienato alla (OMISSIS) srl, di cui erano soci (OMISSIS) ed (OMISSIS), rispettivamente moglie e figlio di (OMISSIS), i seguenti beni:
un appartamento, di cui il venditore si era riservato il diritto di usufrutto; un magazzino; uno studio professionale; un appartamento con soffitta e piccola unita’ immobiliare, anch’essi ad un prezzo di gran lunga inferiore a quello di mercato.
Tanto premesso gli attori chiedevano:
che fosse dichiarata la simulazione assoluta degli atti di vendita su menzionati;
in subordine, accertarsi che il primo di detti contratti tra il de cuius e (OMISSIS) integrava una donazione indiretta ed era pertanto soggetto a collazione ex articolo 737 c.c., con conseguente condanna del convenuto a conferirlo all’eredita’ paterna;
in via ulteriormente subordinata, chiedevano dichiararsi che il secondo contratto, intercorso tra il de cuius e la (OMISSIS) srl, era nullo poiche’ costituiva una donazione priva dei requisiti formali e sostanziali richiesti dalle legge, con conseguente condanna di detta societa’ a restituire gli immobili che erano oggetto dell’eredita’ dello stesso (OMISSIS);
– condannarsi (OMISSIS), previo rendiconto, a restituire tutte le somme provenienti da depositi o conti correnti intestati al padre (OMISSIS) incassate ed indebitamente trattenute dal medesimo, oltre ad interessi;
– dichiarare, una volta ricostituito l’asse ereditario del de cuius, che esso spettava in tre parti eguali ai suoi tre figli e per l’effetto procedere allo scioglimento della comunione ereditaria.
I convenuti, costituitisi, resistevano, opponendosi alle istanze istruttorie degli attori e concludevano per il rigetto delle domande. Il Tribunale di Lucca, ritenute le prove richieste inammissibili ed irrilevanti, rigettava le domande.
Avverso detta sentenza proponevano impugnazione (OMISSIS) unitamente ad (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), quali eredi di (OMISSIS) deceduta nel corso del giudizio.
La Corte d’Appello di Firenze, disattesa l’eccezione pregiudiziale di carenza di legittimazione processuale di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) dei quali riteneva provata la qualita’ di eredi di (OMISSIS), ed ammessa ed espletata la prova ex articolo 210 c.p.c., in revoca della sentenza di primo grado dichiarava la nullita’ per simulazione assoluta degli atti impugnati, vale a dire la compravendita del 27/3/1996 tra (OMISSIS) (de cuius) e (OMISSIS) ed il rogito stipulato il 5/4/1996 tra (OMISSIS) e (OMISSIS) srl.
La Corte territoriale, in particolare, dichiarava la tardivita’ della contestazione sui limiti di prova di cui agli articoli 1417, 2722 e 2721 c.c., sollevata dalla controparte soltanto nella comparsa conclusionale del giudizio di primo grado, affermando inoltre che in relazione ai suddetti limiti della prova della simulazione deve riconoscersi la qualita’ di “terzo” anche all’erede che agisce in collazione.
Cio’ posto, la Corte riteneva provata la simulazione assoluta degli atti di compravendita oggetto di impugnazione e, conseguentemente, ne dichiarava la nullita’, con inserimento dei beni che ne costituivano oggetto nella massa attiva ereditaria; rigettava la domanda di restituzione dei titoli e del denaro, per mancanza di idonei riscontri documentali.
Quanto alla domanda di divisione, affermava che la relativa procedura doveva svolgersi mediante rimessione degli atti innanzi al giudice di primo grado, stante la necessita’ di salvaguardare il doppio grado di giudizio su ogni questione che dovesse insorgere nel procedimento divisionale.
Per la cassazione di detta sentenza hanno proposto ricorso, con otto motivi, (OMISSIS) e la (OMISSIS) srl.
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), questi ultimi in qualita’ di eredi di (OMISSIS), hanno resistito con controricorso. In prossimita’ dell’odierna udienza entrambe le parti hanno depositato memoria ex articolo 378 c.p.c..
CONSIDERATO IN DIRITTO
Conviene per ragioni di priorita’ logica esaminare anzitutto il secondo motivo di ricorso, con il quale, denunciando violazione dell’articolo 110 c.p.c. e articolo 457 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), si censura la statuizione della sentenza impugnata che ha riconosciuto la legittimazione processuale degli odierni controricorrenti a proporre appello quali eredi di (OMISSIS), ritenendo all’uopo sufficiente la documentazione prodotta dai medesimi, vale a dire la denuncia di successione, l’atto notorio relativo agli eredi legittimi e la pubblicazione del testamento olografo della dante causa degli odierni resistenti.
Il motivo e’ infondato.
La Corte territoriale ha infatti ritenuto l’idoneita’ della documentazione prodotta ai fini della prova della legittimazione processuale degli appellanti odierni resistenti, rilevando la mancanza di specifica contestazione sulla documentazione suddetta, ad eccezione della contestazione sull’autenticita’ della sottoscrizione del testamento olografo di (OMISSIS) che istituiva eredi i figli (OMISSIS) e (OMISSIS).
In relazione al testamento, peraltro, la Corte ha correttamente rilevato l’inidoneita’ della procedura di disconoscimento e verificazione della sottoscrizione della scrittura privata, proposta dagli appellati ed odierno ricorrenti, trattandosi di rimedio che non e’ esperibile in relazione a documenti provenienti da un soggetto terzo; nel caso di specie, ai fini della contestazione della validita’ della sottoscrizione del testamento, quale presupposto della legittimazione processuale degli eredi istituiti, gli odierni ricorrenti avrebbero dovuto invece esperire querela di falso, azione che non e’ stata proposta nel presente giudizio.
Quanto poi a (OMISSIS), non menzionato nel testamento, incontroversa la qualita’ di coniuge della dante causa, giova richiamare il pacifico principio del cumulo tra successione testamentaria e successione legittima.
Cio’ premesso, si osserva che la stessa proposizione della presente controversia, diretta ad accertare la nullita’ di determinati atti di disposizione del de cuius al fine di sottoporre i relativi beni a collazione ex articoli 737 c.c. e ss. implica accettazione tacita dell’eredita’.
Ed invero, poiche’ l’accettazione tacita dell’eredita’ puo’ desumersi dall’esplicazione di un comportamento tale da presupporre la volonta’ di accettare l’eredita’, essa puo’ legittimamente reputarsi implicita nell’esperimento, da parte del chiamato, di azioni giudiziarie, che essendo intese alla rivendica o alla difesa della proprieta’ o ai danni per la mancata disponibilita’ di beni ereditari – non rientrino negli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari consentiti dall’articolo 460 c.c., ma travalichino il semplice mantenimento dello stato di fatto quale esistente al momento dell’apertura della successione, e che, quindi, il chiamato non avrebbe diritto di proporre se non presupponendo di voler far propri i diritti successori (Cass. 10060/2018; 13738/2005).
Vanno a questo punto esaminati il primo, quinto e sesto motivo di ricorso, i quali investono la medesima questione circa i limiti della prova della simulazione assoluta.
