CASTEL SAN PIETRO TERME MEDICINA SAN GIOVANNI IN PERSICETO SEPARAZIONE DIVORZIO AFFIDO FIGLI MINORI   MATRIMONIALISTA BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

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Magari hai davvero bisogno di divorziare, capire come gestire i figli e andare avanti con la tua vita.  Un divorzio non è mai facile, ma se sei davvero insoddisfatta della vita che hai con tuo marito, so tratta di uno stress che vale la pena affrontare per voltare pagina. Anche se non è escluso che le cause della tua infelicità possano essere altre.

La separazione legale può essere

– consensuale, quando vi è accordo tra i coniugi sulla separazione e su tutte le condizioni di essa

– giudiziale, quando vi è disaccordo dei coniugi sulla decisione di separarsi o sul regolamento dei loro rapporti personali e patrimoniali 

Lo studio legale dell’avvocato SERGIO ARMAROLI è un punto di riferimento per il settore legale, specialmente in ambito civile.

L’avvocato Sergio Armaroli infatti si occupa infatti, di diritto di famiglia, dai divorzi alle separazioni, dall’affidamento dei minori al riconoscimento di paternità. Lo studio, inoltre, interviene nei casi di successione e in quelli di tutela dei diritti del cittadino.

COSA OCCORRE PER UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE?

occorre che i coniugi raggiungano un accordo sui seguenti aspetti principali:

  1. a) entrambi i coniugi devono essere d’accordo sulla decisione di separarsi 
    b) i coniugi devono essere d’accordo sul regime e sulle modalità di affidamento dei figli 
    c) i coniugi devono essere d’accordo sull’ammontare del contributo economico che il coniuge non convivente con i figli dovrà versare all’altro per il mantenimento di questi ultimi 
    d) deve esservi accordo dei coniugi sull’assegnazione della casa familiare, normalmente in favore del coniuge convivente con i figli minori, o su altra soluzione relativa alla casa familiare, come per esempio la vendita dell’immobile 
    e) i coniugi devono essere d’accordo sull’eventuale assegno di mantenimento che dovrà essere versato in favore del coniuge sprovvisto di adeguati redditi propri, salva naturalmente la possibilità di concordare che ciascuno dei coniugi provvederà da sé al proprio mantenimento 

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Separazione consensuale

I vantaggi di una separazione consensuale sono evidenti:

tempi ridotti

costi ridotti ,

non fa litigare e ha costi molto contenuti rispetto a una giudiziale . Anche per questa ragione la separazione consensuale è la più richiesta e puo’ essere seguita da un unico avvocato, annzi normalmete vi è un unico avvcoato per la

Separazione consensuale a meno che non si arrivi a una separazione consensuale dopo aver fatto ricorso per giudiziale CASTEL SAN PIETRO TERME MEDICINA SAN GIOVANNI IN PERSICETO SEPARAZIONE MATRIMONIALISTA BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

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in caso di separazione cosa spetta alla moglie

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Separazione consensuale quali  tempi per essere separati?

Separazione consensuale: cos’è e come funziona

La separazione consensuale è una procedura attraverso la quale due coniugi possono liberamente decidere, di comune accordo, lo scioglimento legale del matrimonio e concordare le condizioni della separazione.

I tempi per una separazione consensuale sono tutto sommato brevi. Si parla di alcuni mesi, tutto sommato un tempo ragionevole

Separazione consensuale senza figli piu’ semplice e meno litigiosa

La separazione consensuale senza figli è una procedura ancora più semplice perché non bisogna discutere e definire tutte le parti relative all’affidamento della prole. Pertanto gli accordi presi devono riguardare unicamente i coniugi e il Giudice non ha quindi l’onere di dover tutelare l’interesse dei figli sopra ogni cosa, per il resto l’iter è identico a quello seguito dalle coppie sposate con figli.La differenza è che il giudice non deve provvedere  sul mantenimento e affido figli.

Ricorso separazione consensuale

Ricorso per separazione consensuale Ex art. 158 Cod.Civ. e 711 C.P.C.

Il ricorso per la separazione consensuale dei coniugi va presentato consegnando il modulo apposito presso la cancelleria del Tribunale. L’accordo di separazione consensuale dei coniugi viene consacrato in un ricorso (chiamato ricorso per separazione consensuale), all’interno del quale debbono essere indicate le condizioni alle quali i coniugi intendono separarsi. Ci riferiamo in particolare all’accordo sull’assegnazione della casa coniugale, sull’affidamento dei figli, sul mantenimento e sulle modalità di frequentazione degli stessi, sulla somma periodica da corrispondere eventualmente al coniuge più debole

Separazione giudiziale , Separazione giudiziale

Costi e tempi e procedura

La separazione giudiziale ha dei costi più elevati della separazione consensuale.

Questo perché nella separazione giudiziale i coniugi devono avere ciascuno un avvocato e il procedura della separazione si può protrarre anche oltre i 3 anni ee il calcolo degli onorari degli avvocati ,che devono essere due puo’ essere molto salato .

La separazione giudiziale avviene quando no nsi trov al’accordo sulla consensuale e i tempi e i costi sono molto lunghi

Serve anche per richiedere l’addebito al coniuge della separazione

 

 

PER QUALI MOTIVI IL GIUDICE PUÒ PRONUNCIARE L’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE?

L’addebito può essere pronunciato nei confronti del coniuge che ha violato i doveri di lealtà, fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nei confronti dell’altro, sempre che tali violazioni siano causa del fallimento dell’unione matrimoniale

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Separazione consensuale con figli minori

 

 

Il genitore non affidatario, o presso il quale la prole non sia stata prevalentemente collocata, è tenuto a versare un assegno di mantenimento per la prole. Anche in caso di affidamento condiviso e parità nei tempi di permanenza, potrà essere disposto un contributo perequativo nell’ipotesi in cui sia necessario uniformare la capacità di mantenimento dei genitori (ad esempio quando vi sia una sensibile sproporzione tra i redditi di questi ultimi).