Il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 1414, 1417 e 2722 c.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), censurando la statuizione della sentenza impugnata che ha affermato che la qualita’ di terzo ai fini della simulazione e’ propria non soltanto di chi agisce in riduzione ex articolo 553 c.c., ma anche dell’erede che agisce in collazione.
Il quinto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 1417, 2724, 2727 e 2729 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), censurando la statuizione della sentenza che ha affermato la possibilita’ per i resistenti di provare la simulazione assoluta del contratto con ogni mezzo, adoperando la prova per testi e quella per presunzioni.
Secondo la prospettazione dei ricorrenti, la Corte ha fondato la prova della simulazione dei due contratti essenzialmente in forza di presunzioni, in assenza dei requisiti stabiliti dalla legge.
Il sesto motivo di ricorso denuncia violazione degli articoli 2727 e 2729 c.c., deducendo la assoluta inidoneita’ degli elementi indiziari indicati dalla Corte territoriale a provare la simulazione, in quanto del tutto privi di significativita’, irrilevanti, non univoci ed arbitrari.
I motivi che precedono, in buona sostanza, censurano la statuizione della Corte territoriale, che, ribaltando la valutazione del primo giudice, ha ritenuto ammissibile, nel caso di specie, la prova testimoniale e quella presuntiva in relazione alla prova della simulazione assoluta dei due rogiti stipulati dal de cuius (OMISSIS), rispettivamente, il 27.3.1996 ed il 5.4.1996, aventi ad oggetto il trasferimento di diversi cespiti immobiliari, il primo a (OMISSIS), e quello successivo alla (OMISSIS) srl;
si censura inoltre la valutazione della Corte territoriale che ha ritenuto raggiunta la prova in via presuntiva della simulazione assoluta sulla base di elementi privi di gravita’, precisione e concordanza, in contrasto con la disposizione dell’articolo 2729 c.c.
Orbene quanto alla valutazione di ammissibilita’ della prova presuntiva, la statuizione della Corte territoriale e’ fondata su due autonome rationes decidendi:
la principale, secondo cui la contestazione dell’ammissibilita’ della prova testimoniale e presuntiva della simulazione assoluta era stata sollevata tardivamente, in quanto era stata fatta valere solo nella comparsa conclusionale del giudizio di primo grado (dalla sola difesa di (OMISSIS)), nonostante l’esplicito riferimento ai dati presuntivi contenuto nell’atto introduttivo del giudizio;
da cio’, in accoglimento dell’impugnazione, la nullita’ della statuizione del primo giudice che aveva escluso l’ammissibilita’ del ricorso alla prova presuntiva in assenza di rituale eccezione della controparte, e la possibilita’ per la Corte di riesaminare la rilevanza probatoria degli indizi, che non era stata effettuata dal primo giudice.
l’altra ratio decidendi, esposta “solo per completezza espositiva”, secondo cui i limiti di prova di cui agli articoli 1417 e 2722 c.c. non sussisterebbero nei confronti dell’erede che agisce in collazione; secondo la corte territoriale anche nel caso di azione ex articolo 737 c.c. l’erede sarebbe in posizione di terzieta’ rispetto al de cuius e potrebbe dunque far valere senza limiti la prova testimoniale e quella per presunzioni.
Orbene la principale ratio decidendi, secondo cui l’eccezione di inammissibilita’ della prova per presunzioni sarebbe stata sollevata tardivamente, non risulta attinta dai ricorrenti, i quali, nel sesto motivo, premessa una dettagliata contestazione degli elementi considerati dal giudice di merito quali elementi presuntivi della simulazione assoluta delle vendite, nella parte finale del motivo (pag. 36 del ricorso) affermano che le conclusioni precedenti, relative alla contestazioni sulla sussistenza dei requisiti di cui agli articoli 2727 e 2729 c.c., “rendono ormai irrilevante la questione circa l’eventuale tardivita’ dell’opposizione per l’uso delle presunzioni (sostenuta ex adverso e negata dagli appellati: cfr comparsa conclusionale pagg.46-48) e non superata a parere degli attuali ricorrenti dalla Corte in sentenza con una motivazione che non appare esauriente e convincente in quanto tautologica.”
I ricorrenti hanno dunque omesso di censurare in modo specifico l’autonoma ratio della sentenza impugnata, fondata sulla tardiva opposizione per l’uso delle presunzioni, ritenendo che tale questione doveva ritenersi irrilevante, alla luce delle contestazioni sviluppate nella prima parte del motivo.
Il rigetto di tale motivo assorbe la censura sulla diversa ratio decidendi, indicata peraltro ad abundantiam dalla Corte territoriale, secondo cui, ai fini della prova della simulazione, dovrebbe attribuirsi la qualita’ di “terzo” con le relative agevolazioni probatorie – ammissibilita’ della prova testimoniale e presuntiva – non solo all’erede che agisce in riduzione, ma anche a quello che esercita l’azione di collazione.
Tale affermazione non e’ conforme a diritto, e va dunque sul punto disposta la correzione della sentenza impugnata ma, come gia’ rilevato, la questione e’ assorbita dalla mancata contestazione sull’autonoma e principale ratio della sentenza, costituita dalla tardivita’ dell’opposizione di parte all’utilizzo delle presunzioni.
Il quinto e sesto motivo, inoltre, censurano la sentenza impugnata per aver fondato la prova della simulazione assoluta unicamente su elementi presuntivi, privi di gravita’, precisione e significativita’ e deducono l’impossibilita’ di identificare esattamente l’iter logico seguito dal giudice per risalire al fatto ignoto da quello noto.
La censura e’ inammissibile, in quanto, lungi dal contestare il criterio logico posto dalla Corte territoriale a fondamento della valutazione, si risolve in un sindacato nel merito della valutazione medesima in ordine alla gravita’ e precisione degli elementi indiziari, estraneo al presente giudizio di legittimita’.
La Corte territoriale, infatti, con apprezzamento adeguato, ha ritenuto provata la simulazione assoluta dei negozi per cui e’ causa in forza di diversi elementi indiziari quali:
il fatto che il de cuius abbia, nell’arco di un mese ed all’eta’ di ottanta anni, alienato l’intero patrimonio immobiliare, del valore stimato di Lire 1.790.000.00, al figlio (OMISSIS) ed ad una societa’ intestata a moglie e figlio di quest’ultimo, a prezzi assai inferiori a quelli di mercato;
la mancanza di una adeguata giustificazione, sul piano economico, dell’operazione, trattandosi di beni tutti locati e dunque produttivi di reddito nonche’ dell’immobile destinato alla sua abitazione, della quale il venditore avrebbe peraltro trattenuto il diritto di usufrutto;
in entrambi gli atti si fa riferimento ad un pagamento gia’ completamente avvenuto prima dell’atto e dunque non effettuato in presenza del notaio rogante;
gli assegni prodotti dagli odierni ricorrenti, quali mezzi di pagamento del corrispettivo delle compravendite, risultano essere stati versati su un conto cointestato al padre ed al figlio, ma non viene fornita prova adeguata dell’effettivo incameramento delle somme da parte del de cuius: da un lato il conto di destinazione delle somme era cointestato al de cuius ed al figlio (OMISSIS); dall’altro, al momento del decesso, sul conto corrente del de cuius non risultava alcuna somma, nonostante i rilevanti importi versati pochi anni prima, ed anzi, gia’ alla data dell’1.7.1996, ogni importo ivi versato risultava venuto meno.
Orbene a fronte di tali indizi che, con motivazione logica, coerente ed adeguata la Corte territoriale ha ritenuti idonei a dimostrare la simulazione assoluta degli atti di vendita, non puo’ ravvisarsi la violazione degli articoli 2727 e 2729 c.c. ed appare chiaramente espressa la ratio decidendi della pronuncia impugnata, fondata sulla gravita’ ed univocita’ degli indizi acquisiti.
Secondo il consolidato indirizzo di questa Corte, infatti, in tema di prova per presunzioni della simulazione assoluta di un contratto, spetta al giudice del merito apprezzare l’efficacia sintomatica dei singoli fatti noti, che debbono essere valutati non solo analiticamente, ma anche nella loro globalita’, all’esito di un giudizio di sintesi, non censurabile in sede di legittimita’ se sorretto da adeguata e corretta motivazione sotto il profilo logico e giuridico (Cass.22801 del 28.10.2014).
Nel caso di specie l’indicazione analitica dei singoli indizi e la loro complessiva valutazione in via sintetica risulta effettuata dalla Corte territoriale.
Ne’ risultano pretermessi, senza darne ragione, uno o piu’ fattori aventi, per condivisibili massime di esperienza, un’oggettiva portata indiziante (vedi al riguardo Cass.23201 del 13.11.2015), dovendo ritenersi che tutte le emergenze siano state sottoposte ad una valutazione complessiva, giungendo pertanto ad un giudizio di concordanza ed alla conclusione che la loro combinazione era in grado di fornire una valida prova presuntiva.
Come gia’ evidenziato, gli elementi indicati dalla Corte territoriale risultano connotati da requisiti di gravita’, univocita’ e concordanza.
Risulta dunque chiaramente espressa la ratio decidendi della pronuncia di simulazione, ne’ sussiste contraddittorieta’ della motivazione in ordine all’affermazione che la documentazione prodotta dai vati istituti di credito sarebbe lacunosa e frammentaria.
La Corte territoriale ha infatti ritenuto “lacunosa e frammentaria” la sola documentazione rimessa dalla (OMISSIS) e non la documentazione complessivamente acquisita dalle banche ed ha desunto dall’esame della documentazione stessa taluni elementi rilevanti ai fini della prova della simulazione, quale la procura, revocata alle resistenti ed attribuita in via esclusiva a (OMISSIS) (sin dal marzo 1993), ad operare sul conto (OMISSIS) ed a gestire gli investimenti in titoli esistenti presso la medesima banca.
Il terzo motivo denuncia violazione dell’articolo 210 c.p.c. e articolo 95disp. att. c.p.c., in relazione alla decisione con cui la Corte territoriale avrebbe rimesso in termini gli appellanti in ordine alla notifica dell’ordinanza di esibizione: in particolare ad avviso del ricorrente il provvedimento originario non indicava la parte che avrebbe dovuto provvedere alla notificazione.
Il motivo non ha pregio.
La Corte territoriale ha infatti integrato l’originario provvedimento ex articolo 210 c.p.c., ponendo l’onere di notifica dell’ordinanza ammissiva a carico dell’appellante.
Tale provvedimento non integra, all’evidenza, una rimessione in termini posto che la prova era gia’ stata ammessa ed il provvedimento costituiva un’integrazione dell’originaria ordinanza, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 95 disp. att. c.p.c., non potendo ritenersi che gli appellanti fossero incorsi in decadenza di sorta.
Il quarto motivo denuncia l’inammissibilita’ dell’ordine di esibizione ex articolo 210 c.p.c., lamentando la genericita’ della richiesta.
Pure tale censura e’ inammissibile.
Il potere officioso del giudice di ordinare, ai sensi degli articoli 210 e 421 c.p.c., alla parte o a terzi l’esibizione di documenti sufficientemente individuati, costituisce l’espressione di una facolta’ discrezionale che l’articolo 210 c.p.c., comma 1, rimette al prudente apprezzamento del giudice di merito, che non e’ tenuto a specificare le ragioni per le quali egli ritiene di avvalersene: trattandosi di strumento istruttorio residuale, utilizzabile soltanto quando la prova del fatto non sia acquisibile “aliunde” e l’iniziativa non presenti finalita’ esplorative, la valutazione della relativa indispensabilita’ e’ rimessa al potere discrezionale del giudice di merito e non necessita neppure di essere esplicitata nella motivazione (Cass.4375/2010): di conseguenza l’esercizio di detto potere non e’ censurabile in sede di legittimita’, neppure se il giudice abbia omesso di motivare al riguardo.
Nel caso di specie, peraltro, trattandosi di risultanze di conti correnti intestati a terzi, il carattere di indispensabilita’ appare insito nella stessa natura dei documenti richiesti, sottratti alla diretta disponibilita’ dei richiedenti, dovendo altresi’ ritenersi la sufficiente specificita’ dell’istanza in relazione allo specifico rapporto interessato, che ne esclude la natura esplorativa.
Il settimo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 354 c.p.c., poiche’ la corte territoriale, dopo aver accertato la nullita’ degli atti di disposizione del de cuius impugnati e conseguentemente dichiarato che i beni che ne costituivano oggetto venivano a comporre l’asse ereditario, ha disposto il rinvio della causa al primo giudice, per il giudizio di divisione ereditaria.
Il motivo e’ fondato.
I casi che impongono la rimessione della causa al giudice sono espressamente indicati dagli articoli 353 e 354 c.p.c. ed al di fuori dei casi ivi tassativamente previsti non e’ possibile la rimessione al primo giudice, secondo quanto esplicitato dall’articolo 354 c.p.c., la cui disposizione esprime una norma conforme a Costituzione, giacche’ non esiste garanzia costituzionale del doppio grado di giurisdizione di merito(vedi ex multis Cass. 18691/2007;21233/2011;).
Con specifico riferimento al giudizio di divisione e’ stato, in particolare, affermato che se il giudice del gravame dispone la divisione, lo stesso non puo’ poi rimettere gli atti al primo giudice per lo svolgimento delle attivita’ conseguenti, ma deve adottare tutti i provvedimenti del caso per esaurire la divisione, poiche’ non ricorre alcuna delle ipotesi di rimessione ex articoli 353 e 354 c.p.c. (Cass. 733 del 8/2/1982;1992 del 2.2.2016).
L’accoglimento del presente motivo assorbe l’esame di quello successivo avente ad oggetto la regolazione delle spese di lite.
In conclusione respinti i primi sei motivi, va accolto il settimo, assorbito l’ottavo; la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e la causa va rinviata per nuovo esame innanzi ad altra sezione della Corte d’Appello di Firenze, anche per la regolazione delle spese del presente giudizio.
P.Q.M.
la Corte rigetta il primo, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto motivo di ricorso; accoglie il settimo motivo, assorbito l’ottavo.
Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per la regolazione delle spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Firenze.