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Separazione ,voglio separarmi ma mio marito non vuole

 

 

Se ci si vuole separare ma non si trova un accordo i coniugi , possono ricorrere all’istituto giudico della separazione giudiziale.

Chiaramente la separazione giudiziale può essere richiesta anche da uno solo dei due coniugi.

In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito, cioè l’accertamento da parte del Tribunale che uno dei coniugi abbia violato gli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) e che la causa della cessazione del matrimonio sia da imputarsi alla predetta violazione.

Le conseguenze del riconoscimento dell’addebito a carico di uno dei coniugi comportano che quest’ultimo non abbia diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e non possa godere della maggior parte dei diritti ereditari.

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COMUNIONE DEI BENE TRA I CONIUGI

Ai sensi dell’articolo 177 del Codice civile, costituiscono oggetto della comunione legale, principalmente:

  • gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali;
  • i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati.

Secondo l’articolo 179 del Codice civile, invece, non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge:

  • i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento;
  • i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione;
  • i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge e i loro accessori;
  • i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di un’azienda facente parte della comunione;
  • i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa;

i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquis

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Studio legale penale Corte Appello di bologna avvocato penalista Bologna Sergio Armaroli Tribunale Bologna monocratico e collegiale

  • Studio legale penale Corte Appello di bologna avvocato penalista Bologna Sergio Armaroli Tribunale Bologna monocratico e collegialeSe devi affrontare un processo presso il Tribunale di Bologna monocratico o collegiale, o devi fare un appello penale presso la corte appello di Bologna rivolgiti Studio legale penale corte appello di bologna avvocato penalista Bologna Sergio Armaroli Tribunale Bologna monocratico e collegiale .Art. 33 ter Codice di procedura penale – Attribuzioni del tribunale in composizione monocratica Art. 33 quater Codice di procedura penale – Effetti della connessione sulla composizione del giudice Art. 33 quinquies Codice di procedura penale – Inosservanza delle disposizioni sulla composizione collegiale o monocratica del tribunale 

    Art. 33 octies Codice di procedura penale – Inosservanza dichiarata dal giudice di appello o dalla corte di cassazione 

    Art. 549 Codice di procedura penale – Norme applicabili al procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica 

    Art. 623 Codice di procedura penale – Annullamento con rinvio 

    Al  tribunale collegiale vengono attribuiti (art. 33bis cpp) i delitti, consumati o tentati, puniti con la pena della reclusione superiore nel massimo a 10 anni – e sino alla soglia dei 24 anni, oltre la quale la competenza è della corte d’assise – nonché una serie di altri reati di particolare gravità, quali l’omicidio semplice, la rapina, l’estorsione, il sequestro di persona, l’associazione per delinquere di stampo mafioso, i più gravi delitti contro la pa, i reati ministeriali, i reati fallimentari, e altri previsti da leggi speciali.

    Al  tribunale monocratico vengono attribuiti (art. 33ter cpp), con previsione residuale a carattere generale, tutti i reati per i quali non sia prescritta l’attribuzione al  tribunale collegiale, nonché, con previsione esplicita, il delitto di spaccio di sostanze stupefacenti non aggravato.

    Per il  tribunale monocratico rileva anche una regola di attribuzione ratione loci: l’art. 48quater ord. giud. dispone che “nelle sezioni distaccate sono trattati gli affari … sui quali il  tribunale giudica in composizione monocratica, quando il luogo in ragione del quale è determinata la competenza per territorio rientra nella circoscrizione delle sezioni medesime (secondo gli artt. 8 e 9 cpp)”. La sede propria del  tribunale in composizione collegiale è quella principale ubicata nel capoluogo del circondario, dove operano in via esclusiva il giudice per le indagini preliminari e quello dell’udienza preliminare, anche quando svolgono le funzioni presso il  tribunale monocratico.

    n tema di riparto delle «attribuzioni» in relazione alla composizione del giudice, il reato di diffamazione commesso col mezzo della stampa è attribuito alla cognizione del giudice in composizione monocratica, giacché la disposizione dell’art. 21 L. 8 febbraio 1948, n. 47 ? che indicava il «tribunale» quale organo pluripersonale competente a giudicare il reato in questione ? risulta ormai superata dalle nuove norme di ordinamento giudiziario e da quelle processuali che enunciano la regola generale della composizione monocratica del tribunale salvo tassative deroghe espressamente stabilite dalla legge e non è consentita una interpretazione estensiva che prefiguri ulteriori riserve di collegialità per fattispecie di reato, in origine attribuite da leggi speciali al tribunale o al pretore, in relazione alla particolare rilevanza della materia o del bene giuridico tutelato. (Nella specie, la Corte ha osservato che l’art. 48 ord. giud., nel testo sostituito dall’art. 14 D.L.vo 19 febbraio 1998, n. 51 prescrive che il tribunale giudica in composizione monocratica salvo che sia diversamente stabilito dalla legge e l’art. 33 bis c.p.p., nel testo sostituito dall’art. 10 della L. 16 febbraio 1999, n. 479, prevede che il tribunale giudica in composizione monocratica in tutti le ipotesi non previste dall’art. 33 bis c.p.p. e da altre disposizioni di legge che indichino la composizione del giudice in relazione alla specifica funzione da svolgere ovvero alla specifica figura di reato alla sua cognizione attribuita).