 

AZIENDA RAVENNA RISOLUZIONE CONTRATTO CORTE APPELLO BOLOGNA

RAVENNA RISOLUZIONE CONTRATTO CORTE APPELLO BOLOGNA

Ed infatti, si sostiene che, costituendo l’avviamento l’attitudine dell’azienda a funzionare e a produrre utili, non può essere concepito al di fuori dell’azienda, né può essere considerato o trasferito separatamente da questa e la sua cessione si accompagna necessariamente alla cessione della azienda, della quale non è un elemento ma una qualità (v. Cass. n. 21417/2014, che ha affermato la nullità, per mancanza dell’oggetto, del contratto preliminare di cessione di ramo d’azienda avente ad oggetto il solo avviamento, e i precedenti, risalenti nel tempo ma mai smentiti, ivi citati in motivazione Cass. n. 2857/1972, Cass. n. 2110/1968; per la giurisprudenza di merito v. Trib. Cagliari 20/5/2003, reperibile sulla banca dati Jus Explorer – Giuffré).

Il contratto sulla base del quale entrambe le parti fondano le rispettive pretese deve dunque essere dichiarato nullo, come richiesto in questo grado di giudizio dall’appellante (e in primo grado dall’odierna appellata), per mancanza dell’oggetto e il rilievo della nullità preclude l’esame delle reciproche domande di risoluzione (domande che, come già osservato, presuppongono l’esistenza di un contratto valido: Cass. n. 14828/2012).

In via principale: accertata la illegittimità del recesso manifestato da parte della sig.ra WW e la risoluzione del contratto per inadempimento della stessa sig.ra WW, dichiarare, in conseguenza della infondatezza in fatto e diritto della domanda di primo grado, che alcuna somma è tenuta a versare l’appellante in favore della WW a qualsivoglia titolo in conseguenza della scrittura privata del 27.04.2011;

dichiarare conseguentemente in virtù della risoluzione del contratto per inadempimento della sig.ra WW, che la sig.ra XX è legittimata a trattenere la somma di euro 15.000,00, versatele a titolo di acconto sulla maggiore somma di euro 30.000,00 quale prezzo per la cessione dell’avviamento commerciale del negozio “Alfa” sito in Ravenna in forza della scrittura privata 27.04.2011;

In via subordinata: a parziale riforma della sentenza 118/13 del Tribunale di Ravenna, stante il versamento della somma di euro 15.000,00 a titolo di acconto, nella denegata ipotesi di accertamento dell’inadempimento esclusivo della sig.ra XX dichiararla tenuta alla restituzione della somma di euro 15.000,00, senza il conteggio di alcun interesse;

In via ulteriormente subordinata: a parziale riforma della sentenza 1118/13 del Tribunale di Ravenna, accertata la nullità del contratto di cessione di avviamento di cui alla scrittura privata del 27.04.2011 dichiarare tenuta la sig.ra XX alla restituzione della somma ricevuta a titolo di acconto, senza il conteggio di alcun interesse legale;

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI BOLOGNA

terza sezione civile

composta dai magistrati

dott. Roberto Aponte – Presidente relatore

dott. Pietro Guidotti – Consigliere

dott. Anna De Cristofaro – Consigliere

ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

Nella causa civile iscritta al n. 2186/2013 R.G.

proposta da:

XXtitolare della Ditta Alfa di XX, rappresentata e difesa dall’ avv. Elena Barbanti del Foro di Ravenna

– appellante –

nei confronti di

WW, rappresentata e difesa dagli avv. Nicola Ridolfi del Foro di Ravenna e Chiara Ridolfi del Foro di Bologna.

– appellata 

In punto a

“appello avverso sentenza del Tribunale di Ravenna n. 1118 del 11/7-27/9/2013”

CONCLUSIONI DELLE PARTI

L’ appellante XX:

Piaccia all’Ecc.ma Corte d’Appello di Bologna, contrariis rejectis, in riforma della sentenza del Tribunale di Ravenna n.1118/2013 depositata il 11.09.2013.

In via principale: accertata la illegittimità del recesso manifestato da parte della sig.ra WW e la risoluzione del contratto per inadempimento della stessa sig.ra WW, dichiarare, in conseguenza della infondatezza in fatto e diritto della domanda di primo grado, che alcuna somma è tenuta a versare l’appellante in favore della WW a qualsivoglia titolo in conseguenza della scrittura privata del 27.04.2011;

dichiarare conseguentemente in virtù della risoluzione del contratto per inadempimento della sig.ra WW, che la sig.ra XX è legittimata a trattenere la somma di euro 15.000,00, versatele a titolo di acconto sulla maggiore somma di euro 30.000,00 quale prezzo per la cessione dell’avviamento commerciale del negozio “Alfa” sito in Ravenna in forza della scrittura privata 27.04.2011;

affidamento della figlia
affidamento della figlia

In via subordinata: a parziale riforma della sentenza 118/13 del Tribunale di Ravenna, stante il versamento della somma di euro 15.000,00 a titolo di acconto, nella denegata ipotesi di accertamento dell’inadempimento esclusivo della sig.ra XX dichiararla tenuta alla restituzione della somma di euro 15.000,00, senza il conteggio di alcun interesse;

In via ulteriormente subordinata: a parziale riforma della sentenza 1118/13 del Tribunale di Ravenna, accertata la nullità del contratto di cessione di avviamento di cui alla scrittura privata del 27.04.2011 dichiarare tenuta la sig.ra XX alla restituzione della somma ricevuta a titolo di acconto, senza il conteggio di alcun interesse legale;

Con vittoria delle spese e competenze di lite comprese quelle di primo grado.

In via istruttoria si chiede ammettersi le prove per testi già capitolate nel giudi-zio di primo grado, testi ivi indicati di cui alla memoria ex art. 183cpc, vi c sub n.2 e n.3 sulle circostanze capitolate quivi da intendersi integralmente richiamate.“.

L’appellata WW:

Voglia la Corte Ill.ma, disattesa ogni contraria istanza deduzione eccezione

In via preliminare:

Accertata la non ragionevole probabilità di accoglimento dell’appello dichiarare l’inammissibilità dello stesso ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 348 bis c.p.c.; 

Accertare l’improponibilità e dichiarare l’inammissibilità della domanda formulata in via di ulteriore subordine dalla difesa dell’appellante relativa all’accertamento della nullità del contratto ai sensi per gli effetti di cui all’art. 345 c.p.c.;

in via principale:

rigettare l’appello proposto da XX e confermare la sentenza n. 1118/2013 emessa dal tribunale di Ravenna;

In ogni caso con vittoria delle spese del giudizio.“.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.– WW conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Ravenna, XX chiedendo la risoluzione, per inadempimento della convenuta, del contratto preliminare di cessione di azienda stipulato in data 27/4/2011 (con il quale la XX aveva promesso di cederle la sua azienda operante nel settore del commercio al dettaglio di utensili per la casa, cristallerie e vasellame) con condanna della convenuta medesima al pagamento del somma di € 30.000,00 pari al doppio della caparra versata.

2.– La convenuta, nel costituirsi in giudizio, chiedeva il rigetto delle domande attoree deducendo che la mancata stipulazione del contratto preliminare era dovuta all’inadempimento della promissaria acquirente, che alla data prevista per il trasferimento dell’azienda non aveva adempiuto all’obbligazione di pagamento del residuo corrispettivo, pari a € 15.000,00 previsto per la cessione.

La convenuta chiedeva quindi in via riconvenzionale che fosse accertato il suo diritto a ritenere la somma ricevuta a titolo di caparra.