    Sono attribuiti al tribunale in composizione collegiale [33 terc.p.p.] i seguenti reati, consumati o tentati:
    a) delitti indicati nell’articolo 407, comma 2, lettera a), numeri 3), 4) e 5), sempre che per essi non sia stabilita la competenza della corte di assise;
    b) delitti previsti dal capo I del titolo II del libro II del codice penale, esclusi quelli indicati dagli articoli 329, 331, primo comma, 332, 334 e 335;
    c) delitti previsti dagli articoli 416, 416 bis, 416 ter, 420, terzo comma, 429, secondo comma, 431, secondo comma, 432, terzo comma, 433, terzo comma, 433 bis, secondo comma, 440, 449, secondo comma, 452, primo comma, numero 2, 513 bis, 564, da 600 bis a 600 sexies puniti con reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, 609 bis, 609 quater e 644 del codice penale;
    d) reati previsti dal Titolo XI del libro V del Codice civile, nonché dalle disposizioni che ne estendono l’applicazione a soggetti diversi da quelli in essi indicati (2);
    e) delitti previsti dall’articolo 1136 del codice della navigazione;
    f) delitti previsti dagli articoli 6 e 11 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1;
    g) delitti previsti dagli articoli 216, 223, 228 e 234 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, in materia fallimentare, nonché dalle disposizioni che ne estendono l’applicazione a soggetti diversi da quelli in essi indicati;
    h) delitti previsti dall’articolo 1 del decreto legislativo 14 febbraio 1948, n. 43, ratificato dalla legge 17 aprile 1956, n. 561, in materia di associazioni di carattere militare;
    i) delitti previsti dalla legge 20 giugno 1952, n. 645, attuativa della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione; i-bis) delitti previsti dall’articolo 291quater del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43 (3).
    l) delitto previsto dall’articolo 593 ter del codice penale; (7)
    m) delitto previsto dall’articolo 2 della legge 25 gennaio 1982, n. 17, in materia di associazioni segrete;
    n) delitto previsto dall’articolo 29, secondo comma, della legge 13 settembre 1982, n. 646, in materia di misure di prevenzione;
    o) delitto previsto dall’articolo 512 bis del codice penale; (8)
    p) delitti previsti dall’articolo 6, commi 3 e 4, del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa;
    q) delitti previsti dall’articolo 10 della legge 18 novembre 1995, n. 496, in materia di produzione e uso di armi chimiche (4).
    2. Sono attribuiti altresì al tribunale in composizione collegiale, salva la disposizione dell’articolo 33ter, comma 1, i delitti puniti con la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, anche nell’ipotesi del tentativo. Per la determinazione della pena si osservano le disposizioni dell’articolo 4 (5) (6).

    La corte di assise  è competente:
    a) per i delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a ventiquattro anni (2) [artt. 422, 438, 439, 575, 576, 577, 578 c.p.] esclusi i delitti, comunque aggravati, di tentato omicidio, di rapina di estorsione e di associazioni di tipo mafioso anche straniere, e i delitti, comunque aggravati, previsti dal decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 ;
    b) per i delitti consumati previsti dagli articoli 579, 580, 584[600, 601 e 602] del codice penale );
    c) per ogni delitto doloso [art. 43 c.p.] se dal fatto è derivata la morte di una o più persone, escluse le ipotesi previste dagli articoli 586, 588 e 593 del codice penale ;
    d) per i delitti previsti dalle leggi di attuazione della XII disposizione finale della Costituzione (8), dalla legge 9 ottobre 1967 n. 962 (9) e nel titolo I del libro II del codice penale (10), sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni (11);
    d bis) per i delitti consumati o tentati di cui agli articoli 416, sesto comma, 600, 601, 602 del codice penale, nonché per i delitti con finalità di terrorismo sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni.

    L’eccezione d’incompetenza per materia può essere sollevata per la prima volta nel giudizio di legittimità, purché, al di là di ogni accertamento in fatto, sia fondata su elementi certi ed inequivocabili. (Fattispecie, in materia di sequestro di persona a scopo di estorsione, nella quale la Corte ha ritenuto infondata l’eccezione di incompetenza per materia del Tribunale in favore della Corte di Assise, rilevando che le modifiche apportate all’art. 5, comma primo lett. a, c.p.p., dall’art. 1, comma primo lett. a), D.L. 12 febbraio 2010, n. 10, conv. con mod. nella legge 6 aprile 2010 n. 52, che hanno esteso la competenza della Corte di Assise ai delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a ventiquattro anni, e quindi anche al delitto di cui all’art. 630 c.p., non si applicano ai procedimenti nei quali, come nel caso in esame, alla data del 30 giugno 2010 era stata già esercitata l’azione penale).

    BOLOGNA GIUDICE DI PACE AVVOCATO PER GIUDICE DI PACE PROCESSO PENALE

    Se hai un processo penale presso il giudice di pace penale di Bologna chiama l’avvocato Sergio Armaroli

    Avvocato per processi giudice di pace di Bologna . Sul piano sostanziale:

    scompare la pena detentiva e i vari protocolli sanzionatori confidano prevalentemente sulla pena pecuniaria;

    come pene principali per i reati di maggiore gravità, sono state previste le sanzioni della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità;

    non si applica la sospensione condizionale pena e le sanzioni sostitutive della libertà controllata, della semidetenzione e della pena pecuniaria, previste dagli artt.53 e seguenti della legge 24 novembre 1981 n. 689.

    Avvocato per processi giudice di pace di Bologna .