3.– Il Tribunale non ammetteva le prove orali dedotte dalle parti e, con sentenza n. 1118 del 27/09/2013, dichiarava risolto il contratto per effetto del recesso legittimamente esercitato dall’attrice a fronte dell’inadempimento della convenuta e condannava quest’ultima a pagare alla WW la somma di € 30.000,00 oltre interessi legali dal 27/4/2001 al saldo e alla rifusione delle spese di lite.

4.– Nel motivare la decisione, il Tribunale osservava che dagli atti delle indagini compiute nel procedimento penale che aveva preso avvio a seguito di denuncia querela sporta dalla WW per il reato di truffa, risultava che la XX si era illegittimamente rifiutata di stipulare il contratto definitivo: in particolare la XX aveva illegittimamente subordinato la conclusione del con-tratto alla sua assunzione come dipendente della nuova attività commerciale.

5.– Avverso detta sentenza, proponeva appello XX deducendo che il Tribunale aveva erroneamente ricostruito i fatti sulla base delle indagini svolte dal P.M. e, in particolare, sulla base delle dichiarazioni rese alla p.g. da persone che avevano riferito circostanze non conosciute direttamente, ma apprese dalla stessa WW. 

Chiedeva quindi l’ammissione delle prove per interrogatorio formale e testimoni erroneamente non ammesse dal Tribunale.

Deduceva, inoltre, che, come risultava dalla ricevuta, l’importo di € 15.000,00 era stato versato dalla WW a titolo di “acconto” e non quale “caparra confirmatoria” (e pertanto in caso di accoglimento della domanda della WW era dovuta solo la restituzione di detta somma) e si doleva, infine, dell’omessa pronuncia sulla questione di nullità del contratto di cessione dell’azienda, in realtà avente ad oggetto unicamente l’avviamento, proposta in corso di causa.

6.– L’appellata, nel costituirsi in giudizio, chiedeva il rigetto dell’impugnazione ed eccepiva l’inammissibilità, ex art. 345 c.p.c. “..delle domande ed eccezioni formulate in via gradata nelle conclusioni dell’atto di appello..”.

7.– La Corte con ordinanza 29/11/2013 sospendeva l’efficacia esecutiva della sentenza impugnata e, con successiva ordinanza depositata il 30/1/2015, ammetteva le prove orali dedotte dalle parti.

All’esito dell’istruttoria la causa era nuovamente trattenuta in decisione con assegnazione dei termini di legge per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

  • §§

8.– Deve preliminarmente essere esaminato, atteso che le contrapposte domande di risoluzione per inadempimento presuppongono l’esistenza di un contratto valido, il motivo di gravame con il quale l’appellante si duole dell’omesso esame della questione di nullità del contratto preliminare oggetto di causa.

Si tratta di questione (rilevabile d’ufficio ed) espressamente proposta dall’appellante con l’atto di impugnazione, in primo grado prospettata dall’odierna appellata nella comparsa conclusione (ma non esaminata dal Tribunale) (v. conclusionale WW 22/4/2013, p. 17, lett. G).

9.– Osserva, in proposito, la Corte che con il contratto preliminare dedotto in giudizio, anche se denominato “preliminare di cessione di azienda“, XX ha promesso di vendere (e WW ha promesso di acquistare) esclusivamente “..l’avviamento..” dell’azienda esercitata dalla XX.

9.1- Sul punto il testo contrattuale non si presta ad equivoci.

Nell’art. 2 del contratto “..l’azienda..” viene descritta come “..costituita in via di elencazione tassativa da: a) avviamento..”; e nell’art. 5 il prezzo di € 30.000,00 pattuito per la cessione è espressamente riferito, in via esclusiva, al solo avviamento, non essendo prevista la cessione di alcun bene materiale o immateriale.

D’altro canto, che intenzione delle parti fosse quella di cedere esclusivamente l’avviamento risulta anche dalla corrispondenza intercorsa tra le stesse dopo che il notaio, al quale si era rivolto il legale che assisteva la WW per la redazione del contratto definitivo, fece presente che un contratto definitivo che avesse riprodotto il contenuto del preliminare sarebbe stato nullo per mancanza dell’oggetto (v. docc. nn. 8, 9, 10 prodotti dall’attrice WW in primo grado).

10.– Ora, come è noto, secondo orientamento di legittimità che non vi è ragione di disattendere, l’avviamento, quale bene immateriale, non è autonomamente cedibile. Ed infatti, si sostiene che, costituendo l’avviamento l’attitudine dell’azienda a funzionare e a produrre utili, non può essere concepito al di fuori dell’azienda, né può essere considerato o trasferito separatamente da questa e la sua cessione si accompagna necessariamente alla cessione della azienda, della quale non è un elemento ma una qualità (v. Cass. n. 21417/2014, che ha affermato la nullità, per mancanza dell’oggetto, del contratto preliminare di cessione di ramo d’azienda avente ad oggetto il solo avviamento, e i precedenti, risalenti nel tempo ma mai smentiti, ivi citati in motivazione Cass. n. 2857/1972, Cass. n. 2110/1968; per la giurisprudenza di merito v. Trib. Cagliari 20/5/2003, reperibile sulla banca dati Jus Explorer – Giuffré). 

11.– Il contratto sulla base del quale entrambe le parti fondano le rispettive pretese deve dunque essere dichiarato nullo, come richiesto in questo grado di giudizio dall’appellante (e in primo grado dall’odierna appellata), per mancanza dell’oggetto e il rilievo della nullità preclude l’esame delle reciproche domande di risoluzione (domande che, come già osservato, presuppongono l’esistenza di un contratto valido: Cass. n. 14828/2012).

12.– Alla dichiarazione di nullità del contratto consegue l’obbligo della XX alla restituzione della somma di € 15.000,00 ricevuto a titolo di caparra (la stessa XX — in difetto di domanda da parte della WW — ha chiesto che sia dichiarato il suo obbligo restitutorio).

13.– Avuto riguardo agli aspetti di reciproca soccombenza ricorrono i presupposti per compensare integralmente tra le parti le spese di entrambi i gradi del giudizio.

P.Q.M.

la Corte, in parziale accoglimento dell’appello e, per l’effetto, in riforma della sentenza del Tribunale di Ravenna n.1118/2013 del 11/7-27/9/2013:

  1. a) dichiara la nullità del contratto preliminare oggetto di causa e conseguentemente dichiara tenuta XX a restituire a WW la somma di € 15.000,00;
  2. b) dichiara compensate tra le parti le spese di entrambi i gradi del giudizio.

Così deciso in Bologna, il 27 marzo 2018, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte d’Appello.

Il Presidente est.

Roberto Aponte

RAVENNA PAGA IMMOBILE DA  IMPRESA MA NON LO CONSEGNANO – NIENTE ROGITO CONTRATTO DEFINITIVO

RAVENNA PAGA IMMOBILE DA  IMPRESA MA NON LO CONSEGNANO – NIENTE ROGITO CONTRATTO DEFINITIVO

agli effetti dell’art. 111 c.p.c., nel processo avente ad oggetto la validità, la risoluzione o l’esecuzione di un contratto preliminare, relativo allo stesso bene, stipulato in precedenza tra il dante causa ed un terzo, non si è ancora stabilizzato un orientamento univoco in sede di legittimità (anche se la questione era stata rimessa all’attenzione delle Sezioni Unite che peraltro, sollevando d’ufficio una eccezione di giudicato interno sulla qualificazione dell’intervento dell’acquirente, non hanno avuto modo di esplicare la loro funzione di regolazione dei conflitti: v. Cass. Sez. Un. 23. 299/2011 su ordinanza di rimessione n. 10747/2010). In alcune pronunzie (Cass. n. 12305/2012; Cass. n. 8316/2003; Cass. n. 4321/1989), infatti, si è affermato che la disciplina della successione a titolo particolare nel processo si attui non solo quando sia oggetto di trasferimento pendente judicio, il medesimo diritto controverso ma in ogni caso in cui l’alienazione comporti, per un rapporto di derivazione sostanziale, il subingresso dell’avente causa nella stessa posizione giuridica — attiva o passiva — dedotta in giudizio (secondo Cass. n. 12305/2012, in particolare, la successione a titolo particolare nel diritto controverso, di cui all’art. 111 c.p.c., alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata dal principio del giusto processo, coniugato con il diritto di difesa, si ha indipendentemente dalla natura, reale o personale, dell’azione fatta valere tra le parti originarie, dovendosi garantire all’acquirente, il quale intenda intervenire nel processo, le stesse possibilità di difesa spettanti al suo dante causa contro le deduzioni avversarie, e potendosi, invece, rivelare per lo stesso acquirente pregiudizievole la soggezione all’efficacia riflessa della sentenza inter alios, impugnabile soltanto nell’ambito delle difese esercitate dall’alienante); in altre pronunzie, per contro, è stato ritenuto che non possa delinearsi una successione nel diritto controverso, a causa dell’eterogeneità delle situazioni soggettive fatte valere nel giudizio, nel caso in cui si discuta della esecuzione o della risoluzione o della invalidità di un preliminare di vendita, atteso che, verificatasi la alienazione ad un terzo del bene, la situazione legittimante l’intervento di quest’ultimo in giudizio sarebbe relativa alla proprietà mentre quella posta a base dell’azione di esecuzione o di risoluzione o di invalidità del preliminare avrebbe natura personale (Cass. n. 1233/2012 ; Cass. n. 5781/2009; Cass. n. 1128/1993).

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

Terza Sezione Civile

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Roberto Aponte – Presidente relatore

dott. Pietro Guidotti – Consigliere

dott. Anna De Cristofaro – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. 919/2013

promossa da

YY, rappresentato e difeso dagli avv.ti Rita Rolli e Stefano Rolli, elettivamente domiciliato presso l’avv. Rita Rolli in Bologna, via Santo Stefano 17

appellante

contro

ALFA SRL, in persona del legale rappresentante, con sede in Massa, via (omissis), (omissis)

appellata contumace

e

EPSILON SRL, in persona del legale rappresentante, con sede in Carrara, via (omissis), (omissis)

appellata contumace

In punto a

“appello contro la sentenza del tribunale di Ravenna

  1. 338 del 23/4/2012″

CONCLUSIONI

L’appellante YY:

Voglia l’Ecc.ma Corte d’Appello di Bologna, contrariis rejectiis, previa parziale riforma della sentenza n. 338/12 pronunciata inter partes dal Tribunale di Ravenna, pubblicata in data 23 aprile 2012, non notificata:

– nel merito dare atto, per i motivi tutti esposti nell’atto di appello e nelle successive memorie e difese che si dimetteranno in atti, del grave inadempimento del contratto preliminare del 14 giugno 2000 da parte di Alfa s.r.l. con il concorso di Epsilon s.r.l. per i fatti indicati negli scritti difensivi in atti e conseguentemente condannare Alfa s.r.l. e Epsilon s.r.l., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, sia singolarmente sia in solido tra loro, a risarcire al Sig. YY la somma di Euro 185.959,16, ovvero quella maggior o minor somma ritenuta di giustizia, oltre interessi e rivalutazione monetaria;

– sempre nel merito dare atto della mancata consegna del rilascio della licenza di abitabilità e delle attestazioni di conformità degli impianti elettrico e idrico sanitario e della presenza di gravi vizi costruttivi nell’immobile oggetto di causa e conseguentemente

condannare Alfa s.r.l. e Epsilon s.r.l., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, sia singolarmente sia in solido tra loro, al risarcimento di tutti i danni, nessuno escluso, e tutti rivendicabili, pari alla somma di euro 40.000,00 ovvero quella maggior o minor somma ritenuta di giustizia, subiti dal Sig. YY, oltre interessi e rivalutazione monetaria. Con riconoscimento, sulle somme accordate a favore di YY, in primis del maggior danno almeno da perdita di valore della moneta con imputazione poi degli interessi.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari afferenti entrambi le fasi del giudizio, oltre a 15% T.F., CPA ed IVA come per legge.“.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.– YY conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Ravenna, la ‘Alfa’ s.r.l. esponendo di avere concluso con la convenuta, in data 14/6/2000, quale promissario acquirente, un contratto preliminare di compravendita avente ad oggetto un appartamento sito in un complesso immobiliare, all’epoca ancora in costruzione, posto a (omissis), (Ravenna), per il prezzo di lire (£.) 240.000.000; di avere corrisposto alla promittente venditrice la somma complessiva di lire (£.) 238.000.000 (€ 122.916,74); che la promittente venditrice, pur avendo consegnato nel 2002 l’immobile, peraltro ancora non ancora completo perché privo dell’abitabilità ed affetto da vizi, non aveva adempiuto l’obbligo di concludere il contratto definitivo. 

Chiedeva pertanto, ai sensi dell’art. 2932 c.c., la pronuncia di sentenza che tenesse luogo del contratto non concluso e la condanna della convenuta al risarcimento dei danni derivanti da difetti di costruzione, dalla mancanza di dichiarazione di abitabilità e di dichiarazione di conformità dell’impianto elettrico, idrico e sanitario.

L’atto di citazione era trascritto nei registri immobiliari in data 25/6/2005.

2.– Nella contumacia della convenuta la causa era istruita con produzioni documentali, assunzione di prova testimoniale ed espletamento di c.t.u.

In corso di istruttoria emergeva che con atto di vendita a rogito notaio G(omissis) di (omissis) [ recte : località in provincia di Ravenna ; NdRedattore ] in data (omissis)/3/2006, rep. n. (omissis), trascritto a Ravenna il (omissis)/3/2006, la ‘Alfa’ s.r.l. aveva venduto l’immobile promesso in vendita al YY alla ‘Beta’ Costruzioni con sede in Imola, società che successivamente si era trasformata in ‘Gamma Delta’ Immobiliare s.r.l. (ora ‘Epsilon’ s.r.l.) con sede in Argenta.

2.1- Nelle more del giudizio l’immobile era sottoposto ad esecuzione su istanza della Cassa dei Risparmi di Bologna s.p.a., creditrice ipotecaria della S.r.l. ‘Alfa’ e, all’esito di vendita senza incanto, era aggiudicato a YY al prezzo di € 185.959,16.