    Sul piano processuale:

    sono state potenziate le funzioni della polizia giudiziaria;

    non è prevista la figura del giudice delle indagini preliminari, ma le sue funzioni sono svolte da un Giudice di pace del luogo ove ha sede il tribunale del circondario;

    per i reati procedibili a querela, la persona offesa può chiedere al giudice la citazione a giudizio della persona alla quale è attribuito il reato;

    BOLOGNA GIUDICE DI PACE AVVOCATO PER GIUDICE DI PACE PROCESSO PENALE

    La legge ha definito la funzione del giudice di pace penale assegnando allo stesso la competenza funzionale per alcuni particolari reati :

    il d.l. 93/2013 (conv. in l. 119/2013) (Femminicidio) ha sottratto alla competenza del giu- dice di pace la fattispecie di lesioni personali perseguibili a querela, qualora il reato sia commesso ai danni del convenuto o di uno dei soggetti indicati nell’art. 577, co. 2, c.p.;

     590 (Lesioni personali colpose), limitatamente alle fattispecie persegui- bili a querela di parte e ad esclusione delle fattispecie connesse alla colpa professionale e dei fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale quando, nei casi anzidetti, derivi una malattia di durata superiore a venti giorni (3).

    —  594 (ingiuria), anche nella forma aggravata;

    —  595, commi 1 e 2 (diffamazione);

    —  612, comma 1 (Minaccia);

    —  626 (Furti punibili a querela dell’offeso);

    —  627 (sottrazione di cose comuni);

    —  631 (usurpazione), salvo che ricorra l’ipotesi di cui all’articolo 639bis;

    —  632 (deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi), salvo

    che ricorra l’ipotesi di cui all’articolo 639bis;

    Tali reati sono (art. 5 D.Lgs. 274/00):

    Lesione personale (art. 582 c.p.)

    Lesioni personali colpose (art. 590 c.p.)

    Omissione di soccorso (art. 593 c.p.)

    Diffamazione (art. 595 c.p.)

    Minaccia (art. 612 c.p.)

    Furti punibili a querela dell’offeso (art. 626 c.p.)

    Usurpazione (art. 631 c.p.)

    Percosse (art. 581 c.p.)

    Furti punibili a querela dell’offeso (art. 626 c.p.)

    Usurpazione (art. 631 c.p.)

    Deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi (art. 632 c.p.)

    Invasione di terreni o edifici (art. 633 c.p.)

    Danneggiamento (art. 635 c.p.)

    Introduzione o abbandono di animali nel fondo altrui e pascolo abusivo (art. 636 c.p.)

    Ingresso abusivo nel fondo altrui (art. 581 c.p.)

    Uccisione o danneggiamento di animali altrui (art. 638 c.p.)

    Deturpamento e imbrattamento di cose altrui (art. 639 c.p.)

    Somministrazione di bevande alcooliche a minori o a infermi di mente (art. 689 c.p.)

    Determinazione in altri dello stato di ubriachezza (art. 690 c.p.)

    Somministrazione di bevande alcooliche a persona in stato di manifesta ubriachezza (art. 691 c.p.)

    Inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare dei minori (art. 731 c.p.)

    Oltre ad altre fattispecie di reato previste da normative speciali.

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MODIFICA DELLE CONDIZIONI DI SEPARAZIONE / DIVORZIO- IMOLA BOLOGNA MATRIMONIALISTA BOLOGNA

MODIFICA DELLE CONDIZIONI DI SEPARAZIONE / DIVORZIO- MATRIMONIALISTA BOLOGNA

RISOLVI SEPARAZIONE PER INFEDELTA’ BOLOGNA AVVOCATO MATRIMONIALISTA- MONZUNO ANZOLA BOLOGNA GALLIERA BUDRIO CON FIDUCIA
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Quando i coniugi vogliono, congiuntamente e/o separatamente, modificare le condizioni di natura economica della separazione.
nelle separazioni giudiziali e nei divorzi le condizioni di natura economica raggiunte in sede di separazione possono essere modificate se sopravvengono giustificati motivi.

DIVORZIO- MATRIMONIALISTA BOLOGNA Dette modifiche sono consentite quando vi siano delle discordanze tra la situazione economica in sede di giudizio e la situazione economica venutasi a creare successivamente.
Non sono ammessi però  tardivi ripensamenti da parte di un coniuge non soddisfatto dall’assetto di interessi concordato.

La clausola rebus sic stantibus (finché stanno così le cose), cui sono soggetti i provvedimenti che si accompagnano alla separazione presuppone per la loro revisione, la sopravvenienza di circostanze che i coniugi non potevano prevedere al momento della separazione (tipico esempio è quello del percepimento del TFR o della perdita del posto di lavoro).

MODIFICA DELLE CONDIZIONI DI SEPARAZIONE / DIVORZIO- IMOLA BOLOGNA MATRIMONIALISTA BOLOGNA
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MODIFICA DELLE CONDIZIONI DI SEPARAZIONE / DIVORZIO- MATRIMONIALISTA BOLOGNA

AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

Il Diritto di Famiglia disciplina i rapporti familiari in genere: parentela e affinità, matrimonio, rapporti personali fra i coniugi, rapporti patrimoniali nella famiglia, filiazione, rapporti fra genitori e figli, separazione e divorzio. Il diritto di famiglia di recente è stato profondamente riformato da tre provvedimenti normativi: legge 162/2014, legge 55/2015 e legge n.76/2016.

La legge 20 maggio 2016 n° 76 regola la disciplina della convivenza e delle unioni civili.
Il riconoscimento della parità tra figli nati all’interno del matrimonio a quelli nati al di fuori del medesimo, rende il ricorso alla tutela giuridica sempre più frequente.

Lo studio dell’Avvocato Sergio Armaroli AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA  offre assistenza legale per la difesa in tutti i gradi di giudizio nelle controversie in materia familiare, a tutela dei soggetti più deboli,

La separazione consensuale si fonda sull’accordo dei coniugi su alcuni elementi fondamentali della divisione; essi sono, tra gli altri, l’assegnazione della casa coniugale, la quantificazione dell’assegno di mantenimento del coniuge (ove previsto) e dell’assegno di mantenimento dei figli, l’affidamento della prole, la spartizione dei beni comuni tra i coniugi.