2.2- All’udienza del 16/3/2010 l’attore, assistito da nuovi difensori, chiedeva di esse-re autorizzato a chiamare in causa la terza acquirente ‘Epsilon’ s.r.l. (già ‘Beta’ Costruzioni s.r.l. e ‘Gamma Delta’ Immobiliare s.r.l.), autorizzazione che era concessa dal giudice.

3.– Nella contumacia (anche) della chiamata in causa, il Tribunale, con sentenza n. 338/12 pubblicata in data 23/4/2012:

– dichiarava cessata la materia del contendere sulla domanda di trasferimento dell’immobile ex art. 2932 c.c.;

– condannava ‘Alfa’ S.r.l. al pagamento in favore di YY dell’importo complessivo di € 184.926,24 oltre interessi dalla domanda;

– condannava ‘Alfa’ S.r.l. al pagamento in favore di YY, a titolo di risarcimento del danno, della ulteriore somma di € 5.400,00 oltre interessi sulla somma rivalutata alla mora secondo indici ISTAT e rivalutata di anno in anno fino alla pubblicazione della sentenza ed oltre interessi sulla somma come sopra determinata dalla pubblicazione al saldo;

– condannava ‘Alfa’ S.r.l. a rimborsare all’attore le spese di lite;

– rigettava la domanda di risarcimento del danno proposta nei confronti della terza chiamata.

3.1- Il Tribunale, nel motivare la decisione, osservava:

– che, a seguito dell’acquisto dell’immobile oggetto di causa da parte del promissario acquirente (per effetto dell’aggiudicazione del bene nel processo esecutivo promosso dalla Banca), era cessata la materia del contendere in ordine alla domanda di trasferimento del bene ex art. 2932 c.c.;

– che era evidente la responsabilità contrattuale della convenuta nei confronti del YY, il quale, a causa del rifiuto della promettente venditrice di addivenire alla conclusione del contratto definitivo, era stato costretto a pagare una somma ben maggiore rispetto a quella concordata per l’acquisto dell’immobile: la convenuta doveva pertanto essere condannata a pagare all’attore la differenza tra il prezzo concordato e le somma effettivamente sostenute per l’acquisto dell’immobile (differenza pari a € 184.926,24), oltre all’importo dei danni per vizi dell’immobile quantificati, sulla base della c.t.u., in € 5.400,00;

– che non era invece ravvisabile responsabilità della terza chiamata, il cui acquisto (trascritto successivamente alla trascrizione della domanda giudiziale proposta da YY) non era opponibile all’attore e che pertanto non avrebbe potuto in alcun modo recare danno all’attore stesso.

4.– Avverso tale sentenza YY ha proposto appello con il quale si duole del rigetto della domanda proposta nei confronti della terza chiamata e della liquidazione in misura insufficiente dei danni subiti per i vizi dell’immobile.

4.1- In particolare l’appellante deduce che:

  1. per effetto della cessione dellareslitigiosa a ‘Epsilon’ s.r.l. si sarebbe verificata una successione a titolo particolare, di quest’ultima, nel diritto controverso, con la conseguenza che le domande svolte nei confronti di ‘Alfa’ s.r.l. dovrebbero ritenersi estese al successore, subentrato in tutti i diritti e gli obblighi correlati al rapporto; la sentenza di condanna della società convenuta dovrebbe pertanto “..ritenersi esplicativa dei suoi effetti diretti … anche nei confronti di Epsilon s.r.l. in solido con Alfa s.r.l. ..”;
  2. il Tribunale, nel rigettare la domanda proposta nei confronti di ‘Epsilon’s.r.l., avrebbe omesso di considerare numerosi elementi indicativi del fatto che la stessa, al momento dell’acquisto dell’immobile, era certamente consapevole della precedente trascrizione della domanda giudiziale proposta nei confronti della venditrice ed aveva operato al fine di agevolare le condotte di ‘Alfa’s.r.l.;

III. il Tribunale avrebbe omesso di considerare che il residuo dell’esecuzione forzata sull’immobile di € 62.551,51 (residuo del prezzo ricavato dalla vendita dell’immobile in sede esecutiva una volta soddisfatto il credito ipotecario della Banca procedente), sarebbe stato corrisposto a ‘Epsilon’ s.r.l. il cui acquisto non era opponibile ad esso appellante: ‘Epsilon’ s.r.l. avrebbe dovuto quindi essere condannata a pagare il predetto importo;

  1. i danni per il mancato rilascio della licenza di abitabilità e delle attestazioni di conformità degli impianti dell’immobile sarebbero stati liquidati dal Tribunale recependo in modo acritico le risultanze e valutazioni del c.t.u., mentre avrebbero dovuto essere liquidati in almeno € 40.000,00.

5.– Nella contumacia degli appellati, la causa, trattenuta in decisione all’udienza del 28/11/2017, è stata rimessa in trattazione a seguito della cessazione dal servizio del giudice ausiliario relatore.

All’udienza del 16/10/2018, previa nomina di nuovo relatore, è stata nuovamente trattenuta in decisione.

******

6.– L’appello è infondato.

6.1.1- Per quanto riguarda il primo motivo di gravame, osserva la Corte che sulla questione se l’acquirente di un immobile debba o meno essere considerato successore nel diritto controverso, agli effetti dell’art. 111 c.p.c., nel processo avente ad oggetto la validità, la risoluzione o l’esecuzione di un contratto preliminare, relativo allo stesso bene, stipulato in precedenza tra il dante causa ed un terzo, non si è ancora stabilizzato un orientamento univoco in sede di legittimità (anche se la questione era stata rimessa all’attenzione delle Sezioni Unite che peraltro, sollevando d’ufficio una eccezione di giudicato interno sulla qualificazione dell’intervento dell’acquirente, non hanno avuto modo di esplicare la loro funzione di regolazione dei conflitti: v. Cass. Sez. Un. 23. 299/2011 su ordinanza di rimessione n. 10747/2010). In alcune pronunzie (Cass. n. 12305/2012; Cass. n. 8316/2003; Cass. n. 4321/1989), infatti, si è affermato che la disciplina della successione a titolo particolare nel processo si attui non solo quando sia oggetto di trasferimento pendente judicio, il medesimo diritto controverso ma in ogni caso in cui l’alienazione comporti, per un rapporto di derivazione sostanziale, il subingresso dell’avente causa nella stessa posizione giuridica — attiva o passiva — dedotta in giudizio (secondo Cass. n. 12305/2012, in particolare, la successione a titolo particolare nel diritto controverso, di cui all’art. 111 c.p.c., alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata dal principio del giusto processo, coniugato con il diritto di difesa, si ha indipendentemente dalla natura, reale o personale, dell’azione fatta valere tra le parti originarie, dovendosi garantire all’acquirente, il quale intenda intervenire nel processo, le stesse possibilità di difesa spettanti al suo dante causa contro le deduzioni avversarie, e potendosi, invece, rivelare per lo stesso acquirente pregiudizievole la soggezione all’efficacia riflessa della sentenza inter alios, impugnabile soltanto nell’ambito delle difese esercitate dall’alienante); in altre pronunzie, per contro, è stato ritenuto che non possa delinearsi una successione nel diritto controverso, a causa dell’eterogeneità delle situazioni soggettive fatte valere nel giudizio, nel caso in cui si discuta della esecuzione o della risoluzione o della invalidità di un preliminare di vendita, atteso che, verificatasi la alienazione ad un terzo del bene, la situazione legittimante l’intervento di quest’ultimo in giudizio sarebbe relativa alla proprietà mentre quella posta a base dell’azione di esecuzione o di risoluzione o di invalidità del preliminare avrebbe natura personale (Cass. n. 1233/2012 ; Cass. n. 5781/2009; Cass. n. 1128/1993).