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Rientrano in tale ambito:

AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA Scioglimento della convivenza “more uxorio” n tutti i casi di coppia di fatto”, in assenza quindi del vincolo matrimoniale, a meno che non ci si accordi consensualmente sulle condizioni di separazione (quali ad esempio scioglimento di comunioni immobiliari, suddivisione dei beni in comune, ad esempio immobili in comproprietà, conto corrente, etc) è consentito ricorrere al Tribunale solo per disciplinare l’affidamento, collocamento e mantenimento dei figli.

  • AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

  • AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA Affidamento dei minori o incapaci
  • AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA Riconoscimento e Disconoscimento di Paternità
  • AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA Assegnazione degli alimenti: per chi è in stato di bisogno e non riesci a provvedervi
  • AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA- Assegnazione della casa familiare: in caso di separazione o divorzio

  • AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA Affidamento dei figli e Tutela dei diritti dei minori: per famiglie legittime o di fatto

  • Provvedimenti d’urgenza contro abusi familiari

  • ED INOLTRE L’AVVOCATO DIRITTO DI FAMIGLIA BOLOGNA TRATTA

  • 1) ricorsi per la separazione consensualedei coniugi;

  • 2) separazione con negoziazione assistita(c.d. separazione davanti all’Avvocato, senza ricorso in Tribunale);

3) ricorsi per la separazione giudiziale dei coniugi; Sono i casi in cui i coniugi hanno entrambi la volontà di separarsi ovvero si sono resi conto che non risulta possibile continuare nel rapporto matrimoniale anche per il bene dei figli, oltre che delle parti stesse.

In questi casi le parti possono rivolgersi entrambi ad un unico avvocato che provvederà a stimolare la riflessione su quegli elementi da risolvere prima di predisporre il ricorso per separazione, ovvero a puntualizzare in una scrittura privata gli accordi raggiunti o a suggerire accordi opportuni caso per caso.

Ovviamente un ricorso per separazione consensuale congiunto riduce i costi per le parti e i tempi di raggiungimento dell’accordo.

  • 4) ricorsi per l’ottenimento del divorzio congiunto(scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario);
  • Che cos’è Il divorzio breve, ? Il divorzio breve è una nuova procedura inaugurata insieme alla separazione breve, che permette ai coniugi che intendono far cessare o sciogliere gli effetti civili del matrimonio o che hanno una separazione in corso di chiederlo in tempi velocissimi.

5) divorzio con negoziazione assistita (c.d. divorzio davanti all’Avvocato, senza ricorso in Tribunale); l divorzio stabilisce lo scioglimento del matrimonio civile o la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario. La pronuncia del divorzio non incide, però, sul sacramento religioso.
Col divorzio congiunto le parti stabiliscono consensualmente di adire, il Tribunale nella sede competente, per la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario o lo scioglimento del matrimonio civile, nonché per tutti i patti accessori e precisamente: assegnazione della casa coniugaleaffidamento dei figli minorenni e la allocazione degli stessi, assegno di mantenimento per i figli minorenni o per i figli maggiorenni non economicamente autosufficienti ed eventualmente assegno al coniuge economicamente più debole.

  • 6) ricorsi per l’ottenimento del divorzio giudiziale(scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario);
  • 7) ricorsi congiunti o giudiziali per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio;
  • 8) assistenza e consulenza legalenel diritto di famiglia e mediazione familiare;

AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

DIVORZIO- MATRIMONIALISTA BOLOGNAIl provvedimento di modifica delle condizioni di separazione, previsto dall’art. 710 cod. proc. civ., non è immediatamente esecutivo, ma solo ove in tal senso sia disposto dal giudice ai sensi dell’art. 741 cod. proc. civ.: infatti, mentre l’art. 1 della novella 29 luglio 1988, n. 331 richiama espressamente la disciplina dei procedimenti in camera di consiglio, resta inapplicabile l’art. 4, comma 14, della legge 1 dicembre 1970, n. 898, il quale dispone la provvisoria esecutività della sentenza di primo grado pronunciata all’esito del giudizio di divorzio, regola estesa dall’art. 23 della legge 6 marzo 1987, n. 74 ai giudizi di separazione personale, ma non a quelli di modifica del regime di separazione”. (così Cass. n. 9373 del 2011).

DIVORZIO- MATRIMONIALISTA BOLOGNATale principio di diritto è stato affermato sulla base della seguente motivazione, che è opportuno richiamare: “Con un unico motivo, la ricorrente lamenta violazione della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 14, novellato, e L. n. 74 del 1977, art. 23. Afferma che, dal combinato disposto dei predetti articoli, deriverebbe l’efficacia immediata, senza necessità di una clausola di esecutorietà, del provvedimento di modifica delle condizioni di separazione, che dunque potrebbe valere come titolo esecutivo. La questione sollevata si inserisce nell’ampio e articolato dibattito dottrinale e giurisprudenziale sulle differenze e le consonanze – dei procedimenti di separazione e divorzio. La differente genesi storica di separazione e divorzio ha determinato la previsione delle rispettive discipline in testi normativi differenti: la separazione, quanto agli aspetti sostanziali è disciplinata dal codice civile (art. 150 c.c., e ss.), quanto agli aspetti processuali, dal codice di rito (art. 706 c.p.c. e ss.), mentre per il divorzio occorre riferirsi alla L. n. 898 del 1970. Le successive modifiche normative, la L. n. 151 del 1975, riforma del diritto di famiglia, che ha riguardato gli aspetti sostanziali della separazione e le L. n. 436 del 1978, e L. n. 74 del 1987, sul divorzio, non hanno condotto all’individuazione di regole comuni (quanto mai utili dal punto di vista processuale) tra i due istituti, malgrado da più parti ciò venisse ampiamente auspicato, per superare problemi di coordinamento tra le due discipline. Va qui ricordato che la richiamata L. n. 74 del 1987, art. 23, prevede l’estensione alla separazione della normativa processuale di cui all’art. 4 L. 898, in quanto applicabile, e comunque fino all’entrata in vigore del nuovo codice di rito. I profili processuali della separazione personale sono stati parzialmente rinnovati con L. n. 51 del 2006 (di conversione del D.L. n. 273 del 2005) e n. 80/2005 (di conversione del D.L. n. 35 del 2005, che ha pure novellato il testo della L. n. 898, art. 6); a sua volta la L. n. 54 del 2006, più comunemente nota in relazione alla previsione dell’affidamento condiviso, ha inserito un ultimo comma, all’art. 708 c.p.c., ed introdotto ex novo l’art. 709 ter c.p.c.: si tratta di previsioni espressamente dichiarate applicabili al giudizio di divorzio dall’art. 4 della predetta legge. Come si vede, una serie di modifiche molto numerose e “tormentate”. Tuttavia, ancora una volta, nonostante la volontà, a tratti palese, dei legislatore di procedere verso un omogeneità delle due discipline (processuali), l’unificazione non si è completamente raggiunta, ed alcune differenze permangono.