6.1.2- La questione, peraltro, è stata posta ed affrontata in relazione alla possibilità o meno di ravvisare la legittimazione del terzo acquirente ad intervenire nel giudizio pendente tra le parti del preliminare e di impugnare la sentenza pronunciata inter alios; in relazione, cioè, alle pretese del terzo acquirente sul bene oggetto del contratto preliminare ed al fine di dirimere la controversia sui contrapposti diritti vantati dal promissario e dal terzo acquirente sul medesimo bene.

In altre parole, anche l’orientamento che offre risposta positiva al quesito sopra indicato, ritiene che si verifichi una successione a titolo particolare del terzo acquirente nella posizione giuridica riguardante la pretesa sul bene e non già nelle obbligazioni nascenti, in capo al promittente venditore, per effetto del contratto preliminare. Il terzo acquirente del bene promesso in vendita ad un terzo, cioè, non subentra nel contratto preliminare e non risponde, nei confronti del promissario, dell’inadempimento del promittente venditore, ma può solo intervenire per opporsi alla pretesa del promissario acquirente e far accertare il proprio diritto sul bene. 

L’assunto dell’appellante, secondo cui gli effetti della sentenza di condanna della promittente venditrice ‘Alfa’ s.r.l. al risarcimento del danno per inadempimento contrattuale dovrebbero essere “..estesi..” al terzo acquirente, è dunque, per le ragioni suesposte, privo di fondamento.

6.2- Anche il secondo ed il terzo motivo, che devono essere esaminati congiuntamente perché si fondano sul presupposto di una pretesa responsabilità del terzo acquirente quale ipotizzato concorrente nella condotta della promittente venditrice, sono infondati.

6.2.1- A prescindere dal rilievo che la richiesta di condanna di ‘Epsilon’ s.r.l. al risarcimento del danno integra domanda nuova la cui inammissibilità non è stata rilevata dal Tribunale (YY, con l’atto di chiamata in giudizio di ‘Epsilon’ s.r.l., si limitò a ribadire, anche nei suoi confronti, la richiesta di trasferimento dell’immobile ex art. 2932 c.c., con espressa riserva di agire in separato giudizio per il risarcimento di eventuali danni), osserva la Corte che il Tribunale ha correttamente rilevato che l’acquisto operato da ‘Epsilon’ s.r.l. non era opponibile al promissario acquirente perché trascritto successivamente alla trascrizione dell’atto di citazione contenente la domanda di esecuzione in forma specifica del contratto preliminare ai sensi dell’art. 2932 c.c. e che, pertanto, del danno subito dall’attore (corrispondente al maggior esborso sostenuto per l’acquisto del bene rispetto al prezzo pattuito con il contratto preliminare) il terzo acquirente non può essere ritenuto responsabile (trattandosi di danno alla cui causazione la condotta del terzo acquirente non ha in alcun modo contribuito).

Del tutto inconferente, per le ragioni ora esposte, è il richiamo dell’appellante alla giurisprudenza che, nell’ipotesi di doppia alienazione, afferma la responsabilità extracontrattuale del secondo acquirente che, consapevole di una precedente vendita, provveda a trascrivere il proprio acquisto anteriormente rendendosi in tal modo compartecipe dell’inadempimento dell’alienante per l’apporto dato nel privare di effetti il primo acquisto. 

6.2.2- Né, per giungere a diversa conclusione, può attribuirsi rilievo al fatto che ‘Epsilon’ s.r.l. (che ha acquistato da ‘Alfa’ s.r.l. non la sola porzione immobiliare già promessa in vendita, ma tredici porzioni immobiliari del complesso residenziale costruito dalla venditrice al prezzo complessivo di € 558.00,00 oltre iva) fosse consapevole del precedente vincolo contrattuale di ‘Alfa’ con YY e della trascrizione della domanda giudiziale riguardante l’appartamento oggetto di causa (e dell’iscrizione dell’ipoteca in favore della Cassa di Risparmio in Bologna s.p.a.). 

L’acquisto di un immobile sul quale risulta una precedente trascrizione di domanda diretta ad ottenere l’esecuzione in forma specifica dell’obbligo a contrarre determina una situazione pregiudizievole per l’acquirente e non per chi quella domanda ha trascritto, posto che “..la trascrizione della sentenza che accoglie la domanda prevale sulle trascrizioni e iscrizioni eseguite contro il convenuto dopo la trascrizione della domanda..” (art. 2652, 1° comma n. 2 c.c.). La posizione dell’attore, in altre parole, proprio perché la vendita successiva non può essergli opposta in caso di accoglimento della domanda, non è sotto alcun profilo pregiudicata dalla vendita trascritta posteriormente alla trascrizione dell’atto di citazione.

6.2.3- D’altro canto, anche il fatto che l’esecuzione immobiliare da parte dell’istituto di credito titolare di ipoteca sia stata effettuata nei confronti di ‘Epsilon’ s.r.l. anziché della ‘Alfa’ s.r.l. (come sarebbe avvenuto ove non vi fosse stata la vendita tra queste due società) non ha comportato un pregiudizio per la posizione del promissario acquirente, che in ogni caso non avrebbe potuto vantare alcuna pretesa sulle somme residuate dall’esecuzione.

7.– Il quarto motivo di appello è inammissibile perché generico.

L’appellante si è limitata a sostenere che l’importo dei danni stimati dal c.t.u. è “..insufficiente..” e che “..è di tutta evidenza che i danni conseguenti alla comprovata mancanza di abitabilità non possono essere limitati alla esigua somma di € 5.400,00..”, senza svolgere alcuna specifica critica alle argomentazioni del c.t.u. (fatte proprie dal Tribunale) e senza neppure indicare diversi criteri di quantificazione.

8.– Per le ragioni suesposte l’appello deve essere respinto.

Non essendosi costituite le appellate, non vi è luogo a provvedere sulle spese sostenute dall’appellante (che rimangono a suo carico).

Deve darsi atto che ricorrono i presupposti di cui all’art. 13 comma 1 quater d.p.r. 20/5/2002 n. 115 per il versamento, da parte dell’appellante, dell’ulteriore importo del contributo unificato pari a quello dovuto per l’appello.

P.Q.M.

La Corte

  1. a) rigetta l’appello proposto da YY contro la sentenza del Tribunale di Ravenna n. 338/12 pubblicata il 23/4/2012; nulla sulle spese;
  2. b) dà atto che ricorrono i presupposti di cui all’art. 13 comma 1quaterp.r. 20/5/2002 n. 115 per il versamento, da parte dell’appellante, dell’ulteriore importo del contributo unificato pari a quello dovuto per l’appello.

Così deciso in Bologna, il 26 ottobre 2018, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte d’Appello.

Il Presidente est.

Roberto Aponte