DIVORZIO- MATRIMONIALISTA BOLOGNAIn tutto questo variegato contesto, parte della dottrina ha affermato che è stata posta in essere quella riforma del codice di rito, indicata nella citata L. n. 74 del 1987, art. 23, quale termine finale per la sua operatività (e quindi per l’estensione alla separazione della disciplina del divorzio, in relazione agli aspetti privi di regolamentazione). Appare del tutto condivisibile la soluzione opposta, proprio per la mancanza di un’organica revisione del codice di procedura civile. L’art. 710 c.p.c., regola in pochi tratti la disciplina dei procedimenti di modifica delle condizioni di separazione. A seguito della novella del 1988 (L. n. 331 del 1988, art. 1, si indicano esplicitamente per essi “le forme del procedimento in camera di consiglio”, e dunque si richiamano l’art. 737 c.p.c. e ss.. La predetta L. n. 74 del 1987, art. 23, da intendersi, come si è detto, ancora operante, estende ai giudizi di separazione personale, “in quanto compatibili”, le regole della L. n. 898, art. 4, ove si disciplina la procedura dei giudizi di divorzio: in particolare, l’art. 4, comma 11 (ora 14) precisa che, per la parte relativa ai provvedimenti di natura economica, la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva, previsione anteriore alla generalizzata esecutorietà delle sentenze di primo grado, introdotta dalla L. n. 353 del 1990. Rimangono peraltro estranei alla previsione tanto la disciplina dei procedimenti di modifica del regime di divorzio, inserita nella L, n. 898, art. 9, quanto quella dei procedimenti di modifica delle condizioni di separazione di cui all’art. 710 c.p.c. Entrambi gli articoli richiamano espressamente la disciplina dei procedimenti in camera di consiglio (art. 737 c.p.c. e ss.), e di essa, dunque, anche la previsione dell’esecutorietà, solo ad opera del giudice (art. 744 c.p.c.). È da ritenere dunque che i provvedimenti di modifica delle condizioni di separazione (e di divorzio), non siano immediatamente esecutivi. Certo di fronte alla generalizzata esecutorietà delle sentenze di primo grado, tale carattere appare una sorta di residuo affatto eccezionale, in una materia come quella familiare che richiede tempestività e snellezza operativa. Difficile peraltro ipotizzare una questione di legittimità costituzionale al riguardo: i Giudici della Consulta non potrebbero che richiamare la scelta discrezionale del legislatore di attribuire ai procedimenti di modifica delle condizioni di separazione e divorzio, le forme di quelli in Camera di consiglio. Toccherebbe dunque al legislatore intervenire, secondo i voti di gran parte della dottrina. Nella specie, dunque, mancando una clausola di esecutorietà del provvedimento, questo non poteva valere come titolo esecutivo. Il ricorso va rigettato, in quanto infondato”.

Com’è noto, anteriormente all’introduzione del testo attuale dell’art. 710 c.p.c. il procedimento di modifica delle condizioni della separazione era disciplinato dalla norma con l’espressa previsione nel suo primo comma dell’applicabilità delle forme ordinarie del processo di cognizione, nelle quali, peraltro, il regime dell’esecutività della decisione di primo grado era quello del principio emergente dall’art. 282 c.p.c., che l’affidava ad un provvedimento del giudice su istanza di parte.

La norma dell’art. 710 nel testo attualmente vigente venne introdotta dal legislatore con la L. n. 331 del 1988 allo scopo di snellire le forme del procedimento e, quindi, in vista dell’accelerazione della tutela da essa assicurata. A questo scopo fu fatta la scelta del rito camerale nel quadro di una tendenza che gran parte della dottrina processualcivilistica denunciò come ennesima espressione della tendenza del legislatore a cameralizzare processi coinvolgenti vere e proprie situazioni di diritto soggettivo bisognose di tutela contenziosa e dunque, con oggettivo scostamento dalla logica per cui il processo camerale era stato almeno di norma immaginato dal legislatore del Codice del ’40.

Ora nel caso di specie era ed è da domandarsi, non diversamente che in molti altri casi di ricorso alla cameralizzazione, quale ne sia il significato e la risposta a tale quesito deve darsi dando rilievo innanzitutto a quanto il legislatore pur evocando le forme camerali ha inteso disciplinare direttamente o indirettamente in modo tale che l’applicazione al procedimento di tutte le norme del rito camerale risulti fatta espressamente o implicitamente in modo selettivo e non totale.

Ebbene i dati in proposito rilevanti nella disciplina introdotta nel 1988 e poi rimasta immutata sono numerosi e significativi di un rinvio alle forme camerali non pieno, ma con il limite della compatibilità con le previsioni espresse o implicite della norma.

Essi sono i seguenti:

  1. a) in tanto nel primo comma l’oggetto di disciplina evocativo del procedimento camerale è expressis verbis riferito alla domanda, posto si dice che “le parti possono sempre chiedere con le forme dei procedimenti in camera di consiglio…”: questo evidenzia certamente in via diretta che la forma della domanda è quella del ricorso, prevista dall’art. 737 c.p.c., mentre, solo se il contenuto della norma si fermasse a tale previsione il rinvio a quelle forme sarebbe da leggere in modo integrale;
  2. b) viceversa, il secondo ed il terzo comma dell’art. 710 c.p.c., contenendo disposizioni specificamene disciplinatrici di alcuni aspetti del procedimento, palesano necessariamente che il rinvio non è integrale e nel contempo, disciplinando detti commi taluni aspetti del procedimento e, quindi, necessariamente alcune “forme” di esso, pongono il problema del raccordo o nel senso della esclusione della loro applicabilità o nel senso del loro adattamento con quelle “forme” del procedimento camerale, le quali o siano disciplinate in modo incompatibile o, seppure non disciplinate in modo necessariamente incompatibile, possano convivere con le previsioni dei detti commi solo adattandosi ad esse;
  3. c) in particolare, il secondo comma prevede come necessaria l’audizione delle parti, mentre, l’art. 738 c.p.c. prevede (almeno alla lettera: vedine, infatti, la lettura costituzionale proposta da Cass. n. 1 del) che il giudice “può assumere informazioni” e, quindi, l’audizione delle parti e, dunque, l’effettività dello svolgimento del contraddittorio nel corso del procedimento soltanto come eventuale;
  4. d) sempre il secondo comma prevede l’eventualità dell’ammissione di mezzi istruttori con ciò evocando la disciplina dei mezzi probatori della cognizione piena e non un’istruzione sommaria e deformalizzata, qual è quella sottesa alle informazioni;
  5. e) il terzo comma a sua volta stabilisce che “ove il procedimento non possa essere immediatamente definito, il tribunale può adottare provvedimenti provvisori e può ulteriormente modificarne il contenuto nel corso del procedimento”, il che significa che nell’ambito del procedimento si prevede il potere, anche officioso del giudice (posto che non si fa riferimento all’istanza di parte ed è consentaneo alla natura degli interessi coinvolti), di adottare provvedimenti anticipatoli della tutela che dovrà scaturire dalla decisione finale, laddove nello schema generale della tutela camerale come disciplinato dagli artt. 737 e ss. c.p.c. non è prevista alcuna possibilità di provvedimenti anticipatoli di tutela.

La regola esegetica che somministrano questi contenuti dell’art. 710 era ed è, allora, che, essendosi in presenza di un procedimento riguardo al quale il legislatore ha dettato una serie di previsioni del tutto eccentriche rispetto al procedimento camerale generale, l’evocazione delle forme camerali va intesa nel senso che l’applicazione delle norme di quel procedimento deve avvenire per tutto ciò che non è disciplinato nello stesso art. 710 c.p.c. e ciò sia direttamente, sia indirettamente, cioè per implicazione.

p.3.2.4. Alla stregua di tale criterio ermeneutico (di per sé giustificato per il modo di disciplina adottato dal legislatore, che ha omesso di rinviare sic et simpliciter agli artt. 737 e ss. c.p.c. e, evidentemente lo ha fatto proprio nella contemplazione delle particolari esigenze di contemperamento della scelta della tutela camerale con l’essere le situazioni coinvolte diritti soggettivi coinvolti nel procedimento in modo necessariamente, almeno in limine, contenzioso), era per sé fin dall’introduzione della norma doverosa un’opzione interpretativa che doveva rinvenire la disciplina del regime di esecutività del provvedimento di chiusura del procedimento come implicitamente regolata dal legislatore nello stesso art. 710 c.p.c., in modo da sottrarla all’operare dell’art. 741 c.p.c. e vederla regolata secondo una regola di immediata esecutività.

Invero, (a) se il legislatore aveva ritenuto di imporre una disciplina procedimentale che garantiva il contraddittorio, garantiva il diritto alla prova (e non un’istruzione sommaria) e, per l’ovvia esigenza di speditezza di tutela, consentiva al giudice di adottare provvedimenti provvisori e modificarli quando non fosse stato possibile definire il procedimento e, dunque, anche – all’evidenza – sulla base di una cognizione distinta da e minore di quella normale all’interno del procedimento e, pertanto, proprio per essersi prevista la garanzia di veri e propri mezzi istruttori, necessariamente improntata a cognizione sommaria, e (b) se implicazione necessaria e coessenziale alla provvisorietà non poteva che essere il carattere esecutivo di essi, appariva manifesto, per un’evidente esigenza di esegesi secondo il canone del legislatore non in contraddizione con se stesso, che quello stesso legislatore avesse inteso attribuire al provvedimento di chiusura del procedimento lo stesso carattere dell’immediata esecutività.

Il canone di coerenza dell’intentio legis esige, infatti, che se il legislatore consente una tutela sommaria anticipatoria e, quindi, se il suo oggetto implica l’esecuzione, nell’ambito di un certo procedimento, anche il provvedimento finale, al di là di un’espressa previsione, si intende regolato nel senso che consente tutela esecutiva immediata: ciò per la ragione che se la situazione giuridica tutelata con il procedimento esige tutela durante il suo svolgimento, a maggior ragione la esige alla sua chiusura.

Questa conseguenza esegetica appariva certamente come necessaria nel caso in cui il provvedimento definitivo fosse sopravvenuto dopo l’adozione di provvedimenti provvisori o di ulteriori provvedimenti modificativi e fosse stato di identico contenuto: sarebbe stata invero inspiegabile che il legislatore avesse inteso attribuire efficacia esecutiva a provvedimenti assunti all’esito di una cognizione sommaria e poi avesse inteso negare l’automatismo della tutela esecutiva, o meglio la permanenza della tutela esecutiva, una volta che il contenuto dei provvedimenti provvisori fosse stato confermato dal provvedimento definitivo.

Ma la suddetta esegesi si giustificava come necessitata anche nel caso in cui nel corso del procedimento non fossero stati adottati provvedimenti provvisori, perché sarebbe stato contraddittorio che il legislatore avesse voluto la possibilità di una tutela esecutiva immediata sulla base di un provvedimento provvisorio e, dunque, necessariamente emesso sulla base di una cognizione sommaria e non l’avesse voluta sulla base del provvedimento positivo adottato all’esito degli atti di istruzione e pertanto, con il pieno dispiegarsi del contraddittorio.

L’esegesi qui indicata si palesava per queste ragioni anche dovuta sul piano costituzionale, atteso che il principio dell’effettività della tutela giurisdizionale, desumibile dall’art. 24 della Costituzione in riferimento alla garanzia del diritto di azione implicava che alla valutazione del legislatore circa la necessità di una tutela sommaria anticipatoria esecutiva rispetto alla definizione del giudizio, necessariamente corrispondesse una valutazione di identica immediatezza di tutela esecutiva sulla base del provvedimento definitivo, sì da non tollerare l’operatività della diversa regola dell’art. 741 c.p.c..

Una volta introdotto l’art. 710 nel testo sostituito dalla L. n. 131 del 1988 il problema del regime del provvedimento definitivo del procedimento di modificazione delle condizioni della separazione appariva, dunque, risolto direttamente dallo stesso art. 710 e dall’adozione di un corretto criterio di raccordo di esso con la disciplina del procedimento camerale, sicché non occorreva fare alcun riferimento per individuare il senso del rinvio al procedimento camerale alla norma dell’art. 23, comma 1, della l. n. 74 del 1987 ed al criterio di compatibilità in esso previsto, ora riferito all’art. 710 c.p.c., per individuare quel regime come dissonane da quanto previsto all’art. 741 c.p.c..

D’altro canto, la stessa evocazione dell’art. 23 non poteva che suonare strana, tenuto conto che esso si riferiva alla disciplina del procedimento di separazione e non a quello di modificazione delle sue condizioni.

E semmai, la disciplina così ricostruita si presentava come del tutto omologa di quella del provvedimento definitivo del giudizio di divorzio e – stavolta proprio per il rinvio operato dall’art. 23 citato – di quello di separazione, per i quali nel testo allora vigente (quello introdotto dall’art. 8 della l. n. 151 del 1975), con scelta legislativa allora distonica rispetto alla norma generale dell’art. 282 c.p.c. sul regime dell’esecutività della sentenza di primo grado nel processo a cognizione piena, era prevista una immediata esecutività dei provvedimenti di natura economica (scilicet delle condanne pecuniarie) contenute nella sentenza.

Una volta sopravvenuta la novellazione dell’art. 282 c.p.c., operata dall’art. 33 della l. n. 353 del 1993 e sancita l’immediata esecutività della sentenze di primo grado recanti statuizioni condannatorie, il regime del provvedimento di definizione del procedimento di cui all’art. 710 c.p.c. (che ha forma di decreto, questa volta valendo il rinvio al primo comma dell’art. 737, che si coglie come implicazione del primo comma dell’art. 710 c.p.c., atteso che del problema quest’ultima norma non si occupa né con disposizioni espresse, né con disposizioni implicite, in quanto la forma del provvedimento non viene mai nominata) divenne, peraltro, ed è ora perfettamente sintonico con quello generale dell’immediata esecutività delle pronunce di primo grado (che si applica anche alle statuizioni condannatorie accessorie a pronuncia costitutiva, qual è quella di modificazione delle condizioni della separazione, dato che Cass. sez. un. n. 4059 del 2010 ha assegnato alla sua statuizione sull’efficacia delle condanne accessorie alla pronuncia costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c. carattere limitato alla particolare fattispecie di cui a tale norma: si vedano in termini Cass. (ord.) n. 21849 del 2010; Cass. n. 16737 del 2011; Cass. n. 24447 del 2011).

Va avvertito che le conclusioni raggiunte si giustificano (come non ha mancato di rilevare una dottrina) sia per il procedimento di modificazione delle condizioni di una separazione pronunciata all’esito di un procedimento contenzioso, sia per il procedimento di modificazione delle condizioni di una separazione consensuale, atteso che l’art. 710 c.p.c. prevede una disciplina unica per l’uno e per l’altro caso e considerato che se, nel secondo caso, le modificazioni vengano rese sull’accordo delle parti, l’esecutività del provvedimento definitivo (da spendere se poi taluno dei coniugi non voglia osservarle) si giustifica a maggior ragione per il carattere lato sensu negoziale del provvedimento, mentre, se vengano rese a seguito di lite, viene meno qualsiasi rilievo della pregressa separazione consensuale.

Dalle superiori considerazioni, che giustificano il dissenso da Cass. n. 9373 del 2011 sopra citata (e condividono le critiche ad essa mosse dalla dottrina) e segnano adesione ad un conforme orientamento di parte della giurisprudenza di merito, discende l’enunciazione del seguente principio di diritto: “Il provvedimento di chiusura del procedimento di modifica delle condizioni di separazione (tanto consensuale che giudiziale), previsto dall’art. 710 cod. proc. civ., è immediatamente ed automaticamente esecutivo per quanto si desume all’interno dello stesso art. 710, restando, invece, esclusa la sua soggezione alla disciplina della norma generale del procedimento camerale, di cui all’art. 741 cod. proc. civ.”.

